Fais, la lucidità nietzschiana di uno scrittore bastardo

L’ultimo romanzo del sardo allievo di Houellebecq scava nella vita di inetti alla vita, perdenti e cinici cogliendo l’ombra mostruosa del banale quotidiano

I racconti di Matteo Fais tratteggiano gli aspetti meno conciliati, aspri e ruvidi dell’interiorità. Lo spaesamento, la perdita d’identità, il tradimento, verso gli altri e verso sé stessi: momenti scorticanti della vita. Fais non è un ottimista, lo dicono le sue storie. E poi, fare il cattivo gli piace. Ognuno dei suoi racconti coglie con precisione i rivolgimenti cruciali di vite in apparenza ordinarie, giunte a un punto di rottura in cui è comunque troppo tardi. Lo sguardo è in movimento da un personaggio all’altro come specchio di solitudini.

Cinico ed esplicito, nichilista e dissidente, segnato da una smania parossistica ma inerte, priva di salvezza, “L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde” è un romanzo breve e insieme una raccolta di racconti. Popolato di traditi e traditori, inetti, mogli incapaci, alcolizzati, disoccupati alla deriva e adolescenti incerti che rovinano sé stessi nell’inciampo di corpi dei quali non sono del tutto padroni. Un universo banale, di rado descritto dagli scrittori emergenti che tutt’al più con le loro storie svolgono un compitino formale, edulcorato, senza soffermarsi a descrivere le menzogne comuni, le consolazioni patetiche che le persone s’inventano per sopportare l’infelicità. Qui, invece, fermenta un’inettitudine generale alla vita, a costruire una narrazione graffiante, scorretta e a tratti anche apparentemente misogina (ma nemmeno gli uomini ne escono bene).

Emblematico è l’atto estremo di Marianna che chiede solo di essere amata, ma si scontra con l’impossibilità del corpo che abita, irrimediabilmente non desiderabile. Marianna, brillante assegnista di ricerca come il protagonista del romanzo che dà il titolo alla raccolta. Appassionata e rigorosa, erede designata del barone professore di Sociologia, è, in antitesi, sciocca come molte femmine infarcite di emoticon e cuoricini, con le stesse insopportabili svenevolezze che oggi accomunano in ambito relazionale una liceale e una sessantenne.

In quella situazione, Massimo fa la scelta più comune, sceglie di non agire, di non interrompere la rovinosa escalation del parossismo isterico di questa donna intelligentissima, che giunge a degradarsi in un’estrema offerta di sé stessa a un uomo che è in fondo un apatico, uno che si lascia vivere, mantenere, trascinare da situazioni di cui si lamenta ma che non prova a cambiare, se non dopo il punto di rottura: “la demoralizzante tendenza della gente ad accontentarsi del peggio”.

In questi racconti il quotidiano, l’ordinario, l’incerto, colgono il lato in ombra del campo visivo dominante, della morale comune, facendo vacillare il rapporto con la realtà e ricostruendolo in modo più realistico. Come in Nietzsche, tra i buoni e i cattivi c’è un rapporto di reciprocità riguardo illusioni, menzogne e tradimenti. Da sempre i personaggi in cui ci si identifica meglio sono gli inetti, i perdenti, i Beautiful Losers di Leonard Cohen, che si trascinano in giorni collosi, in un limbo sfumato e indecifrabile che è la faccia notturna dell’esistere. Sagome di sopravvissuti, farabutti cinici, sfregi scorbutici in una società che ci vorrebbe fatti in serie. Fotogrammi di quegli interstizi misteriosi tra il cuore, l’anima e le gambe di una donna.

(Copertina del libro)

La scrittura di Fais è affilata, precisa, necessaria. Passa attraverso il sesso come sistema di differenziazione altrettanto spietato del denaro, secondo la lezione del nume tutelare Michel Houellebecq: c’è chi ce la fa e chi no, tra silenzio e grido. La sconfitta è una vicenda silente e Fais coglie la disfatta di un’epoca ripiegata in un intimo nascondersi, in cui lo stesso desiderio diventa sarcasmo. Figli, padri, mariti irrisolti, nemmeno tristi, ma inerti, nella loro silenziosa ira o accidia. L’alcol che anestetizza l’insignificanza sociale e l’erosione del concetto di verità; la forza vitale dell’amore e la sua distruttività. Uomini e donne hanno convivenze complicate e raramente imparano l’uno dall’altra, con perenne instabilità emotiva e vorace edonismo tipici degli adolescenti, a loro volta perfettamente raccontati in alcuni episodi.

Cosa rimane di salvabile, in questa disamina lucida e spietata, dove non si riesce a scardinare il meccanismo di coazione a ripetere le proprie ossessioni? La cosa più facile da fare, quando ci si sente confusi o colpevoli o messi di fronte a delle responsabilità: sparire, o venire a patti. La nostra generazione di trenta-quarantenni è la prima a non avere un progetto, a non avere nulla da difendere se non la propria vacuità, la propria autoaffermazione. La prima che non si rimprovera nulla, perché è ben attenta a non promettere nulla, che non sa o non vuole offrire protezione.

Il mondo è pieno di vuoto. Senza potersi permettere il registro del tragico, l’oggi stagna nel grottesco e si estingue nell’apatia. La messinscena disturbante dell’esistenza sembra più vera della realtà. Un universo saturo d’immagini, nel quale i più brancolano come ciechi, incapaci di distinguerne la natura. Perciò va premiato il coraggio e l’indubbio talento di un giovane scrittore che sembra già saperla lunga, oggi che prevale il conformismo in ogni ambito, anche letterario. In controtendenza sono davvero pochi, a testimoniare il disadattamento, la paura, il bisogno dell’altro. Un altro da sé sul quale non si vuole investire affettivamente, ma usarlo come un oggetto, fino a comprarlo, perché nella capacità d’acquisto sta la soddisfazione del bisogno. Gli uomini sono abitudinari, sviliti: inseguono effimere consolazioni alla loro virilità stanca nelle ragazzine, salvo poi arrivare a pagare una ex moglie che, uscita dalla porta, rientra dalla finestra come prostituta. Le donne non chiedono perdono di essere così, né ragionevoli, né rispettabili.

È il prezzo da pagare che genera desiderio, bisogno irrefrenabile. A rendere la realizzazione dei desideri sempre più inaccessibile, fino all’irreparabile, è la società del consumo applicata ai rapporti interpersonali. E le donne di una certa esperienza lo sanno, che è più conveniente concedere i propri favori come un’elargizione, scopare come un’inezia corruttibile, nel flusso di un tempo anonimo, o come fine strategico. Si preferisce l’enfasi momentanea all’amore capace di sacrificio, la scopata egocentrica all’investimento affettivo. Viviamo sull’altalena incessante dei social, tenuti in ostaggio da desideri oltre la nostra portata che generano frustrazione, ma nessuna reazione pratica: siamo infelici come mai prima, nell’auto rappresentazione ipertrofica del proprio ego, nella derisione dei soggetti più fragili, ridotti a comparse. Forse davvero ogni persona è inconoscibile fino al disvelamento finale. Ogni vita ha molti strati, la verità è scandalosa e le uniche storie riuscite sono quelle storte, capovolte. Come quelle narrate da Fais. Sempre più, oggi si può affermare, citando Sartre, che l’inferno sono gli altri.

Matteo Fais, “L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde”, Robin Edizioni, 2017, pagine 352. Il testo è ordinabile in ogni libreria italiana, o store online, al costo di 18 euro. Nella versione il ebook è disponibile invece a soli 4,99 euro.

Laura Ingrassia

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