Rucco, l’unto del fritto misto di destra

Vicenza, Forza Italia e Lega subiscono proni il diktat dei finti civici. A questo punto, l’unica alternativa rimane il Pd

Pochi, tra quelli che si interessano di politica, avevano tuttora qualche speranza: che la destra a Vicenza fosse ancora in vita. Pochi, però, pensavano che occorresse certificarne la morte in un modo che oserei definire sfacciato.

Dico questo perché la proclamazione di Rucco a candidato sindaco da parte di una macedonia di sedicenti civici, composta da reduci irriducibili di molte sconfitte, da politici di lunghissimo corso che cercano di rinverginarsi appellandosi “civici”, da personaggi assetati di visibilità e di protagonismo dietro ai quali a malapena ci sono i più stretti congiunti, altro non è che il certificato di decesso della destra vicentina.

Strano destino, quello di Vicenza. Come la Sicilia di norma anticipa gli equilibri nazionali, così Vicenza quasi sempre se ne discosta, spesso collocandosi agli antipodi. Pertanto, che si costati la scomparsa della destra a Vicenza è di buon auspicio per le sorte nazionali di quella parte politica: Berlusconi, Salvini e Meloni dovrebbero brindare, ne avrebbero ben donde.

La macedonia, infatti, non ha proposto il candidato, lo impone. È quello. I partiti si adeguino. Prendere o lasciare. Rucco ha deciso che lui andrà fino in fondo. «Massima apertura – ha dichiarato – ma la base di partenza è arrivare a un progetto comune e condividere la mia candidatura». Così parlò l’unto del fritto misto. Il programma? Si vedrà. Il leader, anzitutto. Nobiltà della politica: si decide chi farà non si sa che cosa.

Nulla di cui stupirsi, del resto. Un ingrediente della macedonia nacque, così lasciava intendere, per sostenere Bulgarini. Rucco o Bulgarini per lor pari sono.

E i partiti come hanno reagito, a fronte di una sberla del genere? Con un self control da paura. Tosetto e Pretto, Forza Italia e Lega provinciali, hanno abbozzato, limitandosi a una certa qual freddezza e senza impegnarsi più che tanto. Celebron, Lega cittadina, non è riuscito a celare il suo entusiasmo. E questo ha del notevole. Una Lega che ci ha appena rotto le scatole con il referendum sull’autonomia, che vuole il 90% delle tasse, che se non è secessione, molto le assomiglia, ci propina un pugliese di Lecce, da sempre legato a una nota famiglia di pugliesi che non si è mai rassegnata a una città che le è sfuggita di mano. E pensare che i vicentini non votarono la Lia Sartori anche perché era nata a Thiene!

È ben vero: la Lega non è più del Nord. È solo Salvini. Ottimo motivo, sarebbe, per non votarla né al Sud, né, tanto meno, al Nord. Ma se gli italiani arrivano a votare Giggino di Maio, c’è spazio e speranza anche per Salvini, ahimè!

È difficile sperare da una salma un fremito d’orgoglio, ma, laddove avvenisse il miracolo, i partiti della destra vicentina dovrebbero dire forte e chiaro alla macedonia: bene, andate fino in fondo! Non accettiamo ricatti, ci indigna la vostra disperata arroganza, denunciamo questo evidente abuso di “civismo”. Sono certo che la sicumera svanirebbe come d’incanto. I finti “civici” sono più cinici dei politici, di norma, essendo a loro volta navigati politici o aspiranti tali.

Ma questo non avverrà e allora le persone di buon senso, anche quelle che mai hanno votato a sinistra, dovranno, per amore di patria e di città, prendere in considerazione il Partito Democratico. È pur sempre un partito, ha una vita associativa, sceglie il candidato democraticamente. Io diffido delle primarie, ma riconosco che sono un metodo abissalmente più sano del pronunciamento di quattro carbonari forti solo della loro presunzione.

La lunga tornata Variati, tutta politica e niente amministrazione, è un boccone indigesto da mandar giù, questo è vero. Ma almeno due dei tre candidati in lizza per le primarie del 3 di dicembre possono in qualche modo marcare una certa soluzione di continuità. Non resta che approfittarne.