“Enclave”, viaggio nelle periferie del lavoro alienante

La poesia di Brunini rivendica un ruolo di denuncia sociale. E lancia un monito agli intellettuali nella torre d’avorio

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Quale sia il compito della poesia è praticamente impossibile stabilirlo. Tutto l’ambito poetico ha di per sé i connotati di una gigantesca incognita, o di un enigma indecifrabile. Si comincia con l’annosa domanda riguardo a cosa si debba intendere per poesia e da lì decine di interrogativi scaturiscono, producendo un infinito numero di risposte. La soluzione non pare essere a portata di mano, così come ogni aspetto fondamentale della vita di quell’essere che si è soliti definire umano.

La poesia ha questa caratteristica: ogni volta che sembra di essere giunti al cuore del suo segreto, essa ci sfugge. Dunque che cosa dovrebbe fare il critico, arrendersi alla datità? Prendere atto che esistono dei testi comunemente identificati come poesia… per poi fare cosa?

Più spesso che mai, chiunque scriva in merito non sa come districarsi entro simili questioni e ognuno si comporta fingendo di essere perfettamente consapevole della materia di cui tratta. Le soluzioni, sovente adottate, sono di assumere come propri parametri quelli consolidati entro certe tendenze generali, quali la critica accademica o quella militante. Inevitabilmente simili assunzioni si risolvono in attività sterili, o d’ufficio, come avvalorare la produzione di un determinato poeta perché ascrivibile alla stessa ideologia del critico e via dicendo.

In verità, chiunque abbia un po’ di consuetudine sa, pur non essendo in grado di esplicarlo, cosa sia la poesia. Ne ha consapevolezza nello stesso modo in cui, secondo Sant’Agostino, si ha coscienza del Tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”. Molta della confusione in merito è derivata dall’ingresso in un contesto culturale postmoderno che ha reso fluidi tutti i confini netti.

Si può, per esempio, oggigiorno dire in modo inequivocabile cosa sia arte e cosa mero intrattenimento? Una canzone di Battisti, o De André, è arte o industria culturale? Una serie televisiva è arte o semplice divertimento per il dopocena? Sicuramente Desperate Housewives, o Black Mirror, hanno aspetti e finezze per cui, se proprio non sono arte nel senso in cui lo è un film di Bergman, certamente vi si avvicinano tanto da lasciare spiazzati. Simili discussioni di carattere estetico porterebbero comunque troppo lontano e necessiterebbero di più ampio spazio anche solo per essere accennate.

Il poeta, a ogni modo, sa in cuor suo cosa sia poesia. La riconosce quando la scrive e quando la legge. Soprattutto, è consapevole di quale debba essere l’argomento della sua poesia. La cogenza di certe tematiche si impone naturalmente, oggi che il poeta non è più il cortigiano, dalle grandi doti letterarie, al quale vengono assegnati determinati compiti specifici da trattare. Nell’ottica della postmodernità, poi, ogni punto di vista trova diritto di cittadinanza. Non è tuttavia un caso che in Italia prevalga l’orientamento intimistico, lirico e sentimentale. Si tratta di una tradizione. È infatti piuttosto raro che un poeta si addentri entro la questione politica, civile e urbana.

In controtendenza rispetto a tale stato di cose si pone Enclave, ultima fatica poetica di Bruno Brunini, uscito nel 2017 per le edizioni di La Vita Felice. Un titolo incredibilmente appropriato e sintetico per descrivere tutte quelle realtà nella realtà dell’urbanesimo contemporaneo. Vi trovano spazio le periferie, i luoghi del lavoro alienante e, al contempo, gli stati esistenziali che queste situazioni cagionano nell’uomo – l’ultima sezione del testo si intitola non a caso Naufragi. Un libro, quindi, quello del Brunini, che si muove geograficamente e interiormente, seguendo la corrente sporca e malsana di quel gorgo che dall’esterno – la metropoli e le sue sacche di disperazione – si va a riversare nell’intimo di ognuno di noi.

Con onestà, bisogna riconoscere che Brunini non è né il primo né l’ultimo ad aver affrontato una simile materia. Abbiamo avuto, su tutti, l’ormai conclamato Simone Cattaneo. Ma non si dimentichino neppure Fabiano Alborghetti e Alberto Dubito, tanto per citarne alcuni. Vi sono però certune peculiarità che sembrano contraddistinguere l’autore di Enclave. In primo luogo, Brunini dimostra una dote molto analitica e, al contempo, ad ampio raggio nella descrizione del reale.

Il secondo aspetto, che salta immediatamente all’occhio, sta nella scelta linguistica: la maggior parte dei poeti, che hanno inteso intraprendere una descrizione del reale in versi, hanno comunque dovuto fare una scelta per un linguaggio meno alto e più propriamente affine, se non mimetico, a quello quotidiano. Al contrario, Brunini ha una insolita capacità di coniugare indagine sociale e lirismo, con un rigore formale che non lascia dubbi in merito alle sue qualità, come si evince fin dalla prima poesia del testo: “[…] non questo giorno/ ma il suo rovescio/ batte l’insonnia/ di interminabili palazzoni,/ scompiglio di sillabe non dette/ si posa/ nel frastuono della tangenziale,/ non basta cercare per strada/ ragioni e salvezza,/ la sveglia, la sete/ il sogno di essere qui per caso/ dove i pendolari/ gettano la loro fame ai gatti,/ solo voci che volevano parlare/ saranno nuvole,/ foglie senza racconto/ come farà l’alba a spuntare?”.

Al di là di queste virtù stilistiche, più di tutto bisogna riconoscere all’autore l’attenzione per una serie di problemi e argomenti che, com’è caratteristico dei periodi di decadenza, malgrado la loro rilevanza, nessuno sembra voler guardare in faccia, prediligendo i divertissement. Le periferie, enclave di disperazione, il lavoro alienante e le ripercussioni esistenziali del nostro mondo sono i grandi assenti dal panorama letterario corrente, finanche narrativo (un’eccezione in tal senso è, per esempio, Nicola Rubino entra in fabbrica di Francesco Dezio).

Bruno Brunini si pone quindi, con la sua produzione, come uno dei pochi poeti della più stretta attualità realmente degni di nota. La sua poesia assurge a monito e denuncia di una realtà e di una condizione disumana che l’intellettuale, il poeta, e il narratore engagé dovrebbero una volta per tutte ricominciare a indagare, nel tentativo di recuperare il loro ruolo e funzione nella società.

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