Pfas, sindaco di Lonigo: «vietare l’acqua ad uso agricolo»

La dichiarazione shock è contenuta nel verbale della commissione ecomafie del 26 settembre. E dallo stesso verbale dubbi anche sull’ipotesi di bonifica per la Miteni

«È necessario che quest’utilizzo d’acqua sia impedito. Anche se non ci sono ancora dati ufficiali infatti dalle indiscrezioni che ho avuto tutte le produzioni agricole sono certissimamente contaminate da questi inquinanti». Sono queste le parole shock usate dal sindaco di Lonigo, il leghista Luca Restello, durante l’audizione del 26 settembre davanti alla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, meglio conosciuta come Commissione Ecomafie. Tema dell’audizione il caso di contaminazione da Pfas che ha colpito il Veneto centrale.

Il tutto sta scritto nero su bianco nel verbale della seduta prima riservato e ora messo in chiaro sul sito della Camera dei Deputati. Le parole del primo cittadino sono riferite alle acque ad uso agricolo nella zona di contaminazione del Vicentino. Tuttavia quella presa di posizione pone seri interrogativi anche per quanto riguarda le altre province più a valle, Verona e Padova in primis. Anzitutto i Pfas sono sostanze che si accumulano e, anche se nel Veronese questi si diluiscono grazie all’apporto di acqua pulita del canale Leb, ciò non toglie che gli inquinanti, pur in maniera meno concentrata si possano rilevare anche nella catena idro-alimentare del resto del Veneto centrale. Se a questo si aggiunge che il governatore Luca Zaia, in evidente imbarazzo, intervistato domenica dagli inviati de Le Iene, non era stato in grado di fornire i dati regionali sull’inquinamento da Pfas nella catena alimentare, si capisce quanto sia delicata la situazione. Visto che è a rischio anche l’integrità della filiera del commercio alimentare.

Le rivelazioni arrivano in un momento particolare per il cosiddetto affaire Miteni (dal nome della fabbrica trissinese ritenuta responsabile dell’inquonamento) dal momento che domenica proprio a Lonigo nel Vicentino (in foto un momento della manifestazione) era andato in scena un lungo corteo con 10mila persone che avevano urlato slogan «per un’acqua pulita» sia negli acquedotti che nelle case. La tensione politica che aveva investito Regione e governo nazionale era rimasta alta anche nelle ore a seguire. Salvo scemare un po’ soprattutto dopo l’annuncio dato dall’Arpav per cui in alcuni punti di approvvigionamento dell’acqua potabile nel comprensorio di Lonigo, il livello dei Pfas, ritenuti assai nocivi da una parte consistente della comunità scientifica ma che nella loro formulazione chimica più recente ancora non sono stati messi fuori legge, sarebbe calato a livello zero.

Tuttavia compulsando tra le pagine dello stesso verbale si trovano anche le dichiarazioni del sindaco di Trissino, il piccolo centro vicentino della valle dell’Agno in cui si trova la Miteni. A parlare, alimentando previsioni fosche sulla possibilità di una bonifica, è Davide Faccio, primo cittadino in quota Lega Nord: «Il problema è che Miteni ha un’estensione talmente grande che…» per assumere i campioni «… e testarli ci vogliono capannoni interi» giusto per «riuscire a custodire tutto questo materiale» per non parlare delle risorse umane necessarie a svolgere un lavoro del genere, tanto che l’Arpav, rivela sempre il sindaco, avrebbe contattato le agenzie cugine di altre Regioni «per avere supporto» in questo senso visto che «il lavoro sulla caratterizzazione è notevole e sicuramente» non porterà a risultati «nell’immediato».

In realtà le parole di Restello rischiano di far risalire la tensione alle stelle, perché da indiscrezioni che giungono proprio dalla Ecomafie, più di un componente dell’organo bicamerale avrebbe giudicato con molta perplessità l’annuncio dato da Arpav e Regione Veneto di una Lonigo a zero Pfas, soprattutto in considerazione del fatto che «quanto meno ai media» non sarebbero stati forniti i dettagli dei rilevamenti con le specifiche dei campioni, le quantità e le modalità di trattamento che avrebbero permesso di neutralizzare questi inquinanti derivati dal fluoro.

La partita, anche sul piano scientifico, è appena agli inizi. Se da una parte infatti da diversi anni si parla di un composto particolare, il grafene, che sarebbe in grado di setacciare l’acqua a livello microscopico, è anche vero che il campo di applicazione, da quello che si è saputo sino ad oggi, investe principalmente la desalinizzazione dell’acqua marina a scopo potabile. Che è tutt’altro dire rispetto ai Pfas. É pur vero però che anche il mondo accademico italiano ha incominciato seriamente a occuparsi della questione dei derivati del fluoro. Basti pensare al seminario organizzato nel giugno del 2016 dall’università di Padova. A questo si aggiungano le voci arrivate a più riprese da Montecitorio che parlano proprio di uno studio riservato che sarebbe stato commissionato all’ateneo padovano da un ente riferibile all’amministrazione centrale dello Stato o a quella regionale del Veneto, dal quale emergerebbe una radiografia dello stato della contaminazione e delle prospettive per il futuro, ancor più problematica di quanto emerso sino ad oggi dai riscontri messi in campo dal ministero dell’Ambiente, dall’Istituto superiore di Sanità, nonché dalla Regione Veneto.