Dezio, la letteratura entra in fabbrica

I romanzi parlino di tutto fuorché della vita quotidiana? Per fortuna esiste ancora in Italia qualche autore che cerca di descrivere la tragica realtà del nostro tempo

Strane creature i romanzieri. Mostruosa prole i loro romanzi. Vi sarà sicuramente capitato, leggendo la quarta di copertina di un testo preso a caso dagli scaffali di una libreria, di pensare: “Ma che accidente di storia è questa?!”. È abbastanza facile, con un po’ di consuetudine, individuare delle trame che tendono a ripresentarsi come incubi ricorrenti della letteratura. Ci sono le storie esotiche (luoghi lontani, viaggi assurdi). La dannazione dei fantasy – dicono che scrivono tutti, ma il grosso sputa semplicemente fuori deliri onirici in cui è difficile scorgere qualcosa di sensato. Un altro insopportabile filone è quello dei romanzi con protagonista uno scrittore. In alcuni si tratta di uno ricco, in altri è uno spiantato. Poco importa. Nove volte su dieci si tratta di una storia idiota. A prescindere comunque dall’individuazione di questi filoni, una cosa salta subito all’occhio: nei romanzi la realtà latita. La vita vera è assente. Proprio nel momento in cui questa si è fatta maggiormente opprimente e grave, le penne che dovrebbero raccontarla fuggono, si dedicano allo svago.

Quello di cui avremmo invece maggiormente bisogno al momento è proprio di un nuovo realismo, o naturalismo che dir si voglia. Ci servirebbe un Zola, un Balzac. Ma pure un Pasolini, un Verga. In Francia, qualcosa si muove. Esiste Houellebecq; di recente, si è fatto conoscere in traduzione anche Obertone, con Guerriglia, e il suo racconto apocalittico di un paese che cade nelle mani del fanatismo islamico. Quindi sì, alcuni nomi vi sono, ma sempre in numero ridotto rispetto agli scrittori atti solo a sviare dalla drammaticità dell’attualità. Come se non bastassero tutti i mezzi di distrazione di massa a cui la letteratura potrebbe realmente contrapporsi.

Non parliamo poi della poesia, in larga misura buonista e avvezza per vocazione a un intimismo cieco verso la realtà sociale circostante. Tra i grandi nomi italiani che si sono distinti negli ultimi decenni possiamo comunque annoverare un capostipite d’eccezione, Giuseppe Culicchia con il suo Tutti giù per terra. Mirabile romanzo che forse per primo racconta la realtà del precariato contemporaneo. Ma esistono per fortuna anche altri titoli e autori, malauguratamente meno noti, che hanno scelto di seguire lo stesso solco. Uno di questi è Francesco Dezio con il suo Nicola Rubino è entrato in fabbrica.

(Le copertine di Nicola Rubino è entrato in fabbrica nella prima versione di Feltrinelli e nella riedizione di TerraRossa Edizioni)

Rocambolesca vicenda editoriale quella dell’autore. Il testo in questione venne pubblicato per la prima volta da Feltrinelli, per poi approdare adesso a Terrarossa Edizioni, nella Collana Fondanti in cui confluiscono, citando la stessa casa editrice, «opere che hanno segnato un’epoca o hanno rappresentato un tassello fondamentale nel percorso narrativo di autori di talento» e che vengono riproposte «affinché possano continuare a dialogare con i lettori». Ma non è tutto così semplice, ammesso che l’aggettivo semplice si attagli a quanto descritto. Anche per Dezio vi sono state un certo numero di difficoltà – e quando si parla di difficoltà in letteratura, si intende rifiuti.

Dopo aver conosciuto, grazie a qualche concorso letterario, una serie di editor famosi, l’autore ha avuto modo di spedire in giro il suo lavoro di esordiente totale e senza santi in paradiso. Einaudi ovviamente lo aveva giudicato inadatto alla pubblicazione, ma gli consigliava di continuare a scrivere – insomma, ce lo manda, ma senza farlo capire. Nicola Lagioia, allora editor di Minimun Fax e oggi passato armi e bagagli a Einaudi e Repubblica – strano! –, pur esprimendo apprezzamento, lo aveva bocciato adducendo come motivazione che «la narrazione non va da nessuna parte». Come se la vita di un operaio con un lavoro alienante andasse chissà dove! Lagioia non aveva capito la necessità di aderenza della scrittura al reale – del resto, scrive sul giornale della diabolica coppia De Benedetti-Scalfari.

Alla fine, grazie al cielo, nel 2004, arriva Feltrinelli e la storia conosce almeno momentaneamente un lieto fine. Persino Roberto Saviano, allora sconosciuto – bei tempi! –, compiendo una inaspettata mossa intelligente, scrive delle parole sul testo davvero encomiabili: «Questo romanzo riesce a spurgare tutto il falso ciarlare sul lavoro, sugli stage, sul part-time, sulla flessibilità, sulle risorse umane. E ci si ritrova con la materia vera, quella dello sfruttamento totale e spietato». La morale è che non sempre tutto il Saviano viene per nuocere.

Nicola Rubino è entrato in fabbrica è la storia della vita schifosa, squallida, e alienante che conduce un operaio nello stabilimento di una multinazionale. In parte ispirato a un’esperienza lavorativa vissuta dall’autore, questo romanzo è una molotov gettata in faccia per svegliare, con una fiammata improvvisa, il lettore dormiente nel lieto sogno del benessere raccontato da tv e giornali. Eccola la vita vera messa nero su bianco. La vita rubata, lo sfruttamento, i periodi di inserimento non retribuiti, le sottili minacce di non vedersi rinnovare il contratto, i sindacalisti paraculi, la mancanza di solidarietà da parte dei colleghi, la tirannia psicologica del padrone. Benvenuti nel mondo reale.

La cosa che più colpisce è che anche là dentro, tra quelle creature miserabili e devastate dalla fatica, viga un unico principio: fregarsene di tutto ciò che non siano stupidaggini quali il nuovo telefono cellulare, o la playstation. Devastante. Ma vero. E non c’è scampo. Non per niente, nulla viene descritto della vita fuori dal luogo di lavoro. Perché non c’è vita oltre il filo spinato dello otto ore che spesso diventano dodici, delle mani e dei tendini che fanno male, della degradazione che si sopporta per portare a casa lo stipendio e che, una volta tornati alla propria dimora, cagiona solo sopore. Voglia di dormire che non è necessità di rinfrancarsi dopo una fatica piena e appagante, ma voglia di annullarsi, scomparire, smarrirsi nel buio del non pensiero. Un libro consigliato a chiunque desideri, tra ironia e amarezza, tornare finalmente con i piedi per terra.

Tags: ,

Leggi anche questo