“Baciate” BpVi, chi dice la verità fra Sorato e Bozeglav?

L’ex direttore generale e l’ex capo dell’audit interno danno due versioni diverse sulla “scoperta” delle azioni finanziate: uno dei due mente

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Fidi correlati ad azioni in BpVi: qui o Sorato o Bozeglav mente. Dopo l’articolo di Vvox del 17 novembre sul rapporto interno alla Banca Popolare di Vicenza del 2014 che pare sia rimasto per un anno in un cassetto, l’ex direttore generale Samuele Sorato tramite il suo legale ha inviato una densa e dettagliata nota di smentita. Secondo Sorato, indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza assieme ad altri ex dirigenti ed ex amministratori (fra cui Gianni Zonin), fu lui stesso a chiedere una relazione al capo degli ispettori dell’istituto, Massimo Bozeglav, dopo una segnalazione della società di revisione. Ma non nel 2014, bensì il 10 aprile 2015, quando nel frattempo era diventato consigliere delegato (13 febbraio 2015). E’ «esattamente a seguito di tale iniziativa del dr. Sorato, coincidente con il periodo delle sue dimissioni», sottolinea il suo avvocato, che «è stato avviato il processo di verifica». Secondo invece la ricostruzione fornita da Bozeglav al collegio sindacale nel settembre 2015, il suo ufficio (Internal Audit) si era mosso l’anno prima con una verifica seguita ad una causa di lavoro di un ex dipendente, Antonio Villa. E’ evidente che le due versioni si escludono a vicenda.

Per meglio districare la matassa, proviamo allora a sezionarla per punti incrociando lo “schema Bozeglav” con lo “schema Sorato”. E ponendo interrogativi che riguardano loro, ma anche altri soggetti coinvolti nella vicenda.

1) Sorato dice che partecipava ai cda ma solo per consigliare, senza mai aver «deliberato né concorso a deliberare alcun finanziamento verso clienti, soci e/o consiglieri e/o Gruppi/società facenti riferimento a questi ultimi. Salvo rarissimi casi, non ha mai firmato un’istruttoria e una delibera di finanziamento». Il punto infatti è: Sorato come faceva a non sapere delle pratiche di finanziamenti specie ai grandi clienti, e dunque come faceva a non accorgersi del fatto che essi venivano destinati a far acquistare azioni dell’istituto? La rarità di quei «rarissimi casi» a cosa era dovuta? Di certo la struttura di cui era era il capo, ovvero quella dirigenziale nella Divisione Crediti, era quella che presentava le richieste di fido al cda. Lo scrive lui: «È documentale che tali pratiche venivano esaminate e riportavano le firme dei dirigenti proponenti». Possibile che, proprio in onore della sua funzione «consultiva», non avesse avuto sentore di niente fino al 2015 avanzato, ovvero nell’aprile, e cioè ad appena un mese dalle dimissioni che diede il 12 maggio 2015?

2) Secondo Bozeglav, «bastava girare la pagina e si poteva agevolmente desumere che il prestito era finalizzato all’acquisto di azioni BpVi, oltre a poter valutare la reale consistenza patrimoniale del cliente» (Corriere del Veneto, 28 settembre 2017). Anche secondo Sorato era così: «nei casi più eclatanti di capitale finanziato per l’acquisto di azioni proprie (cosiddette “operazioni baciate”), le intenzioni dei beneficiari del fido erano espressamente indicate seppur in modo generico (“concentrare tutte le disponibilità finanziarie presso la Banca”, “cogliere opportunità di investimenti sui mercati finanziari o nel comparto immobiliare” “sfruttare al meglio l’attuale scenario del mercato mobiliare”) ma senz’altro sufficiente». Come dire: il cda e il collegio sindacale potevano capire da soli quel che approvavano. Qui i due concordano. Anzi, per Sorato «il CdA – soprattutto per i grandi soci – certamente conosceva in anticipo la destinazione finale dei finanziamenti: era lo stesso organo cui venivano indirizzate le domande di acquisto delle azioni BPVI». Il cda dunque poteva capire, anzi sapeva addirittura prima che certi fidi servivano a comprare azioni proprie. Perchè, se era così facile capire, lui non segnalò mai il rischio in cda dove sedeva? La funzione consultiva non concedeva il diritto di parola?

3) Sorato si dilunga dettagliatamente sul’organismo deputato ad occuparsi dell’acquisto di azioni. Ossia un comitato ad hoc, il Comitato Soci, «in cui sedevano tre consiglieri di amministrazione, uno dei quali svolgeva le funzioni di presidente del Comitato stesso. Il ruolo di Presidente è sempre stato assegnato, di anno in anno, al Prof. Marino Breganze (Vice Presidente della Banca), mentre uno dei due incarichi di consigliere è sempre stato assegnato al dott. Giorgio Tibaldo (Segretario del Consiglio di Amministrazione), la cui nomina, al pari di quella del prof. Marino Breganze, veniva rinnovata ogni anno (il terzo consigliere cambiava periodicamente)». Poi l’affondo: «È evidente come la perdurante presenza nel Comitato Soci di tali consiglieri garantiva al Consiglio ed al suo Presidente un costante ed immediato flusso informativo e decisionale, ancor prima del formale esame da parte del Consiglio di Amministrazione». Breganze e Tibaldo uomini di Zonin, ergo Zonin era a conoscenza eccome. Sorato dovrebbe però dare l’elenco dei consiglieri periodicamente avvicendatisi in terza posizione. Mentre Breganze e Tibaldo, sulle “baciate”, dovrebbero spiegare cosa risulta a loro. Neppure loro hanno avuto contezza del fenomeno?

4) Secondo la testimonianza che risulta essere stata rilasciata da Bozeglav al collegio sindacale in data 1 settembre 2015, questi aveva rilevato nell’estate 2014 una prima evidenza di “baciate” per un ammontare di 422 milioni di euro, equivalenti alle posizioni di 171 soci (nonchè 65 “lettere di impegno” al riacquisto delle azioni, per un valore originario di 248 milioni). Il dossier sarebbe stato consegnato «“brevi manu” da Bozeglav al Direttore Generale chiedendo l’avvio di specifici approfondimenti alla Divisione Mercati». Sempre secondo Bozeglav, dovette sollecitare Sorato vari mesi dopo, agli inizi di febbraio 2015, per ricevere un qualche feedback. Ma invece il vicedirettore Emanuele Giustini avrebbe dato disposizione che «d’intesa con il direttore generale… non fosse circolarizzato». Il report riemerse solo nel cda del 28 agosto, che indusse il collegio sindacale a chiederne conto in un incontro avvenuto pochi giorni dopo, quando finalmente Bozeglav svelò tutti i retroscena («a seguito delle minacce e pressioni poste in essere dalla Direzione Generale e del conseguente clima “omertoso”, alla Direzione Internal Audit non era mai pervenuta alcuna segnalazione che potesse indurre a delineare la gravità del fenomeno»).
Ora, come abbiamo visto Sorato ricostruisce la genesi del rapporto interno sulle “baciate” in modo completamente diverso, attribuendola ad un imput iniziale della società di revisione, la Kmg, e alla sua decisione di procedere ad una verifica. Ma il tutto a poche settimane dalla sua uscita dall’istituto, nell’aprile 2015. Cioè quasi un anno dopo rispetto alla tempistica che risulta dalle carte e dalla testimonianza di Bozeglav. Chi dice la verità? A contribuire a scoprirla a questo punto dovrebbe essere Giovanni Zamberlan, che presiedeva il collegio sindacale che chiamò Bozeglav a relazionare. Cosa fecero i sindaci dopo averlo ascoltato in quel 1 settembre 2015? Da quando Bozeglav dice di aver mostrato il suo dossier fino al 10 aprile 2015, giorno in cui Sorato rivela di aver messo in moto l’audit interno, in banca nessuno mosse un dito?

5) Sorato accusa Bozeglav di aver puntato l’indice solo contro di lui e contro Giustini, senza porsi qualche domanda critica sul proprio operato e su quello di Zonin&C. Anche perchè, sottolinea, questi ultimi erano ancora in carica («La successiva relazione della Direzione Audit, completata quando Zonin era ancora Presidente, ha sostanzialmente addebitato condotte irregolari solo a chi era fuoriuscito dal management della banca, non esprimendo, in modo del tutto sorprendente, valutazioni di addebito né a se stessa, né alle altre strutture di controllo della banca né, tantomeno, al Consiglio di Amministrazione o Collegio Sindacale»).
In effetti, se è vero quel che sostiene Bozeglav, e cioè che per gli amministratori era facile avvedersi del truffone guardando le schede che arrivavano in cda, questo non lo esimeva dal lanciare l’allarme. Alla domanda del Corriere del Veneto su come mai non l’avesse fatto, l’ex direttore dell’audit ha risposto così: «avrei dovuto richiamarlo (Zonin, ndr) su irregolarità che vedevano coinvolti alcuni esponenti di spicco del cda, da lui saldamente controllato». E non faceva parte dei suoi compiti, questo? Perchè ha atteso mesi una decisione da Sorato? Perchè non segnalò subito i dati che aveva raccolto al cda e ai sindaci?

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