I miei 5 motivi per votare no al referendum di Zaia

La Corte Costituzionale non doveva autorizzarlo. E il presidente leghista del Veneto non ne aveva bisogno. Ma non si rinuncia al diritto-dovere del voto

Che il referendum fortissimamente voluto dal residente Zaia sia inutile, e giuridicamente irrilevante, è certificato dalla stessa Corte Costituzionale che ha dato il via libera a un quesito del tutto retorico. Già, perché di fronte a uno stato che – prima con i governi Monti e Letta, e poi ancor più con l’esecutivo Renzi – ha esasperato la sua consolidata natura centralista operando ripetuti e devastanti tagli ai trasferimenti a Comuni e Regioni, la risposta alla domanda «Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di Autonomia?» non potrà che essere plebiscitaria.

È ciò che si aspetta Zaia: ufficialmente per aver un maggior potere contrattuale quando egli, bontà sua!, deciderà di aprire con il governo una trattativa formale ex art. 116 della Costituzione; furbescamente per dimostrare l’ampio consenso di cui gode in Veneto, neutralizzando così le frammentatissime anime venetiste che sognano una anacronistica indipendenza, e – più ancora – per rivendicare un proprio ruolo politico nazionale in una probabile vittoria del centrodestra alle elezioni della primavera 2018. È infatti il “rischio-plebiscito” ad aver portato il Pd veneto, ancorché sconfessato da Renzi, ad inventarsi un “SÌ” critico a supporto di una propria (invero tiepida) vocazione autonomista, così come il Pd nazionale (e altre forze politiche) a predicare l’astensionismo contro un “Referendum-truffa”, giacché inutile.

Io invece a quel referendum intendo partecipare: perché se una Istituzione chiede la mia opinione, anche su un quesito balzano, sento il dovere civico di esprimermi e di contribuire al raggiungimento del quorum! Non sono andato al mare quando lo chiedeva Craxi, personaggio (tangenti a parte) di ben altra statura; non resterò a casa perché lo chiedono i suoi mediocri imitatori, giacché l’esercizio del voto è un (inviolabile!) diritto individuale. Cui non rinuncerò mai.

Ma, nel caso specifico, mi recherò a votare – mettendo la mia croce sulNO” – per una serie di meditatissime ragioni, che qui elenco per ordine di rilevanza:

1) Perché dissento da una pronuncia pilatesca della Corte Costituzionale, che non poteva/doveva autorizzare un referendum consultivo privo di rilievo giuridico, come essa stessa ha riconosciuto;

2) Perché il presidente Zaia non ha necessità alcuna di un consenso referendario (gli bastava il voto della sua blindatissima maggioranza in Consiglio Regionale!) per esercitare le prerogative ex art. 116 della Costituzione. Prerogative cui egli si è ben guardato di ricorrere nei cinque anni della precedente legislatura. Il che rende per lo meno ambigua la sua improvvisa “voglia” di una maggiore autonomia regionale;

3) Perché la richiesta di tale autonomia non può essere spacciata come un aumento della quota del prelievo fiscale che rimarrebbe in Veneto, dato che – ad autonomia conseguita – alla Regione perverrebbero le sole risorse derivanti dalle deleghe che lo Stato ad essa trasferirebbe, non un centesimo in più;

4) Perché mai il Veneto (né la Lombardia, che il 22 Ottobre terrà un altrettanto inutile Referendum) potranno divenire Regioni “a statuto speciale”, stante che quello status non dipende dal ricordato art. 116 ma dalla specificità che la Costituzione ritenne di dover tutelare, nel caso dell’Alto Adige rafforzata da un trattato internazionale, in alcune limitate parti del paese;

5) Perché dal dibattito su una maggiore autonomia del Veneto, ma anche su quella della Lombardia, o su quella – già avviata – dell’Emilia Romagna, può partire una riflessione, più meditata della bocciata riforma Renzi, su una revisione costituzionale che superi la disparità, non più attuale, tra Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, e che sancisca la responsabilizzazione delle autonomie regionali e comunali attraverso un ragionevole ridimensionamento della pervasività centralista di uno stato incapace di governare la complessità di una società in evoluzione.

Concludendo: il “NO” a Zaia (e quindi la partecipazione al referendum farlocco) è utile a ribadire che un governo delle autonomie si conquista solo sul campo, e non mediante interrogativi retorici. Ovvero, che una reale autonomia può nascere solo da un disegno d’ampio respiro che tenga assieme le specificità territoriali e la solidarietà che le aree forti di un paese devono a quelle più deboli, giacché la debolezza/marginalità di queste ultime è sempre diretta conseguenza/responsabilità della forza delle prime.

E il richiamo alla solidarietà serve a ricordare – a quanti detestano l’attuale Unione Europea, e lamentano che l’Italia vi contribuisca con risorse superiori a quanto ne ricavi in contropartita – che quando l’Italia partecipò alla nascita, il 1° gennaio 1958, del suo primo embrione (il MEC-Mercato Comune Europeo), essa per lungo tempo godette di un trattamento privilegiato per il suo storico ritardo rispetto a Francia, Paesi Bassi, Belgio, Germania Ovest e Lussemburgo. Sì, la solidarietà è la chiave di volta di ogni processo integrativo basato su reciproche forme di autonomia.

Da qui la mia sollecitazione a partecipare al referendum voluto da Zaia. Metti mai che, votando “NO”, faremo capire a lui, e ai veneti, che l’autonomia è cosa più seria di quella (effimera) che ci viene “venduta” in questo particolare (ed egoistico) frangente.

Ph: vk.com

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