Federico e Greta, giovani veneti col «mal d’Africa»

Partiti per caso, il Continente Nero li ha «disintossicati» dal superfluo. E sono tornati con idee spiazzanti su immigrazione, integrazione e ius soli

Cosa spinge due ragazzi a scoprire l’Africa, abbandonando le premure di casa e le comodità occidentali per aiutare un gruppo di bambini abituati a vivere per strada in un piccolo Paese del Ruanda? Federico e Greta, 19 anni lui e 18 lei, si sono lasciati alle spalle Ponte di Barbarano, nel Vicentino, e sono volati là, dove ad accoglierli c’era lo zio, già da nove anni volontario. La lotta alla povertà, nel piccolo paese di Musanze, si fa grazie a donazioni e progetti di lavoro per le famiglie degli alunni. Il viaggio è cominciato questa estate quando, come ci dice con ironia Federico, «dopo la maturità ho deciso di partire, e per giunta con mia sorella».

«Ci abbiamo messo un po’ a deciderci, ma tra la voglia di vedere il mondo, perché dopotutto abbiamo studiato lingue al linguistico Fogazzaro di Vicenza, e le continue richieste di nostro zio, alla fine ci siamo convinti. All’inizio non eravamo partiti con l’intenzione di fare del volontariato, ma poi, una volta visto cosa faceva, abbiamo deciso di contribuire». L’iniziativa prende il nome di Arc en ciel, una scuola dove i bambini possono studiare e confrontarsi con le culture dei volontari che, assieme ai maestri, organizzano laboratori dalle più disparate finalità: dalle lingue alle rappresentazioni delle favole.

Proprio sulle lingue Greta racconta come tutti, persino i bambini di 3 anni, parlino inglese, un modo per assicurare un po’ di sostentamento anche ai mendicanti: «spesso ci fermavano per strada, o comunque si avvicinavano a noi chiedendo l’elemosina. Alcuni sapevano solo due frasi del tipo: buongiorno signore, mi dia dei soldi per favore (in inglese Hello sir, give me some money, please), altri ancora invece ci guardavano in modo strano. Ci fissavano e poi, come se nulla fosse venivano a offrirsi per un matrimonio». Federico: «Ero un sex symbol! Le donne mi proponevano la mano continuamente. Vedono un bianco e subito cercano di combinare la cosa, come fosse un biglietto di sola andata verso la ricchezza. Una si è pure stupita che non fossi già sposato!».

Una vita completamente diversa, nel Continente Nero. Greta: «Molte delle cose che sembravano indispensabili, che parevano definire completamente le nostre giornate, si sono rivelate superflue e prive di significato. Ti facciamo un esempio banale: al momento della partenza non sapevamo ancora come preparare la valigia, ma una volta arrivati abbiamo capito che serviva solo il minimo indispensabile. A casa ci circondavamo di cose che non ci servivano, come questo cellulare. In Africa ci siamo disintossicati: lo usavamo una volta a settimana per rassicurare i nostri genitori. Per non parlare del tempo: lì ha tutto un altro ritmo, quasi naturale. La gente fa le cose con calma anche nel lavoro. Oddio, forse anche con troppa calma, ma è una differenza sostanziale rispetto alla frenesia della vita occidentale. Il tempo c’è, lo vivi a pieno e ti senti in pace. Una volta che ti abitui non pensi più al domani, ti concentri solo sull’oggi e tutto il resto non ha peso. Pensa che nel loro vocabolario non si fa distinzione tra ieri e domani, ma c’è una parola sola! Per loro pensare al presente è un’abitudine».

Le difficoltà non sono poche. Federico: «c’era questa cosa che non riuscivamo a comprendere. Il fatto che ci fosse la scuola, che si cercasse di allontanare quanti più bambini si potesse dalle strade, non era garanzia di successo, soprattutto in coloro che avevano vissuto la povertà come una condizione esistenziale sin dalla tenera età. Per quanto si possa dare loro una famiglia, una casa e un letto su cui dormire, tornano sempre sui propri passi. Non riescono a farne a meno. Se a ciò aggiungiamo il fatto che intorno agli otto anni cominciano a bere alcolici diventa chiaro come sia necessario puntare su chi non ha ancora formato il proprio modo di vedere il mondo».

Vista dall’Africa, la questione dell’immigrazione assume un’altra prospettiva. La parola torna a Greta: «L’immigrazione? Crediamo che tutti possano avere il diritto di spostarsi e cercare delle condizioni migliori di quelle a cui sono abituati, ma siamo convinti che ci voglia la dovuta organizzazione per gestire certi flussi che oggigiorno sono vere e proprie emergenze. Dovrebbe esserci una collaborazione equa tra tutti gli Stati europei. Non serve a nulla lasciare la patata bollente al nostro Paese. Per quanto riguarda poi le questioni sociali pensiamo che lo Stato debba occuparsi più attivamente nell’integrazione, ma non deve essere uno sforzo unilaterale. La fatica maggiore deve essere fatta da chi arriva, senza troppe pretese. Se pensano di trovare solo agevolazioni si sbagliano di grosso». E lo ius soli? «Tutta questa fretta nel donare la cittadinanza non ha senso. Che vivano nel nostro Paese e sviluppino un sentimento di appartenenza, allora in quel caso sarà giusto concedergli questo diritto».

Torneranno in Ruanda? La risposta è entusiasticamente positiva, per Federico che all’università è al primo anno di lingue e Greta che si accinge a terminare il liceo: «abbiamo il mal d’Africa! Probabilmente completeremo il nostro percorso di studi, ma presto ripartiremo e ci dedicheremo agli altri».