Autonomia, una Sappada sui piè di Zaia

La fuga in Friuli del piccolo Comune bellunese è la cartina di tornasole di una partita importante, ma giocata poco seriamente

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Sappada non è più del Veneto. Ma la vicenda del piccolo Comune bellunese che dopo il via libera della Camera passerà al Friuli-Venezia Giulia, rappresenta la classica “Sappada sui piè” del mondo politico veneto. Sappade per tutti, tra contraddizioni, demagogie e manchevolezze che hanno condotto a questa separazione. Dimostrando che, se viene trattata in questo modo, la questione dell’autonomia è destinata a trasformarsi in una farsa senza via di uscita.

Senza andare a ritroso “ai tempi de Marco Caco”, basti ad esempio pensare che ben prima del voto di Montecitorio dell’altroieri, esattamente il 28 giugno 2012, fu lo stesso Consiglio regionale del Veneto ad approvare all’unanimità una mozione e una risoluzione che impegnavano la giunta Zaia a far pressing sul Parlamento per accelerare l’iter del passaggio di Sappada e del Comune veneziano di Cinto Caomaggiore al Friuli-Venezia Giulia. Nei due Comuni si erano svolti due referendum consultivi con risultati schiaccianti: i favorevoli all’uscita dal Veneto furono il 95% a Sappada nel 2008 ed il 65% a Cinto Caomaggiore nel 2006.

Evidentemente, sull’onda di quel furor di popolo, nessuno se la sentiva di far la parte dell’oppressore centralista, pensando magari che era conveniente affidare quel ruolo scomodo a Roma. E così si ritrovarono tutti d’accordo, dalla Lega al Pd all’allora PdL. Invece da Roma, da parte di alcuni con una discreta dose di veleno vendicativo nei confronti dello Zaia trionfatore del recente referendum (chi di autonomia ferisce, di autonomia perisce), è arrivato il benestare alla fuga. E così gran parte dei partiti e di esponenti veneti che cinque anni fa consideravano sacrosanto liberare Sappada, oggi piangono lacrime di coccodrillo.

Per Zaia si tratta di una zappata sui piedi pesante, sebbene abbia gioco facile nel camuffarla. Non va infatti dimenticato che il presidente paladino dell’autonomia è lo stesso che da oltre tre anni lascia inattuata la legge regionale sull’autonomia della Provincia di Belluno, approvata nell’agosto 2014. A tal punto che, lo scorso 22 ottobre, questa istituzione ha dovuto indire tra i montanari un referendum parallelo a quello regionale, per esigere dagli autonomisti quell’autonomia finora rimasta disattesa: siamo alle matrioske. La frittata di un sostanziale disinteresse nei confronti dei bellunesi viene però ora rigirata dal presidente che coglie la palla al balzo di Sappada per rilanciare ed allontanare ogni responsabilità: «L’unica cura è l’autonomia. Bisogna prendere atto che il Veneto è l’unica Regione a confinare con due Regioni a statuto speciale e fare una riflessione».

Detto ciò, sembra proprio che il Pd si metta d’impegno per servire a Zaia ogni assist possibile e immaginabile. Nel giro di un anno i vertici dem sono passati dall’accanito sostegno alla riforma costituzionale di Renzi che voleva “ammazzare” le Regioni attraverso un centralismo spinto, fino ad un Sì all’autonomia del Veneto poco credibile, e che alla fine ha premiato politicamente solo i leghisti. Sdoppiamenti che si sono riproposti anche nella vicenda del voto parlamentare su Sappada, con uno sparuto gruppo di deputati veneti del Pd impotenti nel convincere i colleghi di maggioranza del resto d’Italia circa l’inopportunità di dare il là ad un potenziale “effetto domino” di scissioni territoriali. Da centralisti ad autonomisti a filo-scissionisti: lo stato confusionale del Partito Democratico, privo di ogni identità, consente a Zaia e ai suoi di giocare a piacimento su questo come su altri campi.

Sul terreno, dopo il caso-Sappada, resta la sensazione che ognuno stia giocando al piccolo risiko, alle bandierine geografiche e identitarie che corrispondono a bandierine politiche da sventolare demagogicamente in segno di conquista: in questo caso le parole di entusiasmo della presidente del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, mentre accoglie il ritorno a casa di Sappada sono più che eloquenti. Ma oltre a questo c’è ben poco. Affrontata così, l’autonomia non è una cosa seria.

(ph:http://www.presidente.regione.fvg.it)

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  • Paolo Maria Ciriani

    mA è MAI POSSIBILE CHE a nessuno sia venuto in mente che per modificare i confini di una regione a statuto speciale, istituita con norma costituzionale, si debba votare con la procedura di modifica costituzionale ? Non sarebbe il caso di ricorrere in C.Cost.?

    • Marco Peruzzetto

      È esattamente quello che mi sto chiedendo io da un mese.