Lavoro, è cambiato tutto. Ma i sindacati non se ne sono accorti

Continuiamo a ragionare con gli stessi schemi di un secolo fa. E a perdere tempo perchè non lo sappiamo usare

Quando il Bruco chiede ad Alice nel Paese delle meraviglie: «E tu chi sei?», Alice risponde: «Signore, a stento so chi sono adesso; al più so chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma da allora sono cambiata più volte». Questa situazione vale anche per noi e la società in cui viviamo. Chi oggi ha più di ottant’anni è passato attraverso cambiamenti tra i più numerosi, rapidi e radicali che mai si siano registrati nella storia. Si pensi che al Censimento del 1951 (quando gli ultra ottantenni avevano già quindici o vent’anni) il 60% dei lavoratori erano occupati in agricoltura mentre oggi siamo sotto il 5%.

La società contemporanea è frammentata in diverse culture: vengono in mente gli immigrati, ma in realtà le differenze culturali sostanziali di oggi sono soprattutto generazionali, di stili di vita e modi di pensare. L’idea di lavoro, il rapporto con la famiglia e tra i sessi, con il denaro e i beni, con lo spazio geografico sono profondamente diversi a seconda dell’età delle persone e delle loro diverse culture. Troviamo differenze radicali tra persone nate e cresciute nello stesso quartiere le quali hanno valori, ambizioni e comportamenti contrastanti.

Secondo una ricerca di Jean Viard in Francia (ma nel Nord Italia e gran parte d’Europa occidentale le cose non stanno in modo significativamente diverso) all’inizio del secolo un lavoratore aveva una speranza di vita media di 500.000 ore di cui ne lavorava 200.000 cioè il 40%. Se pensiamo che dedicasse al sonno e al riposo un altro 40% del tempo, gli restavano 100.000 ore per il divertimento, il mangiare, gli hobby, i riti religiosi, le lotte sociali. E faceva l’amore meno di mille volte in tutta la vita: eppure per le donne era comune portare a termine anche dieci gravidanze e restare incinta molte più volte. Insomma la vita dei maschi era dominata dal lavoro, quella delle femmine dalla riproduzione.

Nel 1950 la vita media era aumentata a 600.000 ore e il tempo dedicato al lavoro diminuito per cui il lavoratore medio lavorava solo il 20% del suo tempo da sveglio: s’erano allungati i tempi dell’istruzione, della pensione, delle ferie e ridotto l’orario di lavoro. Nel 2000 questa proporzione era ulteriormente diminuita. Intanto abbiamo guadagnato altre 100.000 ore di vita e perciò si lavorava in media circa il 16% della vita da svegli e il 9% di quella totale. Questa rivoluzione del tempo dedicato al lavoro è stata radicale, ma non se ne è ancora presa coscienza piena. Una gran parte della nostra vita è dedicata ad attività ludiche, al volontariato, alla politica e spesso si perde tempo perché non lo si sa ancora occupare in modo soddisfacente. Tanto più, che vivendo più a lungo, convivono – per la prima volta nella storia – quattro generazioni di cui due spesso sono pensionate.

Nonostante questi profondi cambiamenti, si affrontano i problemi del lavoro con gli stessi schemi di un secolo fa: si pensa a occupazioni obsolete o svolte in modo antico; si teme che la flessibilità sia un trucco per lo sfruttamento; si difende la stabilità del posto di lavoro anziché favorire ricorrenti cambiamenti che renderebbero la vita dei più giovani più varia e interessante; soprattutto si intende il lavoro come un diritto che ti deve essere garantito da altri – lo Stato? I capitalisti? – piuttosto che una risorsa preziosa che il lavoratore offre con orgoglio sul mercato, sapendo di essere indispensabile. E permane l’idea di un lavoro di schiavi che vengono liberati al momento della pensione. È giunto il momento di immaginare il lavoro, il tempo, i ritmi della vita e il movimento sul territorio diversamente. Il cambiamento sarà opportunamente graduale, ma non si può continuare a pensare con schemi superati reiterati da sindacati che frenano il cambiamento e il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro.

Ph: novecento.org

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