La tribù veneta: ciò che succede qui va sempre bene

Vedi Mose, Pfas e il caso più eclatante: BpVi e Veneto Banca. E i veneti che fanno? Rimangono mansueti

L’esito del referendum sull’astensione ha aperto un dibattito su Vvox molto interessante. In particolare gli interventi del Direttore Mannino e dell’avvocato e imprenditore Roberto Brazzale sembrano riflettere in termini antropologici su una probabile identità collettiva veneta. Brazzale risponde alla consueta provocatoria idiozia di Toscani. Lo fa, come al solito, in maniera colta, brillante, addirittura gustosa perché godibile. Tuttavia il messaggio è regressivo, perché rimanda a forme di fissismo antropologico, che non hanno ormai alcun radicamento nel reale e che hanno l’unico obiettivo di costruire consenso attraverso l’edificazione ad hoc di identità collettive.

Nel ritratto macchiettistico di Brazzale il milanese non sarebbe che un piccolo borghese, snob, banale, con un lessico ristretto ma condito di anglicismi; il veneto invece spicca per “dignità, serietà, forza d’animo, pragmatismo pacifico”. La costruzione di uno storytelling che ha l’obiettivo di costruire un nazionalismo regionalista è evidente. Tutto ciò appare ancora più bizzarro e sbilenco in un’epoca nella quale la diffusione di un’omologazione sempre più innegabile, nel modo di vestire, pensare, comportarsi, in un tempo in cui il trionfo dell’Homo Consumens e dell’Homo Economicus ha ormai spazzato via ogni tradizione, dialetto, stile di vita territoriale. Insomma, l’xbox ha vinto sul filò e la trap ha spazzato via “E mi e ti e Toni”. Infatti anche le rivendicazione indipendentiste e autonomiste sono mutate. Prima i più poveri corsi e occitani aspiravano ad un’indipendenza che mirava a salvare la propria terra da un “genocidio culturale”. Adesso che l’homo economicus ha trionfato, le rivendicazioni indipendentiste e autonomistiche arrivano quasi sempre dalle arre più ricche dei paesi.

E veniamo al Direttore. Per Mannino chi non capisce l’identità veneta sarebbe tendenzialmente uno snob, incapace di immergersi nella realtà e di ascoltare la pancia del popolo. Attenzione però perché, come spiegò in maniera cristallina il grande storico Hobsbawm, la maggior parte delle tradizioni sono inventate. La costruzione di identità collettive serve proprio per esigenze politiche. Il recupero di motivi della civiltà romana nel fascismo non è una costruzione di una tradizione? Perché la Lega, nonostante tutti gli scandali veneti non perde mai il consenso? Perché dal 1996 non ha costruito un partito, ma un popolo. In maniera bizzarra ma efficace, ha fuso motivi della lega lombarda contro l’Imperatore Barbarossa (vedi Pontida), con motivi longobardi (dimenticando che venivano dalla Pannonia, l’odierna Ungheria!), con addirittura motivi celtici (l’ampolla del Po, il Sole delle Alpi; esilarante fu il matrimonio dell’allora ministro Castelli con rito celtico!).

Chi, come me, condanna questi meccanismi, non lo fa perché, come afferma Mannino, è un liberal-globalista, ma perché ritiene che questi siano strumenti di autoconservazione del potere. La mia teoria è che il Veneto ragioni con la logica della tribù. Questo è il primo corollario: ciò che è interno alla tribù non può mai essere una minaccia per la tribù. Così il Veneto rimane mansueto, anche se il crollo di BpVi e Veneto Banca ha bruciato dai 16 ai 20 miliardi nel territorio; mentre l’azienda di Zonin festeggia il record di fatturato, i 118mila veneti hanno perso una parte o tutti i risparmi. Il Veneto rimane mansueto anche se 350 mila persone bevono da anni un’acqua con livelli di pfas 20 volte superiore alla norma. Il Veneto rimane mansueto, anche se questa classe dirigente in 30 anni ha distrutto il territorio, cementificando ovunque, portando la superficie agricola utilizzata ben al di sotto di quel 50% che è il limite per evitare il rischio idrogeologico. Il Veneto rimane mansueto, anche se il Mose brucia più di 1 miliardo in corruzione, il più grande scandalo in Europa degli ultimi anni. Se è dentro la tribù si rimuove, si occulta, si guarda dall’altra parte. Secondo corollario: solo ciò che è fuori dalla tribù può essere una minaccia alla tribù. Allora il problema può essere solo l’immigrato, il richiedente asilo, Roma ladrona.

Ecco, non è che questo senso di identità non lo sentiamo, che la pancia non la ascoltiamo. Ci piacerebbe però lavorare per cambiarlo. Ci piacerebbe dire ai Veneti che il meccanismo cognitivo per cui le minacce vengono solo dall’esterno finisce con il creare un corporativismo comunitario che difende i potenti di turno. Ci piacerebbe dire ai veneti che queste dinamiche identitarie finisco per diventare delle armi di distrazione di massa utili ad assolvere una rete di potere locale che fa i propri interessi e danneggia i più. Questo senso della tribù non difende i veneti, difende le reti di potere venete.

 

Caro Carlo, ma se l’incapacità e la criminosità della classe dirigente locale – che su VVox, me ne darai atto, fustighiamo abbastanza – costituissero un motivo sufficiente contro l’aspirazione all’autogoverno, coerenza ti imporrebbe di andare fino in fondo e invocare l’abolizione della Regione, con annesso ritorno al regime prefettizio provinciale, e perchè no?, al podestà nominato dal governo centrale. A questo punto, torniamo allo Statuto Albertino. Saluti tribali. a.m.