Modesta proposta per Verona: torniamo al proporzionale

E’ finita la partita delle circoscrizioni. Che così come sono non vanno: o le aboliamo, o le riformiamo. Così

A Verona si è sciolto il rebus delle presidenze e delle maggioranze nelle otto circoscrizioni in cui è suddiviso il territorio comunale scaligero. Dopo estenuanti trattative, litigi e strappi, da qualche giorno la partita si è chiusa 5 a 3 per la compagine che sostiene la maggioranza di centrodestra del sindaco Federico Sboarina.

Nei parlamentini hanno prevalso accordi estremamente eterogenei. Così strani, che in 2a circoscrizione (Borgo Trento, Valdonega, Avesa, Quinzano, Parona) Elisa Dalle Pezze del Pd, fidanzata del deputato Pd Diego Zardini, è stata eletta con sei voti democratici, uno di Bertucco (sinistra), tre dei tosiani e due di Battiti (la civica del sindaco), avendo come vice Patrizia De Nardi, fidanzata di Alberto Bozza, consigliere comunale tosiano, ex centrodestra. Il Pd in 6a (Borgo Venezia) ha la presidente Rita Andriani, con sinistra e due di Battiti. In 1a (centro storico) Giuliano Occhipinti, di Forza Italia, ha il centrodestra più voti dai tosiani; in 4a il presidente è Carlo Badalini, sempre del Pd, sostenuto dai tosiani e dalla sinistra; in 5a (Borgo Roma, Ca’ di David) è diventato presidente Raimondo Dilara, di Battiti, vice Floriano Rossi di Ama Verona (la civica della Bisinella, la compagna di Tosi). In 7a (San Michele, Porto San Pancrazio) è presidente Marco Falavigna, Battiti, con vice un tosiano, Claudio Perbellini. In 3a (la più grande -Verona Ovest) e 8a (Montorio e limitrofi) le maggioranze sono piuttosto omogenee e saldamente a guida leghista.

Sebbene ora le morose siano forse un po’ più tranquille, lo stesso non si può dire per garantire la governabilità a Palazzo Barbieri, che potrebbe essere compromessa da queste maggioranze borderline e a macchia di leopardo. E’ cosa nota, infatti, che se cinque circoscrizioni su otto bocciassero il bilancio, in virtù del regolamento vigente l’effetto sarebbe la caduta del governo cittadino. Un potere inversamente proporzionale al reale peso delle circoscrizioni, pressoché prive come sono di risorse economiche per far fronte alle necessità dei rioni. Gli eletti, ad eccezione del presidente, non percepiscono alcuna remunerazione, nonostante l’impegno che spesso mettono nei quartieri. Un impegno sul campo che, abbinato al ruolo istituzionale, permette ai consiglieri di imparare a conoscere i meccanismi della macchina amministrativa, di macinare esperienza indispensabile per l’eventuale salto in consiglio comunale, così da avere una classe dirigente con un minimo di preparazione, almeno per scrivere una mozione o un’interpellanza, senza andare in panne o optare per l’imbarazzante “telefonata a casa”, come troppo spesso purtroppo avviene.

A questo punto dovrebbe imporsi una riflessione di fondo: o le circoscrizioni si aboliscono perché senza fondi non possono materialmente funzionare, sono solo un costo e dispongono di un potenziale potere politico sul Palazzo che non è di poco conto, tolto il quale, conterebbero zero; oppure, dicendo basta una volta per tutte alla sbornia da sistema maggioritario anglosassone e torniamo, rispettando la nostra più autentica mentalità e cultura, a quello proporzionale, più rappresentativo, aggiungendo una soglia di sbarramento che impedisca di finire sotto ricatto da chi ha solo i voti del proprio condominio. Dopodichè si istituisce un fondo variabile per ogni circoscrizione che tenga conto del numero di abitanti e delle sue caratteristiche particolari, con consiglieri (e commissari) con gettoni calcolati secondo equità. E a quel punto, anche il Comune dovrebbe adottare un identico meccanismo di voto. Ma per questo occorrerebbe passare dal Parlamento. Ragioniamoci.