BpVi leaks, scarsa indignazione per giornalisti perquisiti. Perchè?

Due cronisti del Sole 24 Ore e della Verità presi di mira per aver svelato notizie inquietanti. A parte la condanna di rito, silenzio generale

Chi ricorda la campagna a difesa di Alessandro Sallusti? Il direttore del Giornale, condannato con sentenza definitiva per diffamazione, rischiava il carcere. Della vicenda si interessò addirittura l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che intervenne commutando la detenzione domiciliare già in corso in una sanzione pecuniaria. Più di recente ha tenuto banco sui media la gara di solidarietà nei confronti di un inviato della Rai aggredito ad Ostia da Roberto Spada. Si tratta di due esempi diversi dell’indignazione che si produce, il più delle volte giustamente, per quel bene costituzionale che è la libertà di informazione e di espressione. Per non parlare delle querele temerarie e intimidatorie. O della lunga serie di perquisizioni giudiziarie che l’Ordine dei Giornalisti e la Fnsi non mancano di condannare. O per tacere di chi, invece, non ha avuto neppure l’onore della pubblica menzione Come Lorenzo Tondo, giornalista del britannico The Guardian, intercettato dopo avere svelato alcuni aspetti decisamente controversi dell’inchiesta della procura palermitana sull’affaire Medhanie Yehdego Mered.

Con gli ultimissimi due casi, invece, l’indignazione non c’è stata, o tarda ad arrivare. Si tratta di perquisizioni, questa volta patite in redazione da colleghi dei quotidiani La Verità e Il Sole 24 ore, Francesco Bonazzi e Nicola Borzi. La loro “colpa” è di aver svelato alcuni collegamenti esplosivi tra il mondo dei servizi segreti e il gruppo Banca Popolare di Vicenza-Banca Nuova. Ora al di là della presa di posizione del sindacato e dell’Ordine dei giornalisti, che in circostanze del genere è un atto dovuto, il silenzio è assordante. Sarebbe da domandarsi perché. Dove sono i garantisti di Pd o Forza Italia? Come mai tacciono il M5S e Sinistra Italiana, solitamente attenti alle ingerenze dei servizi nella vita nazionale?

Borzi, sulla sua bacheca Facebook, ha denunciato quattro fatti gravissimi. Uno, il sequestro abnorme e spropositato del suo intero archivio elettronico, con dentro quindici anni di lavoro, senza che sia neppure indagato. Due, il blocco temporaneo della sua carta di credito. Tre, il filtro da parte di qualche soggetto dei suoi post su Facebook, che sono stati pubblicati solo dopo qualche minuto essere stati digitati. Quattro, il fatto che ignoti abbiano visitato la sua abitazione all’oscuro di chi ci vive.

La magistratura romana sta indagando non si sa chi per rivelazione di documentazione coperta dal segreto di Stato. Borzi ha scritto su pagamenti da parte dei servizi, indirizzati a uomini dello spettacolo e ad autori radiofonici. Non occorre nemmeno ribadire quanto sarebbe grave se i danari dell’intelligence fossero finiti anche a qualche giornalista, cosa peraltro già capitata in passato (basti pensare alla polemica che coinvolse anche l’Ordine quando riammise Renato Farina alias agente Betulla, che era stato espulso per esser stato beccato a spiare per conto dei servizi Carlo Bonini e Beppe D’Avanzo di Repubblica al tempo del caso Abu Omar). Speriamo di non dover leggere il nome di nessun collega. Che in una simile eventualità non meriterebbe nessuna solidarietà.