«”Baciate” in BpVi, perchè nel 2012 i sindacati non diedero l’allarme?»

J’accuse dell’Unione Nazionale Consumatori. L’avvocato Canafoglia: «caso Boschi? Alibi per entrare nel merito». E su Bankitalia: «diventi pubblica»

Due giorni fa a Vicenza, a margine della prima udienza del processo per il crac BpVi, Antonio Tognoni, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc) ha fatto una rivelazione che potrebbe essere gravida di conseguenze. Assieme ai legali dell’associazione tra i quali gli avvocati Filippo Piovan e Corrado Canafoglia, Tognoni ha spiegato che le principali sigle sindacali del settore bancario, già dal 2012 erano a conoscenza di come i vertici di BpVi stessero preparando qualcosa di «profondamente sbagliato», ovvero la proposta ai clienti per acquisti di azioni proprie, le cosiddette baciate. In quella sede però l’avvocato Canafoglia del foro di Ancona (in foto) è andato oltre sottolineando il fatto che quel documento «era stato segnalato a suo tempo alla procura di Vicenza» tanto che oggi a processo iniziato e con tutti gli atti depositati l’Unc ha ritenuto di dare contezza al pubblico della lettere che prova la scelta del sindacato di non lanciare alcun allarme specifico.

Avvocato, come giudica il comportamento dei sindacati?
Lascio ad altri questa valutazione. Certo è che alla luce di quel documento, tralasciando i vertici di BpVi, pare che dei dubbi sulla gestione della banca fossero a conoscenza altri soggetti.

Ma allora per quale motivo i sindacati inviarono quel documento ai vertici della banca? Forse per togliere le castagne dal fuoco ai dipendenti?
Ecco vede, questa è la vera domanda. E va posta al sindacato. Ma la questione è ben più grave, ben più ampia.

Sarebbe a dire?
Dobbiamo assolutamente smettere di ragionare a compartimenti stagni. Lo stesso è avvenuto in tante altre crisi bancarie.

Può fare un esempio?
Con Banca Marche è avvenuta la stessa cosa. Ci fu lo stesso comportamento del sindacato. E glielo dice uno che sta seguendo anche quella inchiesta.

Voi ritenete che queste crisi bancarie abbiano un denominatore comune?
Sì certo. Va capito una volta per tutte che questi crac hanno sempre seguito lo stesso schema, in quattro step. Uno, malagestio; due, situazioni di favore nei confronti di determinati soggetti siano imprese o singoli, magari amici degli amici, magari vicini a certi ambienti politici o finanziari; tre, la debacle della banca che si abbatte sui risparmiatori e in parte sulla collettività grazie ad iniezione di capitale pubblico o grazie a scivoli sociali per alcuni dipendenti; quattro, l’arrivo di un grosso gruppo bancario, che per un piatto di lenticchie si porta via tutto.

Rispetto ad una condizione così preoccupante la risposta dell’opinione pubblica è adeguata?
No. É proprio questo è il punto. Noi siamo ostaggio del caso Boschi. Si parla solo di una vicenda che sicuramente ha una importanza sul piano etico e politico. Ma che rischia, in modo voluto o meno non importa, di diventare la foglia di fico dietro la quale si celano la bestialità e la disumanità di un sistema che fino ad oggi ha scaricato su mezzo milione di risparmiatori la tendenza del sistema bancario concentrarsi sempre di più.

Si può parlare di un preciso disegno?
Io dico solo che è da anni che da importanti ambienti finanziari europei nonché da pezzi dell’establishment di Bruxelles si raccomanda una concentrazione bancaria. Ci avevano provato in Italia con il credito cooperativo e il progetto in parte s’è arenato. Poi invece è successo quello che è successo coi rovesci di Mps, che ha seguito una storia per certi versi particolare.

E poi?
E poi la storia è andata avanti con BpVi, Veneto Banca, Etruria, Carichieti, Cariferrara, Banca Marche e a seguire alcuni istituti pugliesi.

Mi scusi, ma voi queste cose le avete denunciate nelle sedi opportune?
E come no? Il 6 dicembre a Montecitorio ho parlato un’ora in commissione banche. Sul web c’è tanto di audio. Poi ci sono le denunce all’autorità giudiziaria. In tribunale a Vicenza il presidente dell’Unc Tognoni non ha fatto non bene, ma strabene a ricordare che l’associazione che tutelo assieme ad altri colleghi, parecchi mesi fa, ha chiesto il sequestro nei confronti dei beni degli ex vertici di BpVi. Lo stesso dicasi per la vicenda di Banca Marche.

Come valutate l’operato delle toghe?
Voglio attenermi ai fatti. E dico che mai, e quando dico mai voglio dire mai, in tutte le vicende giudiziarie di cui ci siamo occupati abbiamo assistito a sequestri o arresti cautelari. Possibile che per reati meno gravi fiocchino in tutta Italia?

Le banche sono sottoposte a vigilanza: Consob, Bankitalia e oggi la Bce. Per le violazioni del codice penale c’è la magistratura. Come la mettiamo?
Andiamo bene. Se lei è in grado mi dica quante indagini l’autorità giudiziaria ha aperto nei confronti di Consob e Bankitalia o dei loro uomini: a noi non risulta.

Può essere più preciso?
Ma sarà mai possibile che dopo tutto il quarantotto uscito dalla commissione, che è comunque solo la punta dell’iceberg, i due istituti non siano interessati da alcuna indagine? Ma è possibile che l’opinione pubblica accetti come se nulla fosse il fatto che le banche, che sono le proprietarie di Bankitalia siano controllate da un soggetto, Bankitalia, che è a loro riconducibile? Ma si immagina lei se in un procedimento fallimentare il fallito e il giudice fallimentare fossero la stessa persona? Oppure se l’imputato e il pubblico ministero fossero soci della ditta finita nell’inchiesta? Scoppierebbe il finimondo. Invece con le banche di mezzo no. L’immaginario è stato colonizzato. E questo andazzo, in cui è la finanza a dettare lo spartito alla la politica, è pericoloso per la democrazia.

Però oggettivamente molte banche avevano i conti in malora. O no?
Questa obiezione è corretta sul piano astratto. Tuttavia non si capisce perché la pulizia dei conti se la debbano sorbire i risparmiatori e non le big bank che di volta in volta acquistano le varie Vb, BpVi o Banca Marche per una pipa di tabacco. E poi siamo proprio sicuri che quelli che in generale vengono definiti cattivi crediti lo siano davvero o lo siano sempre? Quanta speculazione c’è e ci sarà dietro le cessioni più o meno opache degli Npl ovvero dei crediti cosiddetti non performanti? Perché si accetta che asset importanti del Paese finiscano a società finanziarie, i cui proprietari non sono chiaramente noti peraltro, per pochi soldi quando, potrebbero contribuire a risollevare le sorti di un istituto di credito? E soprattutto perché si permette che questi crediti deteriorati migrino verso società, sulle quali non sono previsti controlli stringenti come quelli previsti, almeno sulla carta, con le banche?

Mi passi la battuta: altro che recuperare fiducia nel sistema…
Se io cittadino o piccolo imprenditore non ottengo credito perché sono inviso al banchiere o al bancario della mia città, che magari sono amici del tal politico o del tal imprenditore, magari mio oppositore o mio concorrente, io mi rivolgerò ad un altro istituto. Ma se i soggetti che possono erogare il credito diventano sempre più concentrati e potenti le alternative allora si restringono senza scampo. Ed è il motivo, per certi aspetti assurdo e paradossale, persino per le imprese del credito, per cui le banche hanno una montagna di liquidità bloccata che non sanno a chi prestare perché chi fa economia sana e reale non è più messo nelle condizioni di operare o peggio di esistere.

Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza di Bankitalia, ha afferma in commissione banche che via Nazionale è sempre stata neutrale e che i controlli ci sono sempre stati. E ha spiegato che Palazzo Koch non può sostituirsi ai manager bancari.
Ma Bankitalia non è delle banche? E ancora. Chi ricorda il commissariamento sprint che patì Benebanca, una piccola banca piemontese, quando si rifiutò di erogare una determinata linea di credito a BpVi? Per non dire del modo con cui si mosse il nuovo management di Banca Marche dopo l’avvicendamento dovuto allo scandalo della vecchia gestione. I nuovi arrivati si sono sempre mossi come fossero un tutt’uno con i funzionari della Banca d’Italia. L’istituto centrale va riformato, deve diventare un istituto terzo e pubblico, tanto per cominciare.