Toscani, ascolta qua: «se te sì mona, no stà farte capire»

Chi pronuncia con il disprezzo che ha usato il fotografo la nobilissima parola “contadini”, meriterebbe solo di provarne l’atavica fatica

Dissertare sulla arroganza e sulle stupidaggini di Oliviero Toscani è come sparare sulla Croce Rossa, troppo facile, fa tutto lui, ed a dissuadere dallo scriverne si aggiunge l’antica massima secondo la quale non si dovrebbe mai discutere con un cretino. Tuttavia, l’ennesimo insulto ai veneti da parte del fotografo, sottoscrittore nel 1971 della sinistra “Lettera aperta a L’Espresso” contro il Commissario Calabresi, offre involontariamente un motivo di riflessione.

Il blasfemo free-lance Benettoniano, inventore della onusiana beozìa irenista degli United Colors, perniciosa per il pensiero occidentale quasi quanto l'”Imagine” lennoniana, avrebbe affermato che «Milano è la prima città d’Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati: veneti, napoletani, siciliani, neri, africani. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino». Ebbene, direte, chi se ne importa? Il punto è che affiora il sospetto che, sciaguratamente, molti veneti siano finiti a credere a quello cui crede Toscani. Che intellighenzia dimorerebbe a Milano? E chi la rappresenterebbe? Oliviero, fai i nomi, ti preghiamo. La Bocconi? Monti? Davigo? Alesina e Giavazzi? Il quadrilatero della moda? Il Corriere della Sera? Dolce & Gabbana? Berlusconi? Unicredit? Il Sole 24 Ore?

Cari veneti, ci andate mai a Milano? Li avete mai sentiti esprimersi, ovviamente in italiano visto che il loro splendido idioma i più lo hanno abbandonato con snobistico e provinciale sussiego? Un italiano preconfezionato ed affettato, puntellato di “piuttosto che”, farcito di anodine anglofonie, tutti a dire le stesse banalità orecchiate alla Bocconi, fighetti con le scarpe fine ed il cervello grosso, stirpe che da generazioni non impugna un cacciavite nè pesta una merda di vacca, e si vede (al netto di quelle attività che ne sai della vita, dei schèi, del mondo?). Mica ne avrete soggezione, vero? Soggezione di una schiatta che al quesito «volete che la vostra Regione richieda l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse» si reca alle urne con un misero 31%?

Amici veneti, non ci cascherete mica, vero? Ve li immaginate i bilanci delle grandi banche milanesi il giorno in cui i BTP verranno prezzati senza più l’aggiotaggio della Bce? Molti amici veneti dopo il massacro generato dall’eurodeflazione sulle loro aziende, sulle loro banche, sulle loro famiglie, sembrano aver accettato la vulgata romano-milanese: il nord-est è finito, non era quello che pensavamo, è una terra di anelli al naso e di buoni a nulla. Di indigeni che, pensate, non sanno nemmeno parlare italiano.

Caro Toscani, il popolo veneto ti ha dimostrato domenica cos’è la dignità, la serietà, la forza d’animo, il pragmatismo pacifico, cos’è una nazione. Ha fatto giustizia della spocchia sprezzante che è la costante eterna delle elité di privilegiati cui appartieni tu ed il tuo committente di Ponzano. I veneti non hanno bisogno nè di te, nè degli industriali con i quali ti accompagni, tanto meno dei milanesi. Hanno sempre fatto meglio da soli. Molto meglio.

Quanto agli immigrati, andrebbe detto che qui da noi ce ne sono anche di più e che si sono integrati come in nessun altra regione italiana, tanto è operoso, rispettoso e buono il popolo veneto. Quanto all’italiano, sappi che nel Veneto la meravigliosa lingua di Dante è ormai diventata la parlata della sopraffazione unionista, della vessazione fiscale e burocratica, della retorica a reti unificate che ci ammorba dai Savoia ai Mattarella. Parlare in veneto è ormai la vera conquista di ogni giovane della nostra terra, il riscatto dalla italianizzazione, l’iniziazione ai codici più intimi della nostra storia ed identità.

Ma perché te ne parlo? Non lo potresti mai capire; quando un uomo pronuncia con il disprezzo che hai usato tu la parola “contadini”, parola nobilissima, meriterebbe solo di provarne l’atavica dolorosissima fatica e sofferenza. Ah, quanto ai mona…. so certo che mi nono te dirìa anca a tì quèo che ne dixeva ogni dì: “Liviero, se te sì mona, no stà farte capire!“. Questa meravigliosa perla, venetissima, sembra inventata solo per te.