Scarse e mascoline? Basta luoghi comuni: calciatrici italiane da Mondiale

Calcio maschile e femminile sono due cose diverse, ma in Italia il secondo è un movimento in costante espansione

«Queste quattro lesbiche» le ha definite due anni fa Felice Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti della Federcalcio. Il quale sarebbe stato anche il presidente delle 23.196 giocatrici tesserate dal Dipartimento Calcio Femminile, inglobato nella quarta Lega nazionale. La gaffe omofoba di Belloli (che poi ha un po’ maldestramente smentito la dichiarazione) rivela sia la sua affinità con il presidente federale Tavecchio, uno che non si è mai risparmiato quanto a battute poco corrette ed a cui pare Belloli sia molto vicino, sia il diffuso discredito che accompagna in Italia le donne che giocano a calcio. Il concetto di Belloli fu a ruota ribadito con altrettanta finesse da Roberto Salerno, presidente del Torino femminile: «la lobby gay comanda il calcio femminile».

Il no a donne e calcio è diffuso non solo a proposito delle presunte preferenze sessuali delle calciatrici ma anche nello specifico. «Le donne non devono parlare di calcio perché non sono adatte» ha affermato senza esitazioni nel 2016 Sinisa Mihajlovic, allenatore granata.

Il luogo comune è che le donne che giocano a calcio sono brutte, scarse e mascoline. Convinzione tipicamente maschilista e ben radicata non ostante la evidente infondatezza. Ma facile da smentire. Ad esempio ricordando che Debora Novellino, calciatrice della Pink Bari e nipote dell’allenatore Walter Novellino, ha partecipato a Miss Italia nel 2015 ed è stata eletta «prima bellezza dell’anno». Oppure dando un’occhiata ai numerosissimi calendari sexy di calciatrici pubblicati in Italia ed all’estero. O richiamando le parole dell’ex-ct della Nazionale Antonio Cabrini: «Ho in squadra 3 o 4 ragazze che non hanno nulla da invidiare alle pallavoliste, certe calciatrici svedesi sono meravigliose, il portiere degli USA è andata in copertina su Playboy».

L’altro stereotipo (il calcio è uno sport da maschi) è smontato altrettanto facilmente. Il calcio rosa è ovviamente diverso da quello degli uomini. «A livello di forza e di velocità non c’è gara» ammette l’azzurra Martina Rosucci. Ma ciò non implica che le donne siano negate per il calcio. È solo un’altra cosa. Come il basket femminile rispetto a quello maschile. L’errore è pensarlo con gli stessi parametri per i due generi.

La Nazionale, allenata da Milena Bartolini, è ad un passo dalla qualificazione ai Mondiali che si giocheranno nel 2019 in Francia. Le azzurre il 28 novembre hanno battuto in trasferta il Portogallo e guidano il loro girone di qualificazione a pieno punteggio, con 10 reti all’attivo e nessuna al passivo. La partita non è stata trasmessa dalla Rai né da altre reti ma è stata seguita in streaming sul canale Facebook ufficiale della Federazione con 100.000 visualizzazioni. Quella mediatica è infatti un’altra discriminazione che affligge il calcio donne. La deputata vicentina Daniela Sbrollini, responsabile nazionale sport del PD e fondatrice della Nazionale femminile del Parlamento, ha da poco lanciato una petizione per ottenere che la RAI trasmetta in chiaro il prossimo mondiale e tutte le partite di qualificazione. All’estero il football delle donne è seguito da almeno una piattaforma televisiva, in Italia invece non c’è altrettanto spazio. Questo anche perché la serie A femminile è un campionato dilettantistico. Sotto questo profilo siamo molto indietro: le giocatrici italiane sono penalizzate sia per quanto riguarda le retribuzioni che le tutele nel lavoro. Si stanno raccogliendo firme per una petizione da inoltrare al CONI con l’obbiettivo di modificare in professionistico il loro status, ma la riforma sembra difficile e non potrebbe coinvolgere solo il calcio.

Non ostante tutto il calcio femminile è un movimento in crescita costante sia nel numero delle praticanti che in quello delle società, che sono 659 (64 quelle partecipanti ai campionati nazionali di Serie A e B). Un problema vecchio è quello della mancata presenza di club di vertice nelle grandi città. Il presidente della FIGC Tavecchio ha lanciato un programma di sviluppo che obbliga tutte le società di Serie A e B maschile ad avere una squadra femminile Under 12. L’idea che i club professionistici facciano da traino alla attività femminile potrebbe essere vincente. Anche in questo caso all’estero sono più avanti. In Inghilterra Chelsea, Manchester City, Liverpool e Arsenal hanno un team femminile, come il Lione ed il Paris Saint Germain in Francia e il Barcellona in Spagna. Da noi solo la Juventus ha una squadra donne nella struttura societaria. Gioca in serie A e, tanto per non smentirsi, è prima in classifica.

(ph: Figc)