Treviso e Vicenza 2018: Gentilini il ribelle e il Ciambetti farlocco

Elezioni comunali 2018, i due capoluoghi sono legati: nella Marca il candidato sindaco è leghista, mentre sotto i Berici si va in ordine sparso. Il rumor forzista su Riello

Elezioni amministrative 2018, versante centrodestra: a Treviso la Lega candida il capogruppo consiliare Mario Conte e il forzista De Checchi fa un passo indietro, chiudendo così la partita salvo capire cosa farà il giovane ottantenne Giancarlo Gentilini; a Vicenza è grande la confusione sotto il cielo. Ma se non avverranno clamorosi dietrofront nel capoluogo della Marca, i vicentini che votano Carroccio, azzurri e Fd’I vedranno il partito di Berlusconi batter cassa ottenendo che la candidatura unitaria sia col suo marchio. Essendo andata Treviso a Salvini, Berlusconi può reclamare Vicenza.

Nel campo trevigiano l’incognita si chiama Genty, il mitico ex sindaco simbolo della Lega d’antan, alpino di chiarissima ascendenza fascista, famoso in tutta Italia per le sue sparate razziste e famosissimo fra i suoi concittadini per il piglio pratico, deciso, fattivo e schietto, anche nel passato da amministratore. Se il buon vecchio Gentilini dovesse mettere in piedi una sua lista civica, il suo partito l’ha già avvisato: sarebbe espulso. Lui, e i suoi. Il fatto è che il suo tesoretto di voti ce l’ha, e ovviamente fa gola. In questi ultimi giorni si è inabissato, rendendo indecifrabili le sue intenzioni: si impunterà per orgoglio correndo contro il suo ex pupillo Conte, tacciato da traditore, o tornerà a più miti consigli rimettendosi in riga? Quel che è certo è che i due maggiori partiti, Lega e Fi, l’accordo lo hanno trovato, con tanto di calta di Salvini e Zaia in città a benedire di persona il lancio di Conte. Il consigliere comunale ed ex assessore alla sicurezza Andrea De Checchi, stimato anche trasversalmente, è stato sacrificato, ma l’operazione non ha creato particolari tensioni. E’ andata sostanzialmente liscia. Ora la quadratura del cerchio dipende solo da Gentilini. Che potrebbe anche decidere di presentarsi per conto suo per far pesare poi il suo appoggio al secondo turno delle comunali.

A Vicenza, invece, la situazione è più ingarbugliata. Forza Italia e Lega sono state spiazzate dalla candidatura a sindaco del consigliere comunale Francesco Rucco, sostenuto da sei sigle civiche. Prima di lui si era già proposto come possibile candidato l’ex parlamentare ed ex vicesindaco di An Giorgio Conte, inizialmente chiedendo primarie che nel centrodestra sono pura utopia (su di lui ora hanno virato coloro che fino a poco tempo fa sognavano un ritorno in lizza dell’ex sindaco Enrico Hullweck, ovvero ex assessori come Arrigo Abalti e Gerardo Meridio, e si vocifera anche di un interessamento a tornare di qua da parte di Maurizio Franzina, capo di gabinetto di Variati, una giravolta che non stupirebbe nessuno). I rumors danno anche Conte in buoni rapporti coi poteri ex forti che un tempo avevano grande influenza a Vicenza, ovvero la potente famiglia Amenduni.
Per reazione al blitz di Rucco, la Lega ha schierato il presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti. Una candidatura con tutta evidenza tattica, cioè farlocca: prova ne sia che il giorno dopo l’annuncio, Ciambetti è stato riconfermato nel suo attuale posto. Il segretario cittadino, Matteo Celebron, che in realtà tifa Rucco, è rimasto significativamente in silenzio, mentre ha gongolato quello provinciale, Erik Pretto. I forzisti dal canto loro, per bocca del commissario regionale Adriano Paroli, giurano che troveranno pure loro un proprio uomo, «una figura che possa rappresentare la città, prima ancora che i partiti, al fine di condividerla con gli alleati. Di candidature nostre ne avremmo ma il percorso che abbiamo scelto è quello di cercare una persona particolarmente rappresentativa della città» (Corriere Veneto, 28 novembre). A meno di non voler dar credito ad un’ipotesi Elena Donazzan (che della città non è, essendo di Pove del Grappa), il nome che circola fra i beninformati è ancora più incredibilmente quello del veronese Ettore Riello, ex presidente della Fiera di Verona, che fra l’altro di recente si è preso pure una condanna per abuso d’ufficio. Paroli addirittura, per mettere una pezza giustificativa a questo “liberi tutti”, sostiene che la divisione al primo turno equivale ad «una sorta di primarie». Ma nella logica spartitoria, un diritto di prelazione il partito di Berlusconi ce l’ha. Il problema è trovarla, una persona adatta e disponibile. Una volta trovata (potrebbe essere, in mancanza di meglio, lo stesso Conte che sembra attendere sulla riva del fiume), a quel punto Ciambetti svanirebbe all’istante, e Rucco dovrebbe scegliere se allinearsi o imboccare la via del civismo fino in fondo.