BpVi, è ufficiale: ci prendono per il culo

A Bankitalia non risulta niente. Zonin non ricorda e contava come il due di picche. Ma sono sbugiardabilissimi. Ecco perchè

Se qualcuno scrivesse una Storia del Ridicolo, le giornate del 12 e 13 dicembre 2017 vi sarebbero iscritte come date spartiacque. Un po’ come la scoperta dell’America. O dell’acqua calda. Nella commissione parlamentare sulle crisi bancarie abbiamo potuto assistere allo show di due signori che hanno dato un nuovo significato all’espressione “senza vergogna”: Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza di Banca d’Italia, e Gianni Zonin, ex presidente della Banca Popolare di Vicenza. Due maestri, nel loro genere: il grottesco, s’intende.

In ben sette ore di assoluta vigilanza sulla linea del Piave, Barbagallo è riuscito a negare l’evidenza con monumentale bravura. In sostanza, al braccio destro del governatore Ignazio Visco non risulta praticamente niente: non gli risulta che siano presenti massoni nella banca centrale (che è un po’ come sostenere che non ci siano preti in Vaticano); non gli risultano pressioni di Bankitalia su Banca Etruria per farla sposare controvoglia con BpVi nel 2014, accusa sollevata di recente in commissione dal procuratore di Arezzo, Roberto Rossi: «in quel momento Vicenza era nella media», ha risposto Barbagallo (peccato che in un comunicato del 26 ottobre 2014 si legge che lo stress test Bce, fatto però con ispettori Bankitalia, promosse «con riserva» l’istituto vicentino, che la sfangò solo grazie ad una conversione straordinaria di un bond di ben 253 milioni deciso appena due giorni prima dalla BpVi, in un cda inusitatamente svoltosi di sabato sera); non gli risulta che la multa che Bankitalia inflisse a Etruria nel marzo 2016 fosse per la mancata aggregazione con i vicentini, perchè fu dovuta invece al mancato impegno dei vertici aretini nel trovare un partner valido, che «si poteva chiamare Vicenza, Pippo, Pluto o Paperino» (e qui Barbagallo smentisce se stesso, o meglio il provvedimento con cui Bankitalia commissariava Etruria nel febbraio 2015,  dove si legge, a pagina 4, che «Banca Etruria ha lasciato inevasa la richiesta dell’Organo di Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing… In particolare non è stata portata all’attenzione dell’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante», ovvero quella targata BpVi, e a pag 23 si sottolineava «il ruolo contraddittorio avuto con il presidente nelle negoziazioni con Vicenza…e detto esponente ha di fatto posto in essere comportamenti che hanno condotto all’interruzione della trattativa»: più chiaro di così).

Ma Zonin è riuscito a fare di meglio: lui, poveraccio, non aveva nessun potere e non sapeva nulla, e quel che sa non se lo ricorda. «Abbiamo audito un passante», ha detto il presidente del Pd, Matteo Orfini. Potenza di Zonin: fa risultare simpatico persino Orfini. In pratica dal 1997 al 2015 è stato un presidente di campanello e di rappresentanza. E noi che pensavamo che tutte quelle interviste lascivamente laudatorie con cui ci ha alluvionato per anni fossero il segno del suo fermo e consapevole controllo della Popolare vicentina: tutta apparenza, in realtà contava meno del direttore generale e dell’«amministratore delegato». Proprio smemorato, il quasi ottantenne Zonin: Samuele Sorato diventò amministratore delegato solo a febbraio inoltrato del 2015, ovvero dopo gli aumenti di capitale “incriminati” (2013-2014), e a soli quattro mesi dalle sue successive dimissioni, cioè ad un passo dal tracollo. Pima era stato “solo” dg, dopo che negli anni precedenti ne erano saltati una mezza dozzina. Misteri zoniniani.
In ogni caso, rivela che non fu a conoscenza delle “operazioni baciate” (i fidi erogati illecitamente in cambio della sottoscrizione di azioni negli aumenti di capitale 2013 e 2014) fino al 7 maggio 2015 quando lo seppe dalla Bce, ripetendo così la nota linea difensiva secondo cui la responsabilità sarebbe di Sorato (il quale sostiene dal canto suo di averne avuto contezza soltanto un mese prima, il 10 aprile 2015: a questo punto non si capisce più chi comandasse in BpVi, forse l’usciere); si ricorda vagamente che nel 2014 un ex dipendente possa aver scritto una lettera «asserendo che ci potesse essere qualche “baciata”. Questa lettera è stata data a chi di competenza ma, alla fine, l’organo di controllo non ha trovato nulla» (si tratta dell’ex gestore private Antonio Villa la cui causa di lavoro fece scaturire un’indagine dell’audit interno, guidato da Massimo Bozeglav, che invece le “baciate” le trovò, ma che secondo un rapporto del collegio sindacale furono tenute nascosto al cda fino a fine agosto 2015); sull’offerta della BpVi a Etruria copre Bankitalia al punto da non rammentare nessuna telefonata (che invece l’ex vicedg Adriano Caoduro sostiene di aver udito con le proprie orecchie, cit. La Verità del 12 dicembre), mentre nega decisamente pressioni da Palazzo Koch sull’altra aggregazione per incorporazione, quella verso Veneto Banca (il che significherebbe che sia Vincenzo Consoli che Flavio Trinca, rispettivamente ex ad ed ex presidente della ex popolare trevigiana, hanno mentito avendo dichiarato il contrario: ma domani è il turno di Consoli in audizione, e speriamo ci sia qualche parlamentare che gli faccia una domanda a proposito); sostiene di non essersi mai occupato di assunzioni, comprese perciò quelle di ex magistrati, ex finanzieri, ex ispettori di Bankitalia, ex prefetti eccetera eccetera, quando sanno anche i sassi, a Vicenza e in banca, che non si muoveva foglia che Zonin non volesse; non ricorda neppure il cda in extremis del 24 ottobre 2014 per superare le forche caudine della Bce (ma che faceva nelle riunioni del board?). Insomma, un presidente pagato 1 milione all’anno per fare più o meno l’uomo immagine. Ma scommettiamo che restituire i compensi sarebbe troppo, per il suo senso morale. Un po’ come chiedere scusa ai tanti che hanno abboccato per anni all’unanimismo trionfale che l’ex dominus, finto ingenuo, ha impersonificato, complice l’attitudine servile di certa società vicentina.

Zonin dice di aver perso anche soldi dal crollo della Popolare di Vicenza. Banca d’Italia non ha perso il glaciale aplomb. I risparmiatori sbancati, dopo aver perso tutti i risparmi, hanno perso la speranza nel vedere almeno rispettata la propria intelligenza. Ci prendono in giro. Spudoratamente.