“Generazione Erasmus”. Ovvero come ti addestro i giovani al capitalismo

Nei libri degli intellettuali emergenti Borgognone e Ricucci, la battaglia contro il tramonto dell’Occidente

Se vi hanno fatto credere che non esistano più dei giovani intellettuali, come negli anni ’60, vi hanno detto una bugia. Anzi, una colossale balla. L’Italia è tutta un fiorire di menti fresche, abili e sopraffine, che lottano ogni giorno per guadagnarsi uno spazio e far sentire la loro voce. E, rispetto a quelle che imperversavano nei decenni della seconda metà del ’900, le nuove sono con tutta probabilità maggiormente scevre da inutili pregiudizi ideologici. Soprattutto, quelli odierni sono sovente cani sciolti senza legami con i partiti (non come avveniva invece in passato, diciamo pure, senza mezzi termini, tra il PCI e l’intellighenzia) che possono portare avanti le proprie battaglie e idee senza il vincolo di dover essere al contempo megafono della voce del padrone.

Il primo che viene in mente a chi è frequentatore dei social, o dell’editoria di saggistica meno blasonata (estranea, perciò, alle squallide logiche di potere) è Paolo Borgognone. Lo storico di Asti è, più che un semplice studioso, una entusiastica ed entusiasmante macchina da guerra. Sono anni oramai che Borgognone porta avanti, con precisione analitica e senza risparmio di energie nella ricerca, la sua battaglia contro il tramonto dell’Occidente. Battaglia che – si presti attenzione – non è personale, o per meglio dire personalistica, atta a farsi belli sui social a forza di like, paventando una presunta dissidenza con la quale arringare la propria vana corte di follower. Al contrario, Borgognone ha lo spirito e finanche il modo di fare di chi detesta i riflettori, ma lavora con costanza e serietà. E, senza queste caratteristiche, lo storico in questione non avrebbe mai potuto dare alle stampe, con una regolarità pari solo a quella di Stephen King per la narrativa, una serie tanto vasta e voluminosa di tomi da fare invidia a uno studioso in età avanzata. La sua ultima fatica si intitola GENERAZIONE ERASMUS. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo, OAKS Editrice, 2017.

Era inevitabile che Borgognone, dopo aver preso in esame fenomeni quali la globalizzazione, l’ascesa al potere di Trump e la Russia di Putin, indirizzasse la sua attenzione verso questa agghiacciante figura sociologica. Apparentemente innocui, spensierati, casinisti, e amanti degli aperitivi a base di Spritz, questi giovani, ci viene fatto notare fin dal sottotitolo del volume, sono la terribile incarnazione, i peggiori giannizzeri, della società neoliberista del capitale. Europeisti, no borders, disposti a circolare come tanti pacchetti di Amazon da un paese all’altro, i ragazzi Erasmus sono frutto di una mentalità ben precisa e inconsapevoli perpetuatori di quest’ultima. Borgognone racconta nei dettagli (qui sarebbe impossibile anche solo riassumere) il progetto recondito alla base della creazione di una generazione di apolidi. Ragazzi a cui è stato messo in testa che bisogna viaggiare low cost, vivere in camere ammobiliate insieme a sconosciuti, e soprattutto sentire intimamente che avere una patria è da provinciali retrogradi poco open minded.

L’autore chiarisce bene come l’Erasmus sia tutto fuorché un progetto privo, dietro la variopinta e festosa facciata, di una trama oscura, volta a instillare nei suoi partecipanti una mentalità di ripudio delle proprie radici e di qualsivoglia forma di stabilità (famigliare, lavorativa, affettiva). E, ancor di più, Borgognone spiega come, palesemente, questo nuovo insieme sociale sia ben lungi dal costituire una reale possibilità di antitesi e attacco alle logiche oramai consolidate del nuovo capitalismo. Il loro femminismo alla Sex and The City, per esempio, non mira a far crollare le strutture di potere vigenti, ma unicamente a imporre figure femminili nei centri nevralgici del dominio.

I giovani figli di una simile mentalità sono posti fin dall’inizio nella condizione psicologica di trovare accattivante il modello del capitalismo, come non era mai successo alle generazioni dei loro padri e nonni. Per loro è ineluttabile, quasi ontologico, come un tratto inemendabile dell’Essere. La società di mercato, li si induce a pensare, è anche quella del divertimento consumistico entro la quale hanno potuto sperimentare i piaceri tristi della vita modaiola da giramondo. Borgognone è abilissimo nel mettere queste menti drogate dalla propaganda al cospetto di tutta la miseria morale e intellettuale del loro mesto credo. Lo fa in modo puntuale, chirurgico, implacabile. A leggerlo sembra proprio di scorgerlo, mentre scrive, fissando lo schermo del computer con quel suo sguardo imperturbabile e determinato, sciorinando dati ed eventi storici, ricucendo il puzzle scomposto del nostro mondo per aiutare ognuno di noi a vederci finalmente chiaro, a scorgere dietro l’opacità del quotidiano. Eh già, perché Paolo non scrive per la gloria letteraria, o per narcisismo, ma perché animato da una missione ben precisa: svegliare le giovani menti dal sonno della ragione indotto dal sistema.

Un altro baldanzoso tra le nuove fila è, poi, Emanuele Ricucci, giovane firma di Il Giornale, il cui ultimo lavoro è un breve, quanto denso, pamphlet, uscito per i tipi del quotidiano su cui scrive e intitolato Torniamo Uomini – Contro chi ci vuole schiavi: come tornare sovrani di noi stessi.

Allenato alla scrittura giornalistica, Ricucci riesce con efficacia a condensare in appena quaranta pagine un quasi manifesto per guidare l’uomo occidentale fuori dalle rovine del suo tempo. Quella che il giornalista porta avanti è prima di tutto una “battaglia semantica”, come giustamente la definisce lui, contro il politicamente corretto, il quale introduce una “pericolosissima relatività”. Ma la sua non vuole essere una semplice e affranta riproposizione di una pars destruens forse oramai eccessivamente battuta da un gran numero di intellettuali contro. La spinta alla reazione, il rifiuto della mera contemplazione della decadenza è chiaro fin da principio: “Prima ancora […] provate a dire «non è giusto!». A provare schifo e, poi, a farvi dare retta, studiando per una vita, combattendo al limite dell’emancipazione economica e sociale”.

Anche lo scritto di Ricucci procede implacabile e animato da genuine convinzioni. È interessante, per esempio, come in questo universo pressappochista, l’autore sia comunque un fermo sostenitore della precisione e della competenza, contro la mediocrità imperante. Nessuna strizzata d’occhio al populismo, quindi. Certo, però, è tutto l’uomo, oramai massificato, chiuso nella propria solitudine consumista e proprio per questo uguale alla moltitudine, a dover mutare, a dover divenire sovrano di sé. Per sapere come ciò debba avvenire, tuttavia, dovrete prendervi la briga di leggerlo, perché è proprio questa una delle caratteristiche fondamentali che abbiamo perso, secondo Ricucci: il rapporto con il tempo e, di conseguenza, la consapevolezza che, per arrivare a certe profondità, dovremo spendere i nostri giorni nella pratica della riflessione.

Due intellettuali, quindi, da leggere e da cui trarre spunto per capire il presente, la sua apparentemente inarrestabile corsa verso l’appiattimento e la disumanizzazione. Due coscienze felici che riescono a inserirsi nel proprio tempo, rifiutando il ruolo di semplici cassandre. Nella consapevolezza che un altro mondo è possibile, se solo avremo voglia di soffermarci a riflettere, evitando di cedere alla forza del negativo, scegliendo con coraggio la strada della rivolta esistenziale e umana.