Ius soli? Pensiamo alla cittadinanza europea (e di piccole patrie)

Sull’integrazione si fronteggiano due tifoserie opposte. Che ignorano la necessità di un nuovo contratto sociale. Le proposte di Radix

Diventare cittadini non è come iscriversi al Touring Club al solo scopo di usufruire di qualche sconto sulle pubblicazioni e sui viaggi. Presuppone un’assunzione di coscienza di cosa significhi appartenere a una comunità, a una nazione, a una patria, a un popolo. Il dibattito sullo ius soli si è ridotto a una rissa verbale tra tifosi che non sanno nemmeno bene di cosa si parli. Da una parte si evoca la paura di essere invasi dagli stranieri; dall’altra l’opportunismo di gestire l’ordine pubblico e di integrare forza lavoro. Si sono accavallate frasi nazionaliste ottocentesche orecchiate qua e là con altrettanto velleitarie ipotesi internazionaliste.

RadiX – il Think Tank liberal-democratico radicale britannico ora con una sede in Italia – ha affrontato la questione al Collegio Don Mazza in un vivace dibattito a cui hanno partecipato un centinaio di persone, prevalentemente giovani tra cui molti stranieri. Si è partiti da una domanda semplice, ma che non viene mai sollevata. Forse perché presume troppo ragionamento e non ha una risposta definitiva. La domanda è: “Cosa significa essere italiani”? L’antropologo Simone Borile e la psicanalista Marisa Galbussera hanno commentato gli interventi del pubblico coordinati da Alberto Lanzavecchia di RadiX.

Per storia e sensibilità personali e famigliari sono stato sempre favorevole all’integrazione degli stranieri nella Repubblica Italiana. Negli ultimi trent’anni l’immigrazione ha svolto un ruolo decisivo nella ridefinizione delle identità nazionali ed europea. L’acquisizione automatica della cittadinanza italiana a chi è nato sul territorio nazionale rimane un fatto problematico. Voglio pensare che la nostra Repubblica, fondata sul lavoro, nasca da un contratto sociale tra persone, tutte potenziali cittadini, che si associano per vivere meglio rispettando leggi approvate secondo procedure democratiche. Chiunque aderisca a questo contratto e contribuisca con il proprio lavoro a fondare la Repubblica acquisisce un diritto – per lo meno morale – alla cittadinanza. Essere nato sul suolo italiano è irrilevante per potersi definire italiano e di conseguenza europeo. Anche una discendenza da cittadini italiani non sarebbe di per sé sufficiente: ci vuole qualcosa di più.

Allo stesso tempo non si possono né tollerare apolidi né rinunciare a promuovere le adesioni al progetto-Italia. Per essere italiani (o francesi o tedeschi o spagnoli) è necessario allora aderire consciamente a un progetto comune. Il dubbio è se questo progetto comune esista ancora per gli Stati nazionali o non sia superato nei fatti dalla società contemporanea. Esiste l’Europa e potrebbero esistere le piccole patrie regionali. Una cittadinanza europea – magari limitata a Schengen – non creerebbe confusioni e competizioni tra le leggi di Stati e popoli sempre più simili tra loro e sempre più variegati al loro interno. A questa cittadinanza basata sull’adesione alla Costituzione europea si possono aggiungere cittadinanze di appartenenza a piccoli stati sovrani federati in cui si esercita una democrazia più vicina a nuovi popoli e quindi più responsabile e solidale.

Il discorso è a lunga scadenza, ma è utile a collegare le esigenze di autonomia, federalismo e cittadinanza. Le dimensioni e il significato dei territori hanno oggi conseguenze cruciali sull’identificazione dei cittadini nelle istituzioni e sull’apertura internazionale. L’acquisizione della cittadinanza per il solo fatto di essere nati sul suolo italiano è oggi affrontata in modo opportunistico o utilitarista sia da chi la attribuisce sia da chi la riceve. Un atteggiamento questo, senz’altro più sicuro delle esaltazioni patriottiche del passato, ma povero di quei valori che comportano un senso di solidarietà visibile e concreto.

Sarebbe perciò ragionevole che alla nascita o alla maggiore età, chi gode di più cittadinanze venga invitato a sceglierne una come avviene in vari Stati e in varie forme. Chi ha la possibilità di godere di due o più cittadinanze si trova in una indebita condizione di privilegio rispetto a chi non può che averne una sola. Non sarebbe sbagliato richiedere a chi ha la doppia cittadinanza (a) di non essere costretto a subirne o goderne un’altra; (b) di sceglierla responsabilmente. Insomma un diritto di cittadinanza basato sull’“adesione” alla comunità europea, nazionale (finché dura) e comunitaria, vale a dire a una piccola (e innocua) patria.

(ph: wikimedia.org)