Grammatica del Pd: non capirci niente e pontificare

Il partito di Renzi è una vera fucina di trovate. Come dare del razzista quando il razzismo non c’entra nulla

Sembrerebbe difficile, dopo il Fascistellum, riuscire a trovare nelle politiche del Pd qualcosa che riesca ancora ad eccitare il nostro sdegno e il nostro fastidio. I vecchi che frugano nella verdura marcia ai mercati generali, li abbiamo già visti; i pappaeciccia con le banche li abbiamo già visti; gli arruffianamenti con loschi politici dalla fedina penale sporca, anche. Eppure basta seguirli nel loro quotidiano viaggio lungo l’omologazione e lo sfascio del Paese (ora anche in treno, il “FrecciaRenzi”; a proposito: “e che ci giunga ancora/un giorno la notizia/di una locomotiva come una cosa viva/lanciata a bomba contro l’ingiustizia”…); basta seguirli, dicevamo, per scoprire facilmente sempre qualche nuova boiata, che ci riconferma nella convinzione che cacciare il Pd dalla vita politica, sociale e culturale del Paese sia una missione di civiltà.

È fresca di questi giorni, per esempio, l’alzata di scudi piddina contro quel sussidiario per la scuola elementare che, parlando degli immigrati, ha osato scrivere nientepopodimeno che quanto segue: «molti vengono accolti nei centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge». E ancora: «Nelle nostre città gli immigrati vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile». E ancora: «per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti».

Intellettuali “organici” e pseudogiornalisti a rimorchio si sono stracciati le vesti, e grida di “dagli al razzista!” sono risuonate in tutta la stampa “democratica” (appunto…). Razzismo? Ma de che?, si staranno chiedendo i nostri ventiquattro lettori, magari pochi ma tutti forniti di buon senso. Dire che molti immigrati «sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge» è la descrizione oggettiva del loro status, non è razzismo.
Dire che «nelle nostre città gli immigrati vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile» è pura e semplice analisi sociologica: non è razzismo. Dire che – non molto spesso, dobbiamo riconoscerlo – gli Italiani «per motivi economici e sociali talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti» è anche questa elementare antropologia sociale: non è razzismo.

Tutto chiaro, oggettivo ed evidente: potrebbe arrivarci anche uno del Pd. Ma è molto più semplice, e più redditizio, cavalcare l’onda del buonismo ipocrita e del politically correct, come fa, per esempio, Simona Malpezzi, responsabile scuola del Pd, in foto (sapete: quelli della Buona Scuola, quelli dell’Alternanza Scuola/Lavoro, che mandano i ragazzi a lustrar marmitte nelle Feste del Pd), e scrivere (Repubblica del 26/10/17) che questo testo insinua che «l’integrazione è una minaccia per gli Italiani», o che esso «giustifica l’intolleranza strisciante» (qui a parlare è Alessandra Ziniti, autrice, allineata, del pezzo).

Tentare di far capire alle sunnominate che qui di razzismo non c’è neanche l’odore, sarebbe come lavare la famosa testa al famoso asino: ci si perderebbe il ranno e il sapone, come diceva la mi’ nonna lucchese. Ancor più difficile sarebbe cercare di far capire loro che c’è un metodo semplicissimo perché nessuno scriva più queste cose. Volete che gli immigrati non siano più “clandestini”? Dategli cittadinanza e documenti. Volete che le loro condizioni non siano più “precarie”? Dategli casa e lavoro. Volete spegnere l’intolleranza e costruire l’integrazione? Costruite periferie sane e vivibili per tutti.

Non è difficile da capire, e se non lo capiscono non è perché non ci arrivano: è perché, dietro a questa pelosa indignazione, c’è una “cultura”. C’è la cultura del “aiutiamoli a casa loro”, la cultura di Minniti, la cultura della guerra alle Ong. Questo c’è, e l’abbiamo capito da un pezzo, e sappiamo che parlare è inutile. Basta che ce ne ricordiamo quando andremo a votare, anche con questa sconcezza di legge elettorale. Non importa chi voteremo. Dopo di loro, venga pure il diluvio: ma che se ne vadano, finalmente.