Virgili, ovvero quando essere provocatori non basta

Basta essere politicamente scorretti per scrivere un buon romanzo?

Uno strano romanzo si aggira per l’Italia, un romanzo di stampo nazista. Dopo Mondadori nel 1970, Pequod molto dopo, è stato Il Saggiatore, appena l’anno scorso, a riprovarci per la terza volta. Bella edizione, con prefazione di Roberto Saviano, a garanzia del fatto che non si tratti di un’operazione politicamente ed editorialmente perniciosa e scorretta. Non che ci sia da preoccuparsi: di solito un libro non è mai pericoloso, se non altro dato l’esiguo numero di lettori. Al massimo ne dibattono quattro critici, nel chiuso dei loro spazi sui giornali. L’inanità di simili discussioni è pari solo a quella di un battito d’ali di farfalla in Giappone, per chi vive in Sardegna.

“La distruzione”, questo il titolo dell’opera, è un romanzo basato su una storia che non c’è. Un ex interprete delle SS si ritrova, alla fine della guerra, a lavorare nella redazione di un giornale. Niente di sensazionale o eccitante. Più che altro corregge refusi. Non guadagna granché. Le donne lo tengono a debita distanza, più per il fatto che risulta repellente all’aspetto che per altro. La sua sessualità è prevalentemente orientata in senso sadico. Immerso in questa mesta e fiaccante quotidianità, che è un po’ la cifra distintiva di ogni periodo pacificato, il protagonista ricorda con rammarico i bei tempi andati del dominio hitleriano sull’Europa e i sogni di grandezza che furono suoi come di molti tedeschi.

Per quel che riguarda la trama, al di là delle facili critiche per l’esaltazione del Führer, ci sarebbe poco da eccepire. Anzi, ben vengano storie che raccontino il nulla del vivere contemporaneo. Houellebecq è stato e resta, in tal senso, il maestro più attuale, soprattutto con il suo primo romanzo “Estensione del dominio della lotta”. Il punto è che Virgili, nel suo ardito tentativo – di questo bisogna dargliene atto –, fallisce. Purtroppo, a uno scrittore non basta trovare le giuste tematiche, la cosiddetta sostanza. In letteratura, la forma è sostanza ed è proprio qui che l’autore casca rovinosamente con il sedere a terra. La scelta del flusso di coscienza è mortale, come del resto lo è sempre stata, da James Joyce a Virginia Woolf. Sì, determina una certa esaltazione nei critici, ma per chi legge è straziante. Frasi spezzate, punteggiatura che va e viene a casaccio, pensieri interrotti da improvvisi quanto ingiustificati flashback. La noia è l’ineluttabile conseguenza. Non parliamo poi di cosa può accadere mescolando la propria vita triste e scialba a citazioni in tedesco dai discorsi di Hitler, il tutto inframmezzato dalla descrizione di rapporti sadomaso. Gli effetti vanno dal soporifero al lassativo, fino al lancio del testo contro il muro.

(Le copertine che La distruzione ha avuto nelle sue tre edizioni)

Virgili, comunque, è assurto al rango di scrittore maledetto di destra, non foss’altro perché la destra è talmente minoritaria sul piano culturale da dover imbarcare chiunque capiti, purché abbia anche solo una qualche eco che vagamente richiami la sua ideologia. Nel peggiore dei casi poi, i modelli li si va addirittura a cercare dall’altra parte: vedi i ragazzi di Casapound innamorati della figura del Che. È una tragedia, la tragedia di tutto un mondo che non ha saputo investire in un certo ambito, lasciando alla sinistra campo libero. Certo, sul fronte opposto stanno per la maggior parte prezzolati e gentaglia che usurpa indegnamente un ruolo nobilissimo. Al contrario, gli scrittori ascrivibili al versante reazionario sono tra i migliori, come sottolinea giustamente sempre Houellebecq. Da quest’ultimo appunto, fino a risalire a Balzac, passando per Dostoevskij e Céline. Ma nessuno di loro è di destra nel senso più becero del termine. Per usare un parallelo, non certo nel modo in cui Baricco è renziano. Ma, quando si va a elezioni, anche la propaganda di un Baricco qualsiasi produce i suoi esiti positivi.

Sulla figura di Dante Virgili e sulla tormentata vicenda umana ed editoriale è stato anche scritto un libro, Cronaca della fine a firma di Antonio Franchini. Come di rado capita, il libro su è perfino più interessante del libro di. Se non altro perché costituisce un interessante spaccato sul dietro le quinte delle pubblicazioni, tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta. Naturalmente, le regole che vigevano allora, ai nostri giorni non hanno più corso. Col cavolo che attualmente uno sconosciuto potrebbe bussare alla porta di uno dei più importanti editori italiani! Lo manderebbero via a pedate. Nella migliore delle ipotesi, gli consiglierebbero un agente… o gli chiederebbero di esibire una tessera di partito – è superfluo precisare quale.

(Antonio Franchini, Cronaca della fine)

Malgrado ciò, bisogna riconoscere all’autore di La distruzione che alcuni suoi passi sono davvero di notevole impatto. Soprattutto quando auspica, rivoltando le viscere sulla pagina e lordandola di sangue, la “fine dell’esperimento umano come di quello dei dinosauri”. Al di là della violenza verbale, coglie e mette molto bene in prosa un sentimento di stanchezza vitale, una cupio dissolvi, tipico di questo mostro mondo in cui tutto e tutti sembrano tendere, seppur con gradi differenti di coscienza, verso una disastrosa volontà di annichilimento. Se Virgili fosse riuscito a concentrarsi su aspetti simili – fine dei tempi e della forza vitale, eccessivo ammansimento degli istinti ancestrali sotto regimi democratici di pace – probabilmente avrebbe prodotto qualcosa di epocale, prima di certe oramai tarde messe in guardia. Purtroppo, ha smarrito se stesso nella ricerca di uno stile per lo stile, in ciò incontrando inconsciamente la peggiore tendenza di certi pseudo scrittori della sinistra. Peccato, perché avrebbe avuto sicuramente la capacità e il gusto per il pensiero controcorrente. Per questo, nessun consiglio sarà mai più prezioso per un giovane scrittore che cercare in primis la coordinazione perfetta tra la penna, il cervello, e il cuore… e, solo infine, premere il grilletto.

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