«Le vere fake news? La propaganda Usa»

Vivadelli, giornalista autore di un libro che smaschera le “balle mainstream”: «la legge che vorrebbe la Boldrini? Inquietante»

Non si parla d’altro che di fake news. E’ la moda politico-mediatica del momento. Eppure le bugie esistono da sempre, così come la propaganda. La confusione domina sovrana: chi dice balle? A chi credere? Come può un cittadino che non abbia già portato il cervello all’ammasso assicurarsi un’informazione degna di tal nome, sotto l’incessante raffica di notizie che si diffondono in un batter d’occhio tramite i social? Roberto Vivaldelli, giovane cronista trentino del quotidiano L’Adige e collaboratore del collettivo giornalistico Gli occhi della guerra, ha indagato la questione attraverso i casi più eclatanti degli ultimi anni: Russiagate, conflitto siriano, primavere arabe, interventi “umanitari”. Ne è uscito un libro agile e documentato: “Fake news” (Edizioni La Vela). Consci di trattare un tema che dà fastidio soprattutto ai colleghi dei grandi giornali mainstream, spesso colpevoli di propalare le bufale confezionate dai governi, ne abbiamo discusso in questa intervista che, speriamo, farà storcere il naso ai trinariciuti del “pensiero unico”.

Dubbio preliminare, Roberto: cos’è tecnicamente una fake news? Perchè il dibattito politicamente corretto inventa nuove categorie scoprendo l’acqua calda, in questo caso che le fake news propriamente dette sono le care, vecchie, ignobili ma tutto sommato “normali” bugie?
Hai detto bene: bugie. Le cosiddette “fake news” o le vecchie care “bufale” che dir si voglia, di cui i politici sono i campioni indiscussi, sono sempre esistite. Il titolo del mio libro è volutamente provocatorio, di certo non mi accodo all’isteria dominante del politicamente corretto: con questo lavoro ho tentato di mettere in luce le ipocrisie di un sistema che ora vorrebbe inventare un ipotetico algoritmo della verità.

Sì però è innegabile che sul web circolino panzane.
Per carità, le bufale in rete esistono e alcuni siti web speculano sulla loro diffusione al fine di guadagnare: si chiama truffa, null’altro, e ci sono già delle leggi per questo tipo di reati. Il punto è che dietro a questa nuova campagna contro le fake news c’è l’oscuro tentativo di imporre una narrazione, eliminando ogni tipo di “contrappeso”. La democrazia è inquinata da altri fattori, non certo dalle bufale: negli Usa – dove l’isteria è nata e cresciuta, per esempio – dall’apparato industriale/militare, quel “Deep State” che detta buona parte dell’agenda politica di Trump.

Una volta si chiamava “complesso militar-industriale”, e oggi ci va aggiunto di sicuro l’aggettivo “finanziario”. Ci fai tre casi macroscopici di fake news reali, se mi passi l’apparente paradosso? Ovvero tre bufale spacciate per verità?
Nell’ambito della politica estera, l’Occidente a guida Usa ha imposto il suo monopolio delle idee e delle emozioni attraverso i media cosiddetti mainstream, sulla base delle sue pretese universalistiche. Di fake news e vere e proprie manipolazioni, potrei citarne centinaia rispetto ai conflitti in Iraq, Libia e Siria. Partiamo proprio dal 2003 e dall’invasione dell’Iraq: i media sposarono la tesi dell’allora Segretario di Stato Usa Colin Powell secondo la quale Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa. Senza porre troppi dubbi o domande, contribuirono a ricreare quel sentimento di indignazione con il dittatore di turno. Con il Colonnello Gheddafi avvenne lo stesso: in quel caso l’Unità pubblicò come notizia di apertura del giornale le presunte “fosse comuni” che in realtà non erano mai esistite. Sulla Siria, i media nel 2011 scrissero che si trattava di una rivoluzione “laica e democratica” e che i ribelli erano tutti “moderati” quando oggi sappiamo benissimo che non andò affatto così. E questo vale per tutte le primavere arabe. È la società dello spettacolo che diventa una formidabile tecnica di guerra.

E’ vera l’impressione che, anche qui non essendoci nulla di nuovo, i media italiani danno sempre per buona la versione di Usa e alleati occidentali, e tendenzialmente sempre per falsa quella degli Stati fuori dall’orbita dell’Occidente?
È così per via di quella pretesa missionaria e universalistica di cui accennavo prima. Lo diceva anche Samuel Huntington: «L’Occidente – in particolare l’America, che è sempre stata una nazione missionaria – ritiene che i popoli non occidentali debbano convertirsi ai valori occidentali della democrazia, del libero mercato, del governo costituzionale, dei diritti umani, dell’individualismo, dello stato di diritto, e inglobare tali valori nelle proprie istituzioni». Le notizie che provengono dall’esterno vengono dunque emarginate, demonizzate, se non derise. La manipolazione avviene ovunque, ma noi crediamo che in Occidente ciò non succeda, e questo limita molto la nostra visione e conoscenza di ciò che accade nel mondo.

Facciamo l’ultimo esempio di “notizia” venuta, o creata, dall’estero: l’ex vicepresidente di Obama, Biden, in un articolo su Foreign Affairs sostiene che la Russia abbia influenzato il voto sul referendum perso da Renzi e che voglia farlo per favorire alle prossime elezioni M5S e Lega. Dobbiamo dare credito a un’ingerenza che accusa un altro Stato di ingerire in questo caso nella nostra politica?
Joe Biden ha incontrato più volte Renzi negli ultimi anni e tra i due c’è una profonda amicizia. Non serve essere dei fini analisti per capire che l’ex vicepresidente abbia voluto aiutare Matteo Renzi. E poi, se vogliamo dirla tutta, gli Usa sul fatto delle ingerenze devono tacere dopo l’intervento a gamba tesa dell’ambasciatore Usa, a poche settimane dal referendum costituzionale. Ultima osservazione: Biden parla di presunte interferenze russe ma lo fa senza portare uno straccio di prova. Di che parliamo?

La proposta di legge sulle fake news, secondo il Pd che la promuove, mira a punire l’uso distorto di informazioni a fini politici e contemporaneamente anche l’odio sui social network affidando a questi ultimi il compito di intervento immediato (qui l’intervista di Vvox alla relatrice). C’è da salvare qualcosa?
Mi pare si tratti di un tentativo strumentale. Vogliono punire severamente i siti che lucrano online attraversano la diffusione di “bufale”? Benissimo, ma mi devono spiegare come intendono farlo. Chi stabilisce la veridicità di una notizia? L’ipotetico algoritmo della verità? I debunker scelti dalla Presidente della Camera? A me questo scenario inquieta parecchio e credo ci siano altri strumenti per affrontare seriamente l’ignoranza sul web; certo, costano tempo e fatica. Non credo che una legge approvata di fretta e furia sull’onda dell’isteria del momento e dell’indignazione possa essere efficace o fare il bene alla sana informazione e alle nostre libertà.

Se dovessi consigliare ad un lettore che voglia informarsi con criterio e onestà intellettuale sui fatti ad alto rischio di propaganda, quali fonti accessibili gli indicheresti?
Consiglio al lettore di non fermarsi a leggere solo i 2-3 giornaloni italiani ma di provare a espandere la propria conoscenza consultando agenzia stampa o giornali esteri, possibilmente non solo occidentali, per sentire più campane e farsi un’idea propria, senza pregiudizi o condizionamenti. Magari dando uno sguardo anche ai canali alternativi: ce ne sono molti di buoni. Ne cito qualcuno, per chi desiderasse informarsi sulla politica internazionale: Mintpress News, Global Research, The Duran, Asia Times. Ma anche Foreign Policy e Foreign Affairs – che sono certamente più in linea con la politica estera americana – sono autorevoli e validi. È uno dei grandi vantaggi di internet, occorre sfruttarlo. E poi consiglio caldamente di individuare qualche firma autorevole e seguirla. Di professioni, anche molto bravi ce ne sono anche in Italia, come Alberto Negri, Fulvio Scaglione o Marcello Foa.