Commissione banche, meno “Casini” del previsto

Dall’imbarazzante Cappelleri al burbero Visco, dall’efficace Pignatone allo spocchioso Barbagallo, finora spunti interessanti non sono mancati. A mancare ancora è la verità

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Uno strano cocktail: curiosità, stupore, amarezza e speranza. Quando si è deciso per la commissione d’inchiesta sulle banche, chi scrive pensò che tali strumenti non avevano sovente dato buone risposte a certi quesiti, che i tempi a disposizione di quella di cui sopra erano troppo brevi, e che la presidenza Casini fosse strumentale ad certo risultato. Mi sto, prudentemente, un po’ ricredendo.

Ritmi e domande dei vari commissari fanno sperare che non si tratti di sola routine. La curiosità è legata anche all’impatto visivo ed auditivo di quanto dicono i vari convocati e va dall’imbarazzo provocatomi dal procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri, dalla burbanza del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, dall’asciutta efficacia del procuratore romano Pignatone e dalla spocchia del capo della vigilanza della banca  centrale, Barbagallo. Di quest’ultimo signore ho potuto anche leggere le 26 pagine del suo intervento e, mi si perdoni l’ardire, vi ho riscontrato varie situazioni contestabili.

Dopo aver letto un verbale del cda di Veneto Banca nel quale l’ex ad Consoli e l’ex presidente Trinca riportavano le richieste e i modi rudi con i quali Barbagallo voleva convincerli a concedersi a Zonin, ho inviato un paio di mail al senatore Casini segnalandogli che c’erano persone «al corrente dei fatti» che si mettevano a disposizione per collaborare. Non ho, forse ovviamente, avuto risposta.

Chi è ben introdotto nel giro della politica e con agganci nei piani alti assicura con assoluta certezza che la commissione Casini ha a disposizione tutti i documenti necessari per trattare la questione, con cognizione di causa, e che quindi non avrebbero bisogno di apporti da chicchessia. L’amarezza, ancora presunta, arriverebbe qualora i commissari, avendo in mano quanto necessario, non ponessero le domande o facessero le contestazioni opportune.

Si aggiunge il problema della durata della commissione. Vedo che, apprezzabilmente, i ritmi di udienza sono serrati, ma preoccupano non poco le dichiarazioni dei presidenti di Senato e Camera che vogliono far terminare i lavori contestualmente alla data di scioglimento delle Camere.

Quanto al famoso faccia a faccia di giovedì  9 novembre tra Barbagallo di Bankitalia e il direttore di Consob, potrebbe innescare altri cortocircuiti e, quindi, dilatare i tempi dell’inchiesta. L’altro giorno ho letto che Maurizio Dalla Grana, storico oppositore, con ragione, della gestione Zonin, ha prodotto documenti che dimostrano come Bankitalia potesse sapere delle operazioni baciate, almeno un anno prima di quanto da loro affermato. Mi auguro che anche questo documento arrivi quanto prima in commissione.

Infine, non si sottolineerà mai abbastanza che tutti gli alti lai sull’attacco all’istituzione Banca d’Italia sono fuori luogo e fuori tema. Le critiche sono a chi ha gestito, e non in realtà all’istituzione in sè. Sarebbe come dire che l’impeachment di Nixon abbia reso la presidenza degli Usa più debole. Al contrario, l’ha resa più forte perché ha dimostrato che gli anticorpi ci sono e funzionano.

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