BpVi, rapporto interno su “baciate” nascosto per un anno

Nel settembre 2014 l’ispettorato della banca vicentina (“internal audit”) individuò un primo elenco di scambi fidi-azioni. Che non circolò fino all’agosto 2015

La verità sui fidi concessi dalla Banca Popolare di Vicenza per finanziare le proprie azioni era stata provata e documentata dagli ispettori interni dell’istituto già nella seconda metà del 2014. Lo dice un documento, scritto firmato e con una data ben precisa, in cui la falsificazione del patrimonio di vigilanza tramite lo scambio fidi-azioni (“operazioni baciate”) era messo in luce con tanto di elenco, sia pur un primissimo elenco, ma che fu segnalato alla direzione generale (Samuele Sorato, oggi indagato assieme all’ex presidente Gianni Zonin e ad altri ex amministratori e manager), che se lo tenne in un cassetto. Si tratta di un rapporto dell’internal audit, una sorta di “polizia” della banca, datato 4 settembre 2014, indirizzato all’allora direttore generale Sorato. La firma è del responsabile Massimo Bozeglav, uscito dalla BpVi nel luglio 2016. La storia di questa relazione è particolare: ci volle un anno prima che il consiglio d’amministrazione e il collegio sindacale ne fossero messi a conoscenza. Un anno in cui nel frattempo successe quel che si sa: il crollo del valore azionario, l’indagine della Bce che accertò quasi un miliardo di “baciate”, l’inchiesta giudiziaria, il cambio al vertice con la caduta del quasi ventennale presidente Zonin. La fine di un’era.

La vicenda è raccontata dallo stesso direttore dell’audit, Bozeglav, in carte ufficiali (Vvox ha contattato il diretto interessato prima dell’uscita del presente articolo, ma la risposta è stata che preferisce parlare «nelle sedi istituzionali»). Ma attenzione alle date: la racconta in un report del 21 agosto del 2015, intitolato «approfondimento su evidenze emerse in merito alla concessione di finanziamenti correlati all’acquisto di azioni BpVi». Quali sono queste evidenze, uscite dopo una verifica fatta a giugno e luglio del 2014 dall’audit in seguito alla causa di lavoro contro la banca dell’ex gestore private Antonio Villa? Sono appunto i finanziamenti correlati, le famose “baciate”, che erano state individuate già nel 2014 per un ammontare di 422 milioni di euro, equivalenti alle posizioni di 171 soci (nonchè le “lettere di impegno” al riacquisto delle azioni: 65, per un valore originario di 248 milioni).

Nella sua ricostruzione del 2015, Bozeglav dettaglia il tutto riportando quanto accertato mediante le interviste a capi area e direttori generali. Anzitutto, scrive lui stesso, la sua struttura «cominciò a riscontrare alcuni primi segnali di anomalia nel corso del primo semestre 2014 confermati da Villa», e addirittura «dalla divisione crediti facevano notare che le operazioni baciate risalgono in taluni casi anche a prima del 2008», almeno per quanto riguardava i «primari clienti storici della banca». Una prassi che si intensificò dal 2013, anno cruciale con ben due aumenti di capitale, attraverso «continue e costanti pressioni» sui dirigenti di zona «da parte del Direttore Generale e del responsabile della Divisione Mercati», l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini. E’ sempre Bozeglav, poi, a spiegare quel che fece nel 2014, scrivendo in terza persona che la relazione fu «consegnata “brevi manu” da Bozeglav al Direttore Generale chiedendo l’avvio di specifici approfondimenti alla Divisione Mercati». E qui salta all’occhio una prima questione: ma l’internal audit che fa da controllore, non dovrebbe rispondere agli amministratori e ai sindaci della banca, anzichè al diretto controllato, cioè la dirigenza?

Ma andiamo avanti. Secondo la testimonianza dell’ex responsabile Divisione Crediti, Paolo Marin, riportata sempre nel rapporto audit del 2015, «Sorato aveva sempre risposto di aver informato chi di dovere fra gli amministratori» (secondo il verbale dei pm pubblicato dal Giornale di Vicenza il 15 novembre, Marin ammette di sapere delle “baciate” fin dal 2008, e nel 2012, alla vigilanza della Banca d’Italia consegna una lista del valore di 234 milioni, ma Giustini e l’allora suo superiore Seretti gli assicurano, dice, «che si trattava di operazioni giuridicamente lecite»). Sia come sia, non succede niente, tanto che Bozeglav a inizio febbraio 2015 sottopone nuovamente a Sorato l’elenco dei finanziamenti correlati, «questa volta alla presenza di Giustini». Diamo direttamente la parola a lui: «Sorato lo consegna a Costante Turco (Divisione Mercati) chiedendogli di approfondirlo con Giustini e Bozeglav. Turco riferisce che pochi giorni Giustini si è presentato nel suo ufficio chiedendo la restituzione del documento e di qualsiasi altra copia in quanto, d’intesa con il direttore generale, era opportuno che non fosse circolarizzato». In sostanza, quello scottante rapporto del 2014, secondo l’internal audit, venne insabbiato. Per tornare alla luce quando Bozeglav porta il dossier al cospetto del cda il 28 agosto 2015. Cioè dopo l’ispezione della Bce, cominciata il 16 febbraio 2015 e effettuata anche grazie al contributo decisivo dell’internal audit. Gli emissari di Francoforte contabilizzarono la cifra-monstre di 941 milioni di “baciate”.

A quel punto, a svegliarsi è il collegio sindacale, presieduto da Giovanni Zamberlan, che convoca Bozeglav per l’1 di settembre. Da quell’incontro i sindaci ne uscirono con un quadro gravissimo. Citiamo testualmente dalla relazione che ne uscì: «Il signor Bozeglav ha posto in evidenza come, a seguito delle minacce e pressioni poste in essere dalla Direzione Generale e del conseguente clima “omertoso”, alla Direzione Internal Audit non era mai pervenuta alcuna segnalazione che potesse indurre a delineare la gravità del fenomeno». E ancora: «nei mesi successivi (al settembre 2014, ndr), a fronte dei successivi solleciti della Direzione Internal Audit, l’ex Direttore Generale aveva preso tempo rimandando l’avvio degli approfondimenti alla chiusura del Comprehensive Assessment», e, scrivono sempre i sindaci, «la fiducia riconosciuta al signor Samuele Sorato anche da parte dei vertici aziendali, non avevano indotto il signor Bozeglav a cogliere le finalità dilatorie di tali risposte». Perchè non furono denunciate per tempo le «minacce e pressioni», il «clima omertoso»?

Bozeglav, per la verità, di recente la sua l’ha detta, in risposta all’ex presidente Zonin che lo ha messo nel mazzo di una presunta «struttura occulta» che gli avrebbe nascosto esistenza ed entità del fenomeno delle correlate. Intervistato da Andrea Priante sul Corriere del Veneto del 28 settembre scorso, conferma di aver parlato del rapporto 2014 con Sorato, e alla domanda su come mai non avesse lanciato l’allarme a Zonin e al cda, l’ex direttore dell’audit risponde così: «avrei dovuto richiamarlo (Zonin, ndr) su irregolarità che vedevano coinvolti alcuni esponenti di spicco del cda, da lui saldamente controllato». Le irregolarità a cui fa riferimento sono le “baciate” in capo ad ex consiglieri d’amministrazione, poi finiti sotto indagine dalla Procura di Vicenza. La domanda è se, invece, a maggior ragione avrebbe dovuto segnalarle, così da far restare agli atti una puntuale e rigorosa applicazione del suo ruolo.

In quell’intervista, Bozeglav fa anche un’altra affermazione che pesa: «quando i finanziamenti erano di importo rilevante, la pratica di fido veniva deliberata dal Consiglio» d’amministrazione. «Bastava girare la pagina e si poteva agevolmente desumere che il prestito era finalizzato all’acquisto di azioni BpVi, oltre a poter valutare la reale consistenza patrimoniale del cliente». Vediamo un po’. Prendiamo ad esempio il caso di un grande socio dell’ex BpVi, la cui richiesta di fido, preparata e quindi già verificata dalla Divisione Crediti, fosse stata portata in cda nel giugno 2014. Il gruppo imprenditoriale X chiede 19 milioni di ulteriore credito in sede di rinnovo, portandosi da 72 a 91 milioni di euro. Fatalità, però, è titolare di quasi 72 milioni in azioni BpVi (più altri titoli sempre dell’istituto, presumibilmente obbligazioni, e altre azioni, a fronte di una liquidità di appena 1,5, per una disponibilità totale di 79 milioni). Il fido viene richiesto sulla base di «zero garanzie» (testuale), molto genericamente per «cogliere opportunità di investimenti immobiliari/mobiliari», e la concessione è rilasciata grazie al «patrimonio mobiliare in amministrazione presso di noi». Cioè ai titoli posseduti in BpVi. Insomma, per essere finanziati bastava e avanzava possedere azioni della banca, che in cda erano considerate ovviamente liquide. Quanto “ovviamente”, lo si è visto. A volte, specie con vertici e certificatori che sostengono sia stato abbastanza facile fargliela sotto il naso, le ovvietà meglio dirle. Per tempo.