Suona il cambiamento (climatico): ecco la playlist

Mentre a Bonn c’è la COP23 sul Clima e i Paesi G7 firmano accordi a a Milano, noi proviamo a stilare la colonna sonora dell’impegno ecologista

Che la musica possa essere anche politica è cosa nota. Alcuni musicisti hanno fatto della questione sociale una bandiera che suona al ritmo di rullanti, giri di chitarra e dita a scorrere sul pianoforte (una tra le tante, Nina Simone il cui attivismo per i diritti civili ha finito per essere una ragione di vita completamente totalizzante). Altri rifiutano l’idea che la musica possa in qualche modo farsi promotrice di un cambiamento: l’arte per l’arte, insomma, rispetto a cui il detto “ogni disco è un progetto politico” di Demetrio Stratos, semplicemente, crolla. Poi ci sono quelli che stanno a metà strada, la musica di contenuto che non pretende per forza di imporsi come spinta dal basso. E accade che, proprio questi ultimi, si ritrovino inconsapevolmente ad aver rappresentato un punto di riferimento importante per i movimenti civili. Basti pensare a Sixto Rodriguez, operaio e musicista di Detroit che nel corso sua breve, ma incidente produzione artistica risalente agli anni Settanta, scopre tout à coup di essere stato considerato un baluardo della lotta all’apartheid in Sud Africa. Lo viene a sapere nel 1997, vent’anni dopo. E lui, in Sud Africa non ci aveva mai messo piede.

Nelle ultime settimane la questione ambientale sta toccando da vicino l’Italia e il mondo intero con la firma dell’accordo congiunto tra i Ministri della Salute dei Paesi G7 – Stati Uniti compresi – riuniti a Milano circa la necessità di occuparsi dell’urgenza climatica. Nel frattempo a Bonn, Germania, è iniziata l’annuale Conference of Parties, COP23 per la precisione. La stessa conferenza in cui nel 2015 è stato firmato l’Accordo di Parigi, il più importante testo politico attualmente a disposizione che spinge i Paesi nella lotta al contrasto dei cambiamenti climatici. Gli obiettivi restano ambiziosi, lo sforzo a contenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2°C, meglio 1.5°C, è ben impresso su carta, meno nella pratica. Mentre si attendono gli esiti della Conferenza, ecco. In sottofondo, una melodia. Quella di chi ha scritto e ideato pentagrammi intrisi di note, unendo il potere del suono a quello del cambiamento. In questo caso, climatico. Pausa dalle parole. Alziamo il volume.

Bo Diddley – Pollution
Noto come The Originator per il suo ruolo nella transizione dal blues al rock’n’roll, Bo Diddley con la sua chitarra rettangolare chiamata Cigar Box proprio per il richiamo alla forma di un pacchetto di sigarette, sigla un pezzo datato 1971. Un’alternanza di rock, blues e funk dai toni diretti. Nessuna atmosfera cupa, nessuna melodia da taglio vene. Eppure, il testo parla da sé. “Now jet planes line up in the sky, pretty soon we all going to die”. Dalle linee aeree alla responsabilità del singolo per l’inquinamento delle strade, ce n’è per tutti. Certo, di cambiamento climatico ancora al tempo non si parlava, ma la sua relazione con l’inquinamento oggi è chiaramente stabilita. Con un soffice tappeto di voci femminili, Bo Diddley chiude il suo monito. We got to stop pollution.

Ben Harper – Excuse me Mr.
Siamo nel 1995 e Ben Harper (al secolo Benjamin Chase) certo non poteva proprio prendersela con lui. Trump, s’intende, e la sua scelta di far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Eppure, nel testo di questo brano, il cantante e chitarrista statunitense effetta la voce al microfono con un “cause it’s a Mr. Like you, that puts the rest of us to shame”. Una presa di posizione verso i leader politici che non ottemperano i propri impegni per il bene comune, in questo caso incarnato dalla questione ambientale. Il folk-man partecipa anche al Nat Geo Live del 2009 per la Giornata della Terra, in Piazza del Popolo, a Roma. Beato chi c’era.

Ludovico Einaudi – Elegy for the Arctic
A giugno 2016, Greenpeace diffonde il video del compositore torinese a bordo di una piattaforma galleggiante nel ghiacciaio Wahlenbergbreen, Norvegia, sul Mar Glaciale Artico. A fargli compagnia, un pianoforte nero a coda e il suono tagliente del vento sul ghiaccio (in foto). La melodia, rotta da un crollo della banchisa, s’interrompe. Fermo, lo scivolare delle dita sui tasti. La campagna di Greenpeace lancia così un nuovo allarme sul surriscaldamento globale, “Ludovico Einaudi si unisce all’appello di 8 milioni di persone che chiedono alla comunità internazionale di sottoscrivere al più presto un accordo che protegga l’Artico dallo sfruttamento e dai cambiamenti climatici”, si legge sul sito dell’iniziativa.

Sting – One Fine Day
Restiamo nel 2016, album “57th & 9th”. Due le maggiori fonti di ispirazione nella composizione del progetto musicale di Sting. La prima, facile: il riscaldamento globale. L’altra, per i curiosi, è David Bowie. Per i curiossissimi, tac: nel 2015 il Duca Bianco firma assieme ad altri artisti del calibro di Robert Plant, Thom Yorke, David Gilmour, Björk, Yoko Ono una lettera aperta alle Nazioni Unite in occasione della pluricitata COP21 di Parigi. Quella dell’Accordo, sì quella. Doppia ispirazione per Sting, insomma. Lo stesso dichiara in un’intervista: “One Fine Day parla a tutti gli scettici nei confronti del cambiamento climatico. Vorrei tanto aveste ragione, ma…”.

Radiohead – Idioteque
Nel 2000 esce Kid A dei Radiohead, la cui copertina è fortemente ispirata allo scioglimento dei ghiacciai, rivela in un’intervista al The Guardian lo stesso Thom Yorke che, del cambiamento climatico ne ha fatto anche fonte di ispirazione per il suo album da solista The Eraser. Idioteque risuona di un’atmosfera apocalittica su base elettronica e sperimentale. I riferimenti alle catastrofi sono accennati nel testo, quasi criptici come l’articolazione delle parole cantate. Ad ogni modo, la band inglese è tra quelle che si possono iscrivere nel concetto di predico bene, razzolo altrettanto. I loro concerti sono organizzati secondo il principio del low carbon emission, impatto zero. O quasi.

Michael Jackson – Earth Song
Il primo rapporto sul riscaldamento globale dell’IPCC, organo costituito dai più importanti scienziati del mondo che informano sullo stato del pianeta, esce nel 1990. E, questo pezzo del Re del Pop data 1995. Un classico. Quasi sognante nell’atmosfera creata da una ballata che si trasforma presto in un video dai toni cupi. Drastici. Girato in quattro regioni geografiche diverse dove le etnie soffrono il peso della deforestazione e di altri danni sociali e ambientali, le immagini e la musica ci conducono inaspettatamente verso un finale che sa di rinascita. Ma, what about us?

Certo, a questo punto fuori dalla lista, di brani, ne restano eccome. Resta la terrificante – bravi comunque per l’intento – Love Song for the Earth, una big reunion di artisti di fama mondiale chiesta a gran voce dalle Nazioni Unite e prodotta da Toby Gad. Possibile mai che Paul McCartney l’abbia cantata? Storia vera, purtroppo o, magari, hanno ragione quelli che dicono che sia morto per davvero. Chiudiamo con un testo in italiano. Si scherza, non c’è. Potete sempre provare a scriverlo voi, se vi va. O forse, infondo, la pensate come il leader dei Radiohead?

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