Politica malata? Non tanto più di noi

Troppa superficialità nel decretare la morte dei partiti

C’è un grande rifiuto di politica e dei politici. Qualche ragione c’è, ma non sembra corretto generalizzare come fanno i media di ogni categoria. La televisione, per la sua facilità d’accesso, ci dà dentro da matti, mattino, mezzogiorno e sera, nel gridare che i partiti sono in grande crisi, che questi non sanno più parlare alla gente e che per tale motivo c’è grande disaffezione al voto. Come in ogni cosa, c’è qualcosa di vero, ma certo non tutto. Gestire il consenso, procurarselo prima e allevare i futuri amministratori, è cosa che in questa nostra epoca risulta assai complicata per varie ragioni tra le quali il calo generalizzato della passione politica e l’aumento esponenziale delle utilità che le persone vogliono ottenere da una carica.

Oltre a questo è invalsa nei partiti la prassi di portare avanti persone che non sono le migliori possibili, ma che rientrano in uno schema del o dei king makers. Credo che la scelta di candidati che seguissero l’aurea regola dei “migliori” sarebbe maggior pungolo per l’elettorato. C’è l’astensionismo fisiologico, c’è il disinteresse di tanti giovani che per stimoli esterni superficiali, per non aver mai seguito alcun corso, almeno basic, di educazione civica, per non essere vissuti in ambienti, la propria casa in particolare, in cui si fosse sempre sottolineata l’importanza di un voto meditato e, per finire, ci sono i frastornati da sirene che ad ogni piè sospinto dicono che votare non serve a nulla. Tutto ciò crea un distacco critico che pesa. Detto questo diamo ai partiti le loro colpe e prendiamoci le nostre, di noi iscritti.

Mi sembra strano che finora nessuno abbia notato la contraddizione per quanto riguarda la stampa. I quotidiani, in questi ultimi anni, hanno perso una grossa percentuale di copie. In parte, sono state recuperate dalle notizie on line dei giornali stessi. Significa che la qualità dei quotidiani è peggiorata? Ovviamente, no. Addirittura, come numero di pagine, di supplementi, foto a colori, intere sezioni dedicate all’economia e rubriche di ogni genere, hanno raggiunto una qualità eccellente. Rimangono sempre le notizie urlate e deduzioni di ogni genere anche su fatti che difficilmente chi scrive può conoscere. Questo a parte, le copie vendute calano. Se voi sentite un editore le spiegazioni ci sono, ma allora perché non si vedono anche le ragioni per cui gli iscritti ai partiti calano pur non essendovi, in alcuni, pochi cambiamenti organizzativi e operativi?

Se guardiamo ai pentastellati, che sono poi un movimento, si vede che quelli che partecipano on line alle scelte sono un numero esiguo. Tuttavia, poi, al momento delle elezioni ufficiali i voti fioccano. Quindi la crisi non c’è. Eppure, non si tratta di quattro gatti, ma nemmeno molti di più. Credo si tratti di un nostro spirito critico eccessivo, a volte nemmeno autoctono, ma semplicemente orecchiato. I lettori di giornali, invece, trovano , ogni giorno, un profluvio di lamentele e critiche verso tutto e tutti. Addirittura il Corriere, forse per una forma di espiazione, ha da poco aggiunto il martedì un supplemento intitolato “Buone notizie”. Voglio dire, insomma, che vi è troppa superficialità nel decretare la morte o quantomeno una grave malattia dei partiti. Certo, non sono più quelli di 50 anni fa. Ma cosa c’è ora di uguale ad allora? Accade pure che alle primarie del Pd, per l’ultima segreteria, votino circa 2 milioni di persone. Significa che il Pd è morto?