I Pir, critiche immeritate: ecco perchè convengono

5 domande e 5 risposte: in cosa consiste la novità dei piani individuali di risparmio, quali sono i rischi e le opportunità

Cosa sono i PIR e che benefici offrono?
I PIR (Piano Individuali di Risparmio) sono strumenti volti a favorire investimenti finanziari di lungo periodo per le persone fisiche sotto un regime fiscale molto favorevole. Di fatto, sono un “contenitore fiscale” all’interno del quale si possono inserire attività finanziarie con determinate caratteristiche. Sono strumenti già molto utilizzati in Europa, e sono stata introdotti quest’anno anche in Italia. Fino ad oggi hanno avuto un successo molto più grande rispetto alle aspettative iniziali. In linea teorica un PIR può essere un OICR (un Fondo Comune d’Investimento, per intenderci), una polizza assicurativa o un deposito amministrato. Tuttavia, il modo più semplice per beneficiare immediatamente di questa opportunità è acquistare OICR che rispettino gli obiettivi di investimento e i vincoli posti dalla legge istitutiva. Il vincolo principale è dato dall’obbligo di investire almeno il 70% in strumenti finanziari emessi da aziende italiane, di cui il 30% non facenti parte del mondo delle società a maggiore capitalizzazione. L’importo massimo complessivamente investibile è pari a 150.000€ (valido per singolo Codice Fiscale), con un importo annuo massimo di 30.000€, anche non consecutivi. Gli investimenti sotto questo regime godono di esenzione sia dall’imposta sui capital gains (che è il 26% per le azioni e il12,5% per i Titoli di Stato) sia da quella di successione, che in Italia – con l’esclusione dei sempre esenti Titoli di Stato – può andare dal 4% all’8% (franchigia esclusa)

Perché lo Stato ci regala l’esenzione?
Perché lo strumento nasce all’interno di un piano europeo – chiamato Capital Market Union – che ha l’importante obiettivo di ridurre il peso del finanziamento delle banche nella struttura finanziaria delle aziende e di rafforzare la dotazione di capitale delle aziende, anche favorendone l’approdo in Borsa. L’Italia è tra i Paesi europei che ha più bisogno di questo passaggio. Credo ci sia poco da dire ancora sulla difficoltà di accesso al credito da parte delle medie aziende venete o sulle modalità distorte che sono state usate per ottenere finanziamenti. I PIR vanno visti quindi non solo come uno strumento per investire, non solo come un modo per risparmiare sulle tasse, ma anche come uno strumento che nel medio termine porterà maggiore libertà di scelta e maggiore stabilità alle nostre aziende. C’è quindi una necessità di trasformazione del ruolo del risparmio delle famiglie italiane, incentivate così a spostare un po’ di soldi dai depositi bancari – peraltro oggi non remunerativi – verso forme di investimento certamente più rischiose ma prospetticamente molto più interessanti, in cambio di sostanziosi vantaggi fiscali. Inoltre, con il vincolo dei cinque anni di detenzione, si raggiunge un altro vantaggio per i risparmiatori, quello di affrontare i mercati non con la logica del mordi e fuggi, della scommessa, che è ancora invece così diffusa tra molti investitori. Tutte le statistiche serie (non le chiacchiere da bar) mostrano che il fatto di entrare e uscire dal mercato riduce significativamente i rendimenti dell’investitore. Il tempo e la pazienza sono infatti migliori alleati – magari noiosi – dell’investitore. Ma torneremo su questo argomento in un’altra edizione. Se il capital gain è per sua natura aleatorio, l’imposta di successione no. L’opportunità va vista con un minimo di prospettiva, nel senso che tra poco potremmo assistere ad un deciso innalzamento delle imposte di successione (tra il 50 e il 100%, pare) e a una riduzione altrettanto importante della franchigia. Non ci sono molti strumenti a disposizione per gestire l’ottimizzazione fiscale, tanto vale prendere in considerazione tutti quelli che si possono utilizzare.

Perché le critiche sui costi?
Dopo un periodo di grande attenzione mediatica, gli OICR/PIR (che sono stati la principale scelta adottata dal mercato) hanno cominciato ad essere oggetto di numerose critiche. La principale critica si è focalizzata sui costi, ritenuti eccessivi. Credo davvero valga la pena affrontare questi temi in modo più serio. Senza pretesa di fare una cosa scientifica, possiamo dire che costi dei vari OICR PIR vanno tra l’1% e il 2%. In questo intervallo ricadono tipologie molte diverse di OICR, dai prodotti bilanciati a bassa componente azionaria (max 15% di azioni) a quelli azionari puri. E’ ovvio che pagare oltre l’1% per investire una parte considerevole del patrimonio su titoli obbligazionari che potranno avere rendimenti non molto superiori al costo di gestione del Fondo non sia molto sensato. Molto diverso è il caso in cui pago il 2% per investire in azioni, magari tutte small cap italiane, dove la speranza di rendimento nel lungo periodo è sicuramente molto superiore a quella obbligazionaria. Il tema caro/non caro, quindi, è mal posto e fuorviante: è caro solo se compro prodotti a basso profilo di rischio che avranno quindi rendimenti attesi praticamente pari al costo di gestione. Per ritrovarsi in portafoglio solo Titoli di Stato, tanto vale comprarseli da soli e non spendere soldi per un gestore, ma per affrontare il complesso mondo dei titoli small cap italiani è molto meglio affidarsi a un gestore e pagarlo. Qui la capacità di selezione di un professionista val bene la spesa. Attenzione quindi alla scelta del prodotto e a tutte le sue caratteristiche, soprattutto se poi dovesse presentare anche costi di ingresso elevati che si aggiungono a quelli di gestione.

Le società italiane a medio/bassa capitalizzazione non sono troppo rischiose?
Questo è un argomento che è piaciuto molto ai detrattori dei PIR. Ancora una volta si dimostra la grande incapacità di una parte dei media di offrire fatti e numeri, anziché opinioni. Prendiamo il caso delle small cap. Non ci vuole un genio della finanza per capire che acquistare da soli una singola azione a bassa capitalizzazione possa essere teoricamente molto più rischioso che comprarsi le azioni di una società ad alta capitalizzazione e ben scambiata sul mercato, tipo Eni, Enel o Generali (le cd. blue chips). Ma siamo sicuri che il discorso valga ancora se andiamo a prendere un paniere ben diversificato delle migliori aziende italiane a media capitalizzazione e lo andiamo a confrontare con le 40 blue chips italiane, rappresentate nell’indice FTSE MIB? L’evidenza storica mostra esattamente il contrario, anche se non può essere garanzia per un ugual futuro. Ad esempio, l’indice FTSE Star, che include circa 70 aziende con requisiti qualitativi importanti (tempi di pubblicazione delle trimestrali, flottante, governo societario, piani di incentivazione per i managers) ha avuto performance molto migliori del FTSE MIB a fronte di una volatilità più ridotta, praticamente su ogni orizzonte temporale.
Il vero pericolo a tendere può essere rappresentato dalla possibilità che si crei una bolla speculativa su tali azioni, derivante dallo squilibrio tra domanda (nuove sottoscrizioni e speculazione che si accoda) e offerta (nuove quotazioni e aumenti di capitale). Questo sta portando le valutazioni di questi titoli su livelli elevati rispetto alla storia. Forse però è troppo presto per parlarne, visto che siamo solo all’inizio del fenomeno e nei prossimi anni ci saranno ancora flussi di investimento importanti. E’ come se – appena partita – avessimo già iniziato a preoccuparci degli effetti della fine della manovra espansiva della BCE (il famoso quantitative easing).

Insomma, i PIR convengono o no?
Non solo che non c’è evidenza fino ad oggi che le mid e small cap italiane siano più rischiose, ma si dimostra anche che saper scegliere tra le tante possibilità che possono avere rischi e rendimenti molto differenti rappresenta la vera e unica ragione per cui abbia senso pagare una commissione di gestione ad un professionista. Inoltre è presto per preoccuparsi troppo dello scoppio di una bolla speculativa. I flussi di investimento ancora prevedibili per i prossimi anni dovrebbero garantire infatti una buona tenuta del mercato, a meno di nuove recessioni o crisi sistemiche, che comunque colpirebbero tutto e tutti. I vantaggi fiscali sono poi davvero significativi sia in chiave attuale che prospettica, considerato anche l’aumento probabile delle imposte di successione.
Contribuire – anche se nel lungo termine – a creare migliori condizioni per le nostre aziende, che sono quelle che creano la vera ricchezza del Paese e che rappresentano la speranza di impiego per i nostri figli, non mi sembra una cosa da trascurare.

A cura di Paolo D’Alfonso – Banca Consulia

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