Manson, l’ultimo demonio dostoevskijano

Lo pseudo-guru assassino morto di recente ricorda il più inquietante dei personaggi del genio russo: Stavrogin

Una. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sedici! Sedici fredde pugnalate furono inflitte alla giovanissima Sharon Tate e al figlio che portava in grembo. Insieme a lei, furono trucidati gli ospiti con cui si era attardata nella fastosa dimora affittata col marito Roman Polanski. Correva l’anno 1969, ed era una tranquilla serata d’agosto nel lussureggiante quartiere Cielo Drive di Los Angeles. Poco dopo la mezzanotte, la placidità della notte fu brutalmente infranta dal rumore di un vetro rotto: l’inferno stava per avere inizio. L’attrice all’ottavo mese di gravidanza e gli altri presenti furono aggrediti e massacrati da quattro giovani. Con l’abbondante sangue sparso, uno dei fanatici imbrattò l’ingresso della villa con la scritta “Pig”. Si trattava di adepti della “Family”, setta fondata da Charles Manson. Quella notte, che passò alla storia come la strage di Bel-Air, morirono cinque persone. Seguirà l’indomani l’assassinio di Leno LaBianca e moglie, avvenuto con ripetute coltellate nella loro villa. Charles Manson, arrestato nel 1971, fu condannato a molteplici ergastoli con l’accusa di essere il mandante di quegli omicidi.

Chi era quel sanguinario divenuto celebre per aver architettato uno dei crimini più efferati della storia? È risaputo che un giovanissimo Charles Manson, dedito ad ogni sorta di stupefacenti, si dilettava nel suonare la chitarra e si cimentava in studi esoterici. Dotato di sorprendenti doti carismatiche, si inserì abilmente nella comunità hippy del tempo. In quest’ambiente formerà una cerchia di una cinquantina di fedeli. Si trattava di uomini e donne i cui passatempi preferiti andavano dall’abuso di droghe ad incontri orgiastici, dall’odio razziale alla pianificazione di delitti. Intelligentissimo, Manson era un impareggiabile ammaliatore degenerato, con gli occhi da psicotico e la svastica incisa sulla fronte. Una “maschera” di malvagità. L’assenza di pentimento e il ghigno perenne ne hanno fatto un’icona malata da stampare sulle magliette.

Una figura che ricorda il “demoniaco” Nikolàj V. Stavrògin, protagonista dei Demoni. Il personaggio dostoevskiano racchiude in sé la capacità di sedurre i giovani. Al pari di Manson, egli è un demiurgo del male, incoronato leader indiscusso di una organizzazione criminale eversiva. Viene descritto dal romanziere russo come colui che ha “perso la distinzione tra bene e male”. E cioè ha scelto il male dell’inumanità. Tanto inumano che il viso stesso, già a partire dai lineamenti somatici, “ricordava una maschera”. La sua autorità non viene mai messa in discussione. Se il guru della Manson Family si reputava la reincarnazione di Gesù e Satana assieme, Nikolàj non era da meno: in passato si schierò convintamente con Cristo, per ripudiarlo in un secondo momento. Giungerà al punto di essere destinatario di ripetute apparizioni demoniache. Il tipo di influenza che i due antieroi sprigionano col loro modo di porsi è quasi inconsapevole. Quest’aurea di dominio sulle menti supera la dimensione del semplice comando arrivando ad una vera e propria deformazione del pensiero altrui. I plagiati, come ipnotizzati, uniformano le proprie volontà a quella del manipolatore.

In un’epoca di disorientamento morale e politico, nella Russia ottocentesca come nell’America degli anni ’60, i giovani cercando qualcuno da idolatrare. È curioso notare che, nonostante diversi crimini portino la loro firma, i due non abbiano mai le mani sporche di sangue. Nonostante Dostoevskij parli di una “straordinaria attitudine al delitto”, Stavrògin, eccezion fatta per qualche caso, non si macchia di delitto in prima persona. Egli piuttosto è colpevole di accidia, evitando così di opporsi a propositi sanguinari che egli stesso ha alimentato. Essi sono la mente che invia impulsi nervosi, impercettibili all’esterno, ai rispettivi arti. Si potrebbe parlare a tal proposto di un fascino irresistibile del male che Manson e Stavrògin emanano sic et simpliciter. Il personaggio dostoevskiano non ordina l’omicidio della moglie Mar’ja, eppure, cosciente di aver plasmato in tal senso le menti dei suoi compagni, non vi si oppone.

L’epilogo di questi dispensatori di morte non può essere che la morte stessa. Il decesso porta all’arresto di tutte funzioni vitali di soggetti che, a ben vedere, risultano in realtà essere già morti dentro. Dietro la “maschera” di questi demoni, infatti, si cela il Nulla. Capaci di valicare le barriere della autodeterminazione umana, periscono nel completo isolamento, serrati entro anguste sudice mura.