Arena fuori dalla crisi. Ma ecco cosa fare per una vera svolta

Il sindaco Sboarina ha fatto capire che sarà lui a capo del nuovo consiglio d’indirizzo. C’è ancora la mina vagante Arena Extra. E serve un direttore artistico all’altezza

L’Arena sta per uscire dal tunnel della crisi, ma non è detto che dopo un viaggio al buio durato un anno e mezzo trovi subito un bel cielo azzurro e temperatura mite. In generale, la situazione delle fondazioni lirico-sinfoniche resta complicata e soprattutto fragile. Anche le più virtuose (la Fenice di Venezia e il Regio di Torino, ad esempio) presentano un debito consistente, tutte insieme hanno da tempo sfondato il tetto dei 400 milioni. E se i fondi della Bray hanno permesso di “stagnare” molte situazioni di crisi (Verona è l’ultima arrivata, dopo apposita estensione del finanziamento della legge), l’equilibrio dei conti in una situazione del genere appare obbligatorio ma non del tutto tranquillizzante, vista la precarietà di non poche situazioni patrimoniali.

Da questo punto di vista, la posizione più delicata è proprio quella scaligera, in virtù della estrema debolezza di bilancio generata da Arena Extra, società interamente controllata dalla Fondazione, che durante la gestione Tosi-Girondini le ha ceduto rami d’azienda (costumi, bozzetti ecc.) valorizzati qualcosa come 12 milioni di euro. Secondo molte analisi questo dato è solo figurativo ed è una mina vagante nel bilancio, che può diventare estremamente pericolosa se l’equilibrio nei conti faticosamente raggiunto torna a vacillare. Senza contare che le cessioni hanno attirato l’attenzione della Guardia di Finanza, che ci ha visto un danno erariale (errati versamenti Iva) di 1,6 milioni. Un contenzioso pesante, di soluzione tutt’altro che sicuramente favorevole. Intanto, il grande progetto di riordino generale del settore, che durante l’estate sembrava procedere in Parlamento con discreta speditezza (e molte preoccupazioni da parte degli addetti ai lavori), segna il passo e non è affatto certo che gli ultimi convulsi mesi della legislatura ne vedano la definitiva approvazione. A tutti i livelli, l’emergenza rimane.

È in una situazione del genere che Fondazione Arena ha deciso di “tornare alla normalità”, con il varo da parte del ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini e del sindaco di Verona, Federico Sboarina, delle procedure per la ricostituzione del Consiglio d’Indirizzo, preludio alla nomina del sovrintendente. Il tutto potrebbe concludersi nel giro di un paio di settimane. La chiusura della crisi era attesa, ma appare sorprendente la chiarezza con cui Sboarina ha inteso sancire la fine delle virulente polemiche che avevano agitato l’ambiente della maggioranza, sia in Comune che in Regione, a proposito della mancata trasferta areniana a San Pietroburgo. Una storia confusa, confusamente agitata, nella quale errori ci sono stati da tutte le parti, a partire dall’improvvido annuncio della trasferta da parte del sovrintendente Giuliano Polo, quando ancora gli accordi erano lungi dall’essere stati raggiunti.

Una storia ampiamente strumentalizzata, anche ben oltre i suoi reali confini, come se le sorti delle relazioni economiche Veneto-Russia dipendessero da un’Aida allo stadio. O se la trasferta russa fosse la miracolosa panacea di tutti i guai artistici e d’immagine dell’Arena. In realtà, si trattava di un fuoco di sbarramento da postazioni “amiche” rispetto alla maggioranza che governa Verona, tutto orientato ad “azzoppare” Polo nel suo percorso verso la riconferma. Con l’ex sindaco Flavio Tosi molto attivo nel gettare benzina sul fuoco, con la spregiudicatezza di chi vuole ignorare il proprio ruolo nel recente passato, e le proprie responsabilità.

La sintonia Sboarina-Polo non sembra essere stata intaccata da queste fiammate. Anzi: se il sovrintendente per la prima volta dal suo insediamento aveva accettato nelle settimane scorse la disputa diretta con Tosi, polemizzando apertamente e aspramente, di ritorno da Roma il sindaco si è di fatto schierato con lui, dichiarando che lascia le polemiche «a chi la situazione negativa degli ultimi anni l’ha determinata». Il che rappresenta anche e soprattutto un preciso messaggio ai più aggressivi fra i suoi alleati, finora evidentemente orientati ad altre soluzioni e ad altri nomi. Polo aveva spiegato l’alto costo della trasferta russa (per San Pietroburgo causa del fallimento del progetto) con la volontà tecnico-politica di non danneggiare alcuna parte dei dipendenti areniani. Sboarina sottoscrive l’accorta, prioritaria gestione del personale da parte dell’uomo mandato da Fuortes: per il rilancio dell’Arena «un ruolo fondamentale toccherà ai lavoratori, che hanno le competenze e l’esperienza necessarie per permetterci di pensare in grande». Più chiaro di così, non si potrebbe. Dopo il muro contro muro dell’era-Tosi, si aspira alla luna di miele.

L’Arena dunque riparte, e salvo colpi di scena la prospettiva indicata da Sboarina, sempre che la partita delle nomine in CdI sia coerente con le intenzioni e che il sindaco sappia sottrarsi alle pressioni, è quella della continuità con il progetto di Polo. Non sarà facile – ed è impresa per la quale una singola stagione certo non basta – ricostruire la credibilità artistica e culturale dilapidata negli ultimi anni. Il prossimo presidente del Consiglio d’Indirizzo – Sboarina ha fatto capire che non delegherà, che su quella poltrona siederà lui – deve essere consapevole che serviranno progetti alti, in grado di coniugare la qualità con l’appeal, ovvero la capacità di attirare il pubblico.

Servirà un direttore artistico di cultura, di esperienza e di profonde relazioni artistiche, che lavori in tandem con il sovrintendente alla ricostruzione del prestigio che deriva dall’autorevolezza. Serviranno investimenti importanti, impossibili senza una chiamata ai privati che esca dalla logica del sovvenzionamento “difensivo” (turare i buchi contabili) per privilegiare la riaffermazione della credibilità e il suo valore anche economico.

Servirà una “nuova immagine” dell’Arena. Che conservi il meglio della sua storia gloriosa e della sua brillante tradizione, ma sappia parlare alle nuove generazioni. Sfida dentro la sfida, serviranno rigore e discernimento per dare senso e ulteriore appetibilità alle variegate proposte pop e rock, valori aggiunti oggi in libera uscita (e senza il ritorno economico che è lecito attendersi) per un teatro che non può dimenticare di avere la sua prima vocazione nell’opera. Serviranno fantasia e rigore, capacità di sognare e concretezza. Intuizioni e metodo. Altrimenti la pagina della crisi non si volterà proprio.