Treviso città insicura? Viaggio nei quartieri

Reportage: tra meriti rivendicati dal sindaco Manildo (Pd), critiche leghiste, l’azione dei comitati, e la «subdola tendenza» a scoraggiare le denunce

A Treviso la sicurezza sarà senz’altro uno dei temi di primo piano della campagna per eleggere il nuovo sindaco nel 2018. Il candidato del centrodestra Mario Conte (Lega) l’ha già messa in cima alla lista («Treviso città più sicura d’Italia», è il suo slogan). L’attuale primo cittadino, Giovanni Manildo (Pd), da settimane va rassicurando i suoi concittadini spiegando che nel capoluogo della Marca la giunta ha lavorato sodo e bene.

APPIANI: «QUESTIONE RISOLTA»
All’area Appiani, il più grande complesso direzionale e residenziale della città, sede di questura e Guardia di Finanza, ha il suo studio Matteo Moschini, professionista molto noto in città anche per avere seguito tanti risparmiatori colpiti dal rovescio delle ex popolari venete: «Qui in zona si erano registrati casi di alcuni profughi e clochard che stazionavano nel parking seminterrato. Il problema è stato risolto e devo dire che negli ultimi 15 mesi la giunta, scontate le incertezze della prima parte del mandato, ha cominciato a lavorare in modo convincente. Anche frequentando il palazzo di giustizia si ha l’impressione che i reati siano sotto controllo entro limiti fisiologici. Al che si affianca una buon lavoro in termini di offerta culturale. Il che dà l’idea di una città viva e non chiusa in sé stessa».

BULLI IN CENTRO E IN STAZIONE FS
Se però ci si allontana dal grande complesso progettato da Mario Botta e si muove in direzione della stazione ferroviaia, la situazione cambia. «Quasi ogni giorno vengo in Treno a Treviso – fa sapere Marco Zin che vive in provincia e fa l’impiegato – A ridosso del centro in alcune zone stazionano spesso dei personaggi non proprio raccomandabili. Io sono adulto e vaccinato ma una donna sola la sera può camminare tranquillamente?». Si tratta di un’impressione confermata dal consigliere comunale del Carroccio Giuseppe Basso, uno dei più vicini all’ex sindaco Giancarlo Gentilini: «Piazza Borsa, via Fiumicelli, e poi stazione, l’autostazione, hotel Continental, porta Altinia, San Martino piazza Giustiniani, siamo in una sorta di area off limits in cui si incontrano piccole bande teppistelli, bulletti, soggetti arroganti che cercano di spadroneggiare e spaventano le persone normali. Non sono delinquenti ma la ragazza o l’anziano di turno passando di lì non si sentono sicuri».

IL SINDACO: «DA NOI RISULTATI OK»
Sul versante opposto c’è il primo cittadino che sul tema torna a ogni piè sospinto: «Stiamo dotando la nostra polizia locale di strumenti nuovi, oggi disponibili grazie anche al lavoro del Ministro Minniti, per intervenire in maniera ancora più efficace». Il riferimento è al cosiddetto Daspo urbano recentemente potenziato dal Viminale. Si tratta di uno strumento amministrativo che consente alle forze di polizia, vigili urbani in primis, di sanzionare i responsabili di comportamenti molesti. «Ringrazio la nostra polizia locale e tutte le forze dell’ordine che lavorano per garantire la gestione della sicurezza» aveva scritto recentemente in una nota proprio il sindaco nella quale spiegava più nel dettaglio che all’amministrazione «spetta in modo particolare l’intervento sul decoro: in questa direzione va anche la misura dell’inasprimento delle sanzioni per i titolari di attività che lasciano in stato di incuria, sporcizia e abbandono i locali sfitti: non vogliamo più vederne».

SAN LIBERALE, VECCHIO E MALATO
Spostiamoci in periferia. Una è San Liberale. Si tratta di un quartiere tirato su in pochi anni dopo il secondo conflitto mondiale per dare una casa a quei trevigiani colpiti dai bombardamenti alleati contro le truppe nazifasciste. Un pezzo di storia trevigiana, progettato tra il ‘58 e il ‘62 diviene pienamente operativo nel ‘67: un mezzo miracolo per gli standard del tempo quando i progettisti, come avveniva in altre parti d’Italia, pur tra mille limiti, cercavano di conciliare edilizia e urbanistica in una col tentativo di allocare funzioni sociali. Quel rione tra i Sessanta e la fine dei Settanta divenne il quartiere simbolo della working class trevigiana, che lo ha sempre chiamato «quartiere organizzato». Oggi però, complice l’invecchiamento, quel tessuto sociale è morto. Basta fare due passi per il mercato rionale del giovedì (in foto), popolato principalmente da anziani, soprattutto donne. Alle dieci in punto, quando uno meno se lo aspetta, arriva proprio Gentilini, “lo sceriffo” che effettua una rapida perlustrazione con piccolo bagno di folla. Poi lancia una battuta delle sue: «Sono qui a contrastare il degrado. La gente la sera non esce di casa a causa del lassismo in materia di sicurezza da parte di una maggioranza fatta di molti bolscevichi».

PROFONDO DISAGIO?
Ma al di là delle sparate di Genty il problema sociale è più complesso. San Liberale, nonostante un centro anziani che sforna diverse iniziative, è un quartiere (e di una generazione) dormitorio. Basta origliare nei bar al mercato, sull’uscio della farmacia tra pensionati in disarmo, badanti rumene tristi, disoccupati che non cercano più lavoro «perché a 57 anni ti è passata ogni voglia – dice una signora che è in cura dallo psicanalista dopo aver perso buona parte dei suoi risparmi col dissesto di Veneto Banca e BpVi al mercato – qui il problema principale non è la sicurezza. Non siamo a Scampia. Centrodestra e centrosinistra hanno gioco facile a scontrarsi su un terreno meno minato di quanto sembra, quando il problema è la vivificazione di quartieri ormai abitati solo da invisibili, che nel caso degli anziani vivono parcheggiati e semi-rincoglioniti ad ammazzare il tempo in attesa della morte». La giunta non ci sta e fa notare che a breve arriveranno una quindicina di milioni per i quartieri. Ma è lo stesso Basso a non essere d’accordo: «Visto che si tratterà di interventi concentrati in pochissime zone a fronte di una città che in questi anni è stata lasciata andare anche in un insieme di piccole cose, che vanno dal parcheggio non pulito a dovere o alla carenza dei controlli in alcune aree che ne meriterebbero di più da parte della polizia locale. Si tratta di piccoli aspetti che sommati pesano».

CANIZZANO: I RESIDENTI CONTRO IL CRIMINE
E se c’è un quartiere dove il dissidio tra insicurezza percepita e reati commessi è evidente questo è Canizzano. La zona è costellata da tante case, casette, abitazioni singole. In quel quadrante la malavita organizzata è andata a segno più volte: ma anche di una zona in cui i residenti si sono dati da fare organizzando un vero e proprio servizio di intelligence e sorveglianza fatto in casa. Una macchina ben oliata che ha trovato in un ex generale in pensione dell’esercito, Luciano Musso, il suo punto di riferimento. A ogni avvistamento «ognuno per come può, ognuno per come se la sente, chi di vedetta, chi per strada a perlustrare il quartiere informa ad ogni istante» lo stesso Musso o chi è in quel momento di turno. «Immediatamente si informano le forze dell’ordine che sono invitate sul posto e che a Treviso lavorano bene sul campo». La cosa riesce bene particolarmente bene ai residenti di via Giovanna d’Arco, assurta l’anno scorso alle cronache locali, abitata da moltissimi tra operatori delle forze dell’ordine e militari, specie a riposo. «Grazie al nostro retroterra ma soprattutto ad un senso di comunità che noi abbiamo mantenuto – spiega – il più piccolo indizio viene immediatamente notato. Potrei raccontare un elenco interminabile di effrazioni o tentativi di effrazione, moltissimi sventati grazie a noi». Ma c’è un ma. Per Musso i vertici delle forze dell’ordine in Italia «dai questori in su» tendono «a scoraggiare le denunce per reati di microcriminalità infarcendo la procedura di passaggi farraginosi. Il tutto in modo che il dato statistico sulla microcriminalità che si basa in primis sulle denunce sia sottodimensionato. Per quieto vivere». Si tratta di una condotta ascrivibile alle alte sfere delle istituzioni che definisce «subdola». Si tratta di un rilievo che Musso muove anche alla giunta dal momento che quest’ultima sembri ignorare «ciò che è evidente» spiega in questo video per Vvox.

CRITICA AI GIUDICI
Il riferimento è anche ad una recrudescenza dei furti d’appartamento. «Ci sono rumeni che arrivano da noi, svaligiano appartamenti sgraffignando solo denaro e gioielli. Li rivendono ai compro oro inviano i soldi in Romania con Moneygram e poco dopo, puliti e senza nulla in tasca, se non li arrestano, se ne ritornano a casa loro. Ho ascoltato di persona intercettazioni in cui questi soggetti si beavano di una giustizia italiana estremamente permissiva». Il che farebbe pensare alla necessità di leggi speciali sulla legittima difesa o di pene più severe. «Assolutamente no – controbatte il generale – le norme ci sono e sono ben scritte. Magari sono troppe. La Costituzione, che giustamente assegna una indipendenza sacrale alla magistratura, va bene così. Quello che non va bene è il modo con cui troppi magistrati deliberano: magari per incompetenza, magari a causa di interpretazioni pindariche delle leggi. Il che troppo spesso permette ai malviventi acchiappati dalla polizia di ritornare a piede libero. Non immaginate quanto si possa fare con una sana collaborazione tra amministrazione, cittadinanza e forze dell’ordine».