Miteni, tutto il verbale Noe: «Pfas nel sangue degli operai alle stelle»

Punto per punto, l’analisi delle rivelazioni uscite dalla trasferta della Commissione Ecomafie

Mentre in questi giorni sui media veneti si torna a parlare di screening sanitario sui dipendenti della Miteni, i destini dei lavoratori della fabbrica trissinese, al centro di un caso di contaminazione da Pfas che ha interessato il Veneto centrale, finiscono nei resoconti dei verbali della Commissione Ecomafie. A esprimersi in termini molto preoccupati per la salute degli operai è il Noe, che parla di concentrazioni nel sangue a livelli «stellari». Il Nucleo regionale dei Carabinieri per la tutela ambientale, che ha base a Treviso, da settimane sta indagando su disposizione della Procura di Vicenza sul maxi-caso di inquinamento.

Durante la sua missione in terra vicentina, il 14 settembre scorso, la commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti ha ascoltato il maresciallo Manuel Tagliaferri, uno degli uomini di punta del team investigativo che si occupa dell’indagine. Il carabiniere ha usato un’espressione che non lascia spazio a interpretazioni: «Gli operai hanno valori di Pfoa, ovvero acido perfluoroctanico nel siero a livelli stellari: i più alti del mondo. Si presume che nel passato queste persone non abbiano lavorato in condizioni di sicurezza perché per avere questi valori, qualcosa c’era che non andava. Volevamo capire se anche oggi ci sono gli stessi problemi». Quello vergato a pagina 9 del verbale è un passaggio delicatissimo perché conferma ed amplifica i timori già espressi in passato dai lavoratori che si erano basati su alcune elaborazioni di dati aziendali e dell’Ulss in loro possesso.

Che cosa decideranno di fare adesso gli operai è difficile a dirsi, anche se l’8 ottobre, giorno della grande manifestazione “No Pfas” di Lonigo, Renato Volpiana, esponente delle rappresentanze sindacali di fabbrica (le Rsu) per conto di Cgil-Filctem, aveva rilasciato una dichiarazione dai toni sibillini e battaglieri al contempo: «Per questioni di riservatezza non posso parlare al momento, ma se qualcuno pensa che staremo con le mani in mano si sbaglia di grosso».

Nel verbale di 19 pagine si parla anche dei rapporti non sempre facilissimi tra la Procura, che seguirebbe una impostazione più prudente, e gli inquirenti del Noe, maggiormente inclini ad un approccio investigativo più effervescente. Leggendo pagina 3, poi, e con particolare riferimento alle parole del maggiore Massimo Soggiu, il comandante del Noe, si viene a sapere che i carabinieri hanno chiesto «di poter perquisire l’abitazione e l’ufficio a Milano presso il policlinico del professor Giovanni Costa, che era lo storico medico di società di Miteni». A pagina 8 invece si riporta che i militari avrebbero chiesto addirittura il sequestro della fabbrica, ma che la Procura è stata di diverso avviso. Lo stesso dicasi per il cosiddetto blocco dei beni rispetto al quale la procura «ha risposto che al momento non ci sono gli elementi per poterlo proporre».

A pagina 5  sempre i carabinieri mettono in rilievo una serie di e-mail acquisite agli atti, in merito alla eventualità che sia la vecchia che la nuova proprietà potessero essere al corrente dello stato di contaminazione addebitabile all’impianto trissinese. Il che confermerebbe in buona sostanza lo scenario tratteggiato per la prima volta proprio da Vvox ancora il 13 luglio di quest’anno. A parlare è ancora il maggiore e la sua analisi è diretta: «Lo scrupolo che ci siamo fatti è che magari erano entrati altri che non sapessero, ma non è così perché, anche per conoscenza dal vecchio presidente del consiglio di amministrazione» sino al dottor Davide Drusian attuale responsabile per la sicurezza, «costoro» erano «chiaramente citati nelle e-mail».

Apagina 10 un altro aspetto delicatissimo: quello delle prospezioni indicate dalla proprietà per tentare di redigere una mappa dell’inquinamento sotto la Miteni, la quale, giova ricordarlo, non è un capannone unico, ma una grande installazione fatta di più costruzioni, stabilimenti, aree di carico e stazioni tecniche in collegamento tra loro. Detto in estrema sintesi Tagliaferri spiega che se non si procederà con una serie di carotaggi a maglia fitta, anche sotto gli impianti, sarà complicato delineare la mappa dell’inquinamento. A questo si aggiunga che un altro fattore importante oltre alla frequenza degli scavi è pure la profondità degli stessi. In realtà, di questo ultimo aspetto Tagliaferri non parla.

Paradossalmente ma neanche tanto, gli spunti più interessanti della relazione potrebbero venire dalla parte secretata, per legge non conoscibile. Ora da una lettura in filigrana del verbale della commissione presieduta dal deputato ferrarese Alessandro Bratti (Pd), si intuisce chiaramente che Soggiu e Tagliaferri hanno probabilmente fatto rivelazioni di dettagli più vicini al cuore delle indagini, ma senza documenti i riscontri puntuali lasciano il campo alle congetture. Da questo punto di vista però non possono essere dimenticate le parole dell’avvocato Edoardo Bortolotto di Medicina democratica (in foto un momento della serata), il quale il primo ottobre, durante un incontro pubblico al teatro comunale di Lonigo dedicato al caso Pfas, spiegò che la Du Pont, finita nel mirino della giustizia per un altro caso di inquinamento da Pfas, ben prima avesse garantito ai suoi lavoratori standard di sicurezza elevati per gli anni ‘70-’80. Segno che la delicatezza di quella lavorazione in termini di salute dei lavoratori, anche sul piano della «conoscenza scientifica», fosse ben nota.