Veneto, la “mente” del referendum: «doveroso anche il federalismo fiscale»

Per il professor Antonini sarebbe «incostituzionale» se al trasferimento di competenze non si accompagnasse anche quello delle risorse

Luca Antonini, avvocato trevigiano (in foto a destra), docente di diritto costituzionale all’Università di Padova, è considerato la mente pensante, sotto il profilo tecnico giuridico, dietro il referendum veneto del 22 ottobre che ha visto prevalere con maggioranza schiacciante i sì. Ora, al di là di come la si pensi sulla consultazione consultiva voluta dal governatore leghista del Veneto Luca Zaia, è chiaro che nel breve futuro occorrerà familiarizzare con molti concetti fra cui quelli del regionalismo differenziato e del federalismo fiscale. Che potremmo definire i due pilastri che ispirano le due diverse proposte di legge avanzate ieri dal Veneto, ripettivamente sulla contrattazione di competenze da trasferire dallo Stato alla Regione e sull’assunzione dello statuto speciale.

Professore, può spiegare nel dettaglio la differenza fra regionalismo differenziato e federalismo fiscale?
Il regionalismo differenziato è quello previsto dall’articolo 116 della Costituzione il quale al terzo comma stabilisce che ad una Regione possano essere conferite diverse competenze, ovvero sino a 23 rispetto a quelle attuali. In realtà tale articolo implica un legame forte con il federalismo fiscale anche in ragione del rimando all’articolo 119 che è poi quello che entra nel merito del federalismo fiscale.

La maggiore autonomia per cui si è votato al referendum darà solo maggiori competenze, o si ridurrà anche il famoso residuo fiscale, facendo rimanere una quota maggiore di tasse nel Veneto?
Ribadisco che a fronte del trasferimento di determinate competenze è necessario che vengano trasferite anche le risorse. Dico di più, sarebbe anticostituzionale se la cosa non avvenisse. Tra competenze e risorse c’è un legame necessario.

A meno di una improbabile modifica della Costituzione, nel concreto come può la Regione Veneto, se questo è l’intendimento dei cittadini, avvicinarsi agli enti a statuto speciale come Trento e Bolzano, più volte citati a modello da Zaia?
Guardi che in realtà la proposta della Regione Veneto portando con sé il trasferimento di queste 23 competenze, le più note delle quali sono la materia scolastica e quella della salute si avvicina moltissimo allo status delle Province autonome di Trento e Bolzano. Chiedendo la regionalizzazione di tutta la sanità e di tutta l’istruzione si avrebbe l’effetto per cui la Regione per esempio paga e gestisce in proprio l’organizzazione dei propri insegnanti.

Crede che a questo punto sia auspicabile, invece, mettere di nuovo mano alla Carta in senso federale, completando la “riforma a metà”, mai del tutto attuata, del Titolo V del 2001?
L’ultima riforma costituzionale, quella voluta dal governo Renzi, è stata seccamente bocciata dagli italiani. Il problema è che quella era una brutta riforma. Ciò non toglie che interventi più piccoli, e meno pervasivi, possano essere tranquillamente proposti.

Un esempio?
La introduzione, pensata in modo serio ovviamente, di un Senato regionale un po’ come avviene in Germania, a mio modo di vedere, sarebbe auspicabile; come auspicabile è il superamento del bicameralismo perfetto.

Zaia ha rilanciato avanzando formalmente la richiesta di un Veneto al quale il governo riconosca uno statuto identico a quello di Trento e Bolzano.
Io le parlo da tecnico poichè assisto la Regione da questo punto di vista. E la Regione, al di là del quesito referendario, in forza dell’articolo 121 della Costituzione, ha il titolo per proporre alle Camere progetti di legge i quali abbiano come oggetto riforme anche di tipo costituzionale quali sarebbero le riforme tese alla attribuzione anche al Veneto, di uno status diciamo alla trentina. In questo caso però si entra in una dinamica diversa ovvero quella di esclusiva spettanza della dialettica politica e parlamentare.

Ph: Sveva Biocca @Svevabi via formiche.net