Auto a guida autonoma, “Blade Runner” al Motor Show

Tutto quel che c’è da sapere sulla robotica on the road. L’esperto Da Lio: «traguardo non ancora raggiunto»

Continua fino a questa domenica il Motor Show di Bologna. Un’edizione che ha dedicato ampio spazio alle nuove tecnologie del settore automotive. Nell’arena dell’Open Innovation Hub si è tenuto il primo digital lab Autoliv “Big Data Mobility: il futuro della mobilità urbana”. Si è parlato anche di “Dreams4Cars”, progetto di ricerca e innovazione europeo sulla guida autonoma, in presenza del coordinatore Mauro Da Lio, docente di Sistemi Meccanici e Modelli all’Università di Trento. «C’è grande fermento nel settore per raggiungere al più presto questo traguardo», spiega il professor Da Lio: «ad agosto anche Fca ha aderito alla partnership tra Intel, Mobileye e Bmw per lo sviluppo di una vettura autonoma». L’ostacolo principale riguarda l’affidabilità dei sistemi: «Negli Usa si verificano in media 33 mila incidenti mortali all’anno. Divisi per il numero di chilometri percorsi, mediamente un uomo percorre 100 milioni di miglia prima di fare un sinistro. Arrivare ad un simile livello di affidabilità è estremamente difficile. Dal 2009 Google ha speso oltre un miliardo di dollari nella guida autonoma e secondo un report del 2015 occorrono 5.000 miglia prima che il guidatore debba prendere il controllo del veicolo per evitare un incidente».

Insomma, per adesso, non c’è sfida tra uomo e macchina. «Quando un uomo si spaventa di fronte a un pericolo, rielabora la situazione e sviluppa le strategie e i comportamenti da mettere in atto in quella situazione sulla base dell’esperienza. Secondo una teoria psicologica, pensieri (e sogni) sono forme di simulazione della realtà. Il progetto “Dreams4Cars” illustrato al Motor Show mira proprio a riprodurre questo meccanismo. Abbiamo creato un agente artificiale dall’architettura simile a quella del cervello umano, in grado di notare situazioni potenzialmente pericolose quando si verificano e di “sognarle” quando non è in funzione, accumulando esperienza come gli uomini e diventando gradualmente sempre più affidabile». Un concetto per certi versi inquietante.

In effetti, la guida autonoma e più in generale le Intelligenze Artificiali, non ha solo implicazioni tecniche, ma anche morali: «È vero che ci sono problemi legali, ad esempio quelli legati all’aspetto assicurativo, ma ci sono anche aspetti etici». E se i primi posso essere superati, stabilendo che la responsabilità in caso di incidente è del costruttore, per i secondi la questione è più complessa. Secondo il professore, «si possono verificare situazioni in cui un incidente è inevitabile. Pensiamo ad un a una strada a due corsie: in una c’è un ciclista, nell’altra dei bambini che attraversano la strada. A quel punto l’auto può solo scegliere se investire il ciclista o i bambini. È uno scenario che non può essere escluso e che prima o poi una vettura a guida autonoma si troverà a dover affrontare».

Si tratta del cosiddetto “trolley problem”: come comportarsi alla guida di un treno, potendo solo scegliere se percorrere un binario su cui si trovano un gruppo di persone o uno dove ce n’è una sola? «La risposta che verrebbe naturale sarebbe di sacrificare una vita per salvarne molte, ma c’è un risvolto molto sottile: se non agisci non hai responsabilità, se cambi binario hai intenzionalmente causato la morte di una persona». Lo stesso dilemma si presenta per le IA, che devono compiere continue scelte. Ciò significa dare arbitrio al robot. Persistono poi alcuni problemi tecnici: ad esempio, i sistemi automatici possono funzionare solo su strade mappate con estrema precisione. «Il progetto europeo Pegasus ha lo scopo di testare e certificare la guida autonoma di livello 3 – che non necessitano di pilota – in ambiente autostradale. Finché la sicurezza del sistema non viene certificata, non è possibile considerare di immettere nel mercato veicoli automatici».

Allo stato attuale, quindi, serviranno ancora anni di ricerche e test per vedere su strada veicoli totalmente autonomi, ma tutti i grandi costruttori presenti al Motor Show si stanno muovendo in questa direzione. L’obbiettivo principale è migliorare la sicurezza stradale e ridurre il numero di incidenti, che «dopo un lungo periodo di calo, stanno aumentando, soprattutto a causa dell’uso del cellulare alla guida». C’è poi una ragione puramente di mercato: «le compagnie e gli Stati investono in ricerca per non restare tagliate fuori dal progresso tecnologico legato all’Intelligenza Artificiale. Una competizione sempre più agguerrita che vede protagonisti Usa, Ue, Cina e Giappone. Chi ne uscirà vincitore dominerà lo sviluppo nei decenni a venire, come già avvenuto con la microelettronica negli anni ’90 per gli Stati Uniti», che sono attualmente all’avanguardia.

Google ha più volte annunciato di voler avviare un servizio di taxi autonomi nel breve periodo, tuttavia, «intanto bisogna vedere se ci riusciranno, in secondo luogo, stando a recenti studi, il guadagno sarebbe estremamente marginale. Non saprei dire in quanto tempo la proposta potrà diventare competitiva». Qualora i “robotaxi” dovessero diventare realtà, tuttavia, ciò potrebbe portare alla scomparsa di migliaia di posti di lavoro. Una pesante questione sociale che Da Lio riassume così: «arrivando a realizzare robot che riescono a rimpiazzare l’uomo in un certo numero di attività, le possibilità sono due: la prima è che nascano nuove attività, con uno spostamento del mercato del lavoro verso professioni creative. L’altra è che le macchine rendano superfluo il lavoro, liberandoci dalla necessità di svolgere le mansioni più gravose o pericolose. Avremmo più tempo libero e ciò porterebbe a sua volta alla creazione di nuove professioni». A quel punto, però, si presenterebbe un’ulteriore problema: il reddito. Di chi è la ricchezza prodotta dalle macchine? «Le scuole di pensiero sono due: quella americana, secondo cui il guadagno dovrebbe andare a chi ha costruito il robot, l’altra ritiene che il traguardo sia di tutta la società, il frutto di un progresso che è di tutti. L’approccio europeo va in questa direzione. Secondo Bill Gates, in questo scenario il lavoro dei robot dovrebbe essere tassato, utilizzando le entrate fiscali per il benessere della società».

Una prospettiva al limite del fantascientifico che evoca scenari stile Terminator o Blade Runner. In definitiva, le macchine ci renderanno liberi o schiavi? «Già oggi la nostra vita non può prescindere dalla tecnologia che ci circonda, grazie alle scoperte fatte nei secoli scorsi. Tuttavia, non ci sono prove che sia possibile creare un’intelligenza artificiale più efficiente del cervello umano. I nostri neuroni possono svolgere migliaia di operazioni lavorando in parallelo tra loro. Ad oggi uno dei computer neuromorfici sviluppati nell’ambito del progetto europeo “Human Brain Project” è grande come una stanza e può simulare l’equivalente del numero di neuroni del cervello di una rana. Per ora, l’idea che un robot possa arrivare ad eguagliare le capacità dell’uomo è pura speculazione».