«Immigrati ricollocati, se uno Stato europeo li rifiuta avrà meno fondi»

Riforma degli accordi di Dublino, l’eurodeputata Schlein: «un richiedente asilo potrà scegliere fra quattro Paesi diversi»

L’eurodeputata Elly Schlein (Possibile) del gruppo Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici, dopo un anno e mezzo di duri negoziati nel Parlamento europeo, è soddisfatta: la riforma degli accordi di Dublino è stata approvata. Una scelta che punta ad una maggior condivisione delle responsabilità nel gestire l’ingresso di immigrati nel continente, ora praticamente tutte sulle spalle di Italia e Grecia.

Quali sono i principali elementi della riforma?
L’innovazione più importante è l’abbandono del criterio ipocrita del primo ingresso irregolare che obbliga i richiedenti asilo a presentare la domanda nel paese dove sono stati identificati e registrati. Abbiamo introdotto un meccanismo permanente e automatico in cui le persone saranno assegnate a un paese sulla base di criteri ben precisi. In particolare si terrà maggior conto dei legami già esistenti. Oggi è possibile appellarsi al ricongiungimento solo se in un paese dell’Unione è presente un familiare richiedente asilo o rifugiato, mentre noi abbiamo previsto che ciò possa avvenire anche nel caso in cui il familiare abbia un regolare permesso di soggiorno. Abbiamo inoltre ampliato la nozione di familiare oltre alla possibilità di fare richiesta anche per il figlio maggiorenne ancora a carico. Da ultimo il legame esistente comprende altri aspetti quali un titolo di studio rilasciato da uno stato membro o anche una competenza linguistica.

Qualora nessuno di questi criteri appena citati trovi applicazione, il richiedente asilo potrà scegliere tra quattro paesi dove presentare la sua richiesta. Qual è la ratio di questa disposizione?
In questo caso abbiamo previsto che venga data una scelta al richiedente asilo tra quattro stati membri che sono gli stati più lontani dal raggiungimento della loro quota (quota che si basa sui due criteri oggettivi di Pil e popolazione). Si tratta dunque di una scelta mitigata tra paesi che vengono individuati automaticamente. Tutti gli esperti con cui ci siamo relazionati hanno insistito sul fatto che il fallimento di Dublino stia nella sua coercitività figlia di un meccanismo totalmente imposto. È importante far partecipare i richiedenti asilo perché si tratta di una decisione fondamentale per la loro vita. Devono sentirsi coinvolti. L’idea della riforma che abbiamo portato avanti è quella di creare incentivi per stare dentro alle regole e disincentivi a uscire dagli schemi. Per esempio, il criterio della scelta non verrà applicato qualora la persona si sia mossa autonomamente, fuori dalle regole.

Cosa succede ora se un Paese si rifiuta di accogliere il richiedente asilo?
Nel settembre del 2015 i governi europei si sono impegnati a fare 150mila ricollocamenti, ma com’è noto alcuni paesi non hanno rispettato i loro obblighi. Dal Parlamento abbiamo protestato molto e la Commissione finalmente aveva deciso di avviare un meccanismo sanzionatorio. Con la nostra modifica, oltre alla sanzione, che riteniamo troppo blanda dato che permette di pagare per venir meno ai propri doveri, prevediamo anche che ci sia una sanzione sui fondi strutturali che il Paese riceve dall’Unione Europea. Non si può voler essere parte solo dei benefici, è necessario anche condividere le responsabilità.

Cosa cambia in termini di sicurezza?
Innanzitutto credo che ci siano forti allarmismi sulla questione e che non sia da avvicinare il tema dell’asilo a quello della sicurezza nazionale. Una volta che il richiedente asilo arriva, per esempio in Italia, si raccolgono le impronte che vengono incrociate con i database nazionali ed europei e, solamente in caso di grave rischio per la sicurezza, si prevede una procedura accelerata.

Che tempi prevede per le negoziazioni in Consiglio, organo co-legislatore assieme al Parlamento?
È difficile fare una previsione sui tempi. Il Consiglio dovrebbe discutere di questa modifica nell’incontro che verrà fatto a dicembre e si è impegnato per arrivare a un accordo entro la primavera 2018. È vergognoso che fino ad ora il Consiglio abbia trovato un punto d’incontro solo sull’esternalizzazione del controllo tramite pericolosi e cinici accordi con Turchia, Libia e altri paesi africani. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di 1.300.000 richieste di asilo nel 2015 meno dello 0,1 % della popolazione. Bisogna ridare proporzione a questo fenomeno.

Perché le posizioni dei due organi legislativi sono così distanti?
Perchè in Parlamento prevale il metodo comunitario, i membri sono eletti direttamente dai cittadini e i negoziati si riescono a portare avanti, come in questo caso, unendo tutti i gruppi parlamentari dalla sinistra ai verdi, ai socialisti, a popolari e liberali. Tutti i gruppi sono stati coinvolti, a eccezione dell’ENL (Europa delle Nazioni e della Libertà) che non ha voluto partecipare e di cui la Lega fa parte. In Parlamento si può ragionare e siamo riusciti a dare un segnale ai cittadini italiani e greci in termini di solidarietà. In Consiglio purtroppo prevalgono gli egoismi nazionali.

È tempo di referendum delle “piccole patrie”. In  Veneto, per esempio, il risultato è stato schiacciante. Cosa deve fare la politica per riavvicinarsi ai cittadini?
Il ruolo della politica è quello di ascoltare, di responsabilizzarsi e di farlo in modo democratico. La politica deve essere chiara e non può prendere in giro i cittadini, come in Veneto. È già previsto che i temi trattati dal referendum possano essere gestiti dalle regioni sulla base dell’art. 116 della Costituzione. Non è giusto che la politica strumentalizzi per fini elettorali, deve invece porsi il problema di pensare a un regionalismo diverso e che lo faccia salvando la dimensione nazionale e i fini redistributivi. I recinti nazionali, e ancor più quelli regionali, sono una risposta illusoria, l’unione deve fare la forza perché siamo davanti a sfide importanti e ergere muri non è una soluzione. Anche perché noi siamo dalla parte sbagliata del muro.