Alice nel paese della classe disagiata

Chi sono i neet. E perché non è proprio tutta colpa loro. Ma semmai della truffa della “sharing economy”

Non lavori. Non studi. Non fai nessun corso professionalmente o accademicamente formativo. Per gli esperti sei uno dei 2.2 milioni di neet italiani. Per tutti gli altri sei uno sfaticato. Oppure non hai fatto abbastanza. Oppure sei un bamboccione che non ha voglia di lasciare la casa di mamma e papà.

O forse, come tutte le conclusioni un po’ banali, anche questa va rivista. In un recente articolo, una giornalista si è finta una neet di 23 anni. Alice, not in education, employment or training. Non studia, non lavora, non si sta formando. Si è finta per tre mesi una neolaureata con il massimo dei voti a Bologna e parla tre lingue. Un curriculum quasi perfetto. Ma non per il mercato del lavoro italiano, flessibile ma non abbastanza da contenere l’effetto disoccupazione stile zio Sam; cautelativo, ma non abbastanza da integrare, stile cugini del nord Europa.

Nonostante lettere motivazionali, curriculum, profili e account creati e sistemati, la finta Alice ha trovato solo (poche) offerte come operaia, addetta alle pulizie, baby-sitter. Qualche suggerimento in rete sulla vendita porta a porta di prodotti di bellezza. Ma Alice è brava, si è laureata con il massimo dei voti e parla tre lingue.

Uno smartphone e qualche app sono sufficienti per fare alcuni lavoretti a chiamata come deliver (fattorino), come shopper (che va a fare la spesa su richiesta del cliente), insomma come parte della grande comunità della sharing economy. Che ha molto poco di sharing – condiviso – e molto di economico in termini di quanto viene pagato il lavoro di questi giovani. Sono sempre di più coloro che si riempiono la bocca con quest’idea della condivisione, peccato che i profitti di queste compagnie abbiano poco o nulla di condiviso. I casi di vera sharing economy sono pochi, pochissimi. Blablacar e couchsourfing sono tra gli esempi più noti. Il primo permette a un guidatore che va dalla città X alla città Y di abbassare il costo (benzina, pedaggio) condividendolo con persone che devono percorrere la stessa tratta. Il viaggio verrebbe fatto anche se non ci fosse il servizio ad altri utenti. Differenza chiave in ottica di profitto e di lavoro.

Che dire invece di Uber ed Airbnb, oltre al fatto che hanno rivoluzionato la nostra vita facendoci credere che paghiamo di meno e siamo tutti più felici. Vera la prima, un po’ meno la seconda. Come diceva un economista (pure affezionato al libero mercato!), there is not such thing as free lunch. Se non pago io qualcun altro pagherà per me. E in questo caso pagano gli autisti di Uber, i proprietari-guidatori sono sempre meno a danno di lavoratori non tutelati disposti a guidare 12 ore al giorno per arrivare a fine mese. Nasce come sharing economy, diventa uno strumento di trasporto a prezzi ridotti e non regolamentato. Tutto viene gestito dalla legge della domanda e dell’offerta. E da quella non scritta dei lavoratori sempre più precari. Airbnb è un altro caso di come un’idea di condivisione sia presto diventata uno strumento nelle mani di inserzionisti, agenzie e mediatori. A titolo di esempio i numeri della città di Milano sono indicativi: a fronte di un guadagno annuo medio di 1600 euro, un solo inserzionista ha superato il mezzo milione.

Alice dopo tre mesi e decine di curriculum inviati è ancora senza lavoro, con un’unica offerta di tirocinio. Non retribuito. Alice appartiene a quella che Raffaele Alberto Ventura ha definito la classe disagiata il cui titolo di studio è uno strumento che non regge più in un mondo di competenza al ribasso. Tutti si laureano e la laurea perde valore. Tutti si sacrificano e il numero di sacrifici da fare per rimanere a galla aumenta vertiginosamente. Qualcuno ha dato il via alla corsa senza indicare la direzione. Corriamo forte, l’uno contro l’altro. Mors tua, vita mea. E quindi, non tutti possono fare quello per cui si sono formati. Non tu, Alice. Che continuerai a galleggiare tra i super cool che hanno studiato negli Stati Uniti, fatto otto tirocini (magari neanche loro retribuiti) e parlano sei lingue e i lavoratori precari di Amazon, KFC o McDonalds.

A luglio 2017 l’indagine sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (ESDE) ha confermato che l’Italia è in testa con il maggior numero di neet, 19.9% dei giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. Alice, non sei proprio nel paese delle meraviglie.

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