Il Van Gogh di Goldin? Sospeso fra il grano e il cielo

Vicenza, la mostra in Basilica Palladiana è lontana dai proclami di bellezza della giunta Variati. I direttori del Chiericati e del Palladio Museum che dicono?

Ho visitato con vivo interesse la mostra di Marco Goldin su Van Gogh in Basilica Palladiana a Vicenza pensando che non è possibile non restare colpiti dalla bellezza dei disegni legati alle vicende esistenziali del grande pittore olandese. Un numero così copioso e significativo non si era visto prima d’ora neanche al Kröller Müller Museum di Otterlo, dove sono conservati con la maggior parte dei dipinti qui pervenuti. Vien da dire che la mostra vicentina di Van Gogh sia la trasferta italiana di materiali catalogati e studiati di una fondazione, cui Goldin ha attinto a piene mani anche in passato. La mostra non ha richiesto, dunque, grande impegno concettuale e progettuale.

Particolare é, invece, la narrazione creata intorno ad essa, facendo leva sull’immaginario collettivo che serve a richiamare folle di persone. Protagonista dell’evento alla fine è Goldin, che racconta storie, recita parti, descrive situazioni. La figura di Van Gogh rimane sospesa tra il grano e il cielo. Lo spazio della Basilica è suddiviso in vani aperti su corridoi che segnano il percorso in andata e ritorno. Le opere, allineate alle pareti, senza soluzione di continuità, sono intercalate da pannelli con i densi racconti di Goldin e i brani delle lettere di Van Gogh, assolutamente illeggibili in un ambiente semibuio. Qualche isolata pittura del periodo di Nuenen (1883-85) – Giovane donna che cuce, Natura morta con ciotola e pere, Telaio e tessitore, Paesaggio con coltivatori di patate – rompe la sequenza degli 86 fogli che costituiscono la maggior parte della rassegna.

Si ammira la straordinaria capacità dell’artista di ritrarre con umana simpatia figure e tipi della sua quotidiana esperienza, di tratteggiare con grande verità paesaggi e ambienti della sua travagliata esistenza. Le pitture di maggiore impatto visivo sono raccolte in due salette del secondo settore. In successione cronologica ricordo: Moulin-de- la-Galette (1886), Interno di ristorante (1887), Salici potati al tramonto, Il ponte di Anglais, Les Salutes-Maries- de-la- Mer, Ritratto del sottotenente degli zuavi Milliet, Vigneto verde, Sentiero nel parco (1888), Tre pini al tramonto, Il giardino dell’Istituto di Saint-Remy (1889), Covone sotto un cielo nuvoloso, Il seminatore (da Millet) (1890).

Esaurita la rassegna delle opere di Van Gogh, la mostra continua per lungo tratto con l’esposizione, prima, dell’imponente plastico dell’istituto per malattie mentali di Saint-Paul-de-Mausole, posto al centro di una stanza tappezzata di stampe, poi, dei sette quadri di Matteo Massagrande, che ispirarono il monologo teatrale di Marco Goldin, “un canto dolente d’amore per Van Gogh”. Nella sala del cinema, da ultimo, viene proiettato il film documentario su Van Gogh scritto e raccontato da Marco Goldin.

È questa la parte morta della mostra, in cui si racconta l’artista come si trattasse di un rito iniziatico. Se l’intero montaggio della mostra lascia insoddisfatti, qui si cade nel cattivo gusto, venendo meno la capacità di presentare le cose con il giusto tono e la giusta misura. Favorevoli come siamo alle sfide culturali – il confronto con la contemporaneità è ormai d’obbligo anche nei concerti di musica classica –, non possiamo non rilevare che la piatta pittura di Matteo Massagrande non si addice, pur se funzionale al racconto, ad evocare le ultime drammatiche ore di Van Gogh.

Ora, gli amministratori comunali, che operano in sintonia con i curatori di tali eventi, non si rendono conto che la bellezza, che dichiarano di voler porre a fondamento della loro azione politica, è un’altra cosa. Noi prendiamo le mostre di Goldin per quello che sono, e le giudichiamo secondo i nostri parametri di bellezza. Ci offende il silenzio complice degli addetti ai lavori, dei direttori dei musei, i quali fingono di non vedere. Sottraendosi ad un confronto civile, non lavorano per la crescita culturale della città. Penso a chi, avendo pratica di mostre, che cura in ogni parte d’Italia – il direttore emerito del Museo Civico di Palazzo Chiericati e il direttore del Palladio Museum –, si disinteressa a ciò che avviene dentro e fuori dalla Basilica Palladiana. Potrebbero almeno dirci se a sbagliare siamo noi?