Biotestamento, il lato oscuro del “progresso”

Con le Dat c’è il rischio che i pazienti firmino le proprie condanne a morte. Con buona pace del sistema sanitario che tratta i malati come un costo

Ora sono legge. A tutti gli effetti. Le DAT, acronimo che sta per Disposizioni Anticipate di Trattamento, fanno ora ufficialmente parte del nostro ordinamento giuridico e, conseguentemente, sono a disposizione di tutti i coloro che vorranno sottoscriverle. Di che si tratta? Le DAT, dette anche biotestamento, consistono in indicazioni terapeutiche che un cittadino sottoscrive nell’eventualità in cui, un domani, non fosse più in grado di esprimersi.

Da questo punto di vista, le DAT – asseriscono i loro promotori – non sarebbero solo una garanzia dell’osservanza delle volontà di ogni paziente, assicurata anche dalla nomina di un fiduciario, che assisterà i medici proprio per vigilare sul rispetto delle stesse, ma pure un antidoto contro l’accanimento terapeutico.

Tuttavia – sottolineano sempre coloro che, specie tra i cattolici, lo hanno votato e voluto – il biotestamento non avrà nulla a che vedere con l’eutanasia, dal momento che quest’ultima è una pratica che si sostanzia con l’iniezione letale, mentre le DAT si limitano a garantire l’osservanza futura, come appena detto, delle volontà terapeutiche di ciascuno di noi, nel momento in cui decidessimo di sottoscriverle.

Tutto a posto, dunque? No, proprio per nulla. Anzi, per la verità niente è a posto dal momento che la realtà sulle DAT, come ben sa chi abbia familiarità coi testi di bioetica, è sideralmente distante da quella fin qui esposta.

Tanto per cominciare, smettiamola di parlare di svolta o, peggio, di progresso: le DAT risalgono al 1967, anno in cui furono per la prima volta ideate negli Usa, ergo tutto sono fuorché una novità. Molto discutibile, poi, la distinzione tra biotestamento ed eutanasia: sostenitori laicissimi del diritto a morire, quali Umberto Veronesi, hanno sempre detto che la distinzione tra eutanasia attiva (l’iniezione letale) e l’eutanasia omissiva (la letale «spina staccata», possibile con le DAT) è moralmente irrilevante e non vedo perché, ora, dovremmo arrampicarci sugli specchi per negarlo.

In terzo luogo, va precisato che le DAT non garantiscono affatto la volontà del paziente, bensì l’osservanza di una volontà: quella al momento della sottoscrizione. E chi ci garantisce che, pur non essendo più una persona in grado di esprimerla, non sia mutata? Nessuno. Infatti gli studi più aggiornati – penso a una revisione pubblicata nel 2014 su JAMA Internal Medicine – parlano di stabilità di volontà terapeutica fino a massimo due anni, e non oltre. Dopo? Dopo il biotestamento di chiunque, a quanto ne sappiamo, potrebbe essere da buttare pur essendo legalmente ancora valido.

E se uno che prima aveva sottoscritto volontà di essere lasciato andare, avesse cambiato idea non trovandosi più nelle condizioni di riuscire a comunicare? Avrebbe firmato la propria condanna a morte. Ad ogni modo, anche una volontà terapeutica non fosse mutata, nulla garantisce che le sue DAT saranno applicate correttamente: in uno studio su 569 pazienti che le avevano sottoscritte – pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society – si è visto come soltanto in 9 casi queste fossero sufficientemente non generiche, contenenti indicazioni sui sostegni vitali appropriate al caso, tali da essere poi applicate.

Significa che se da un lato, probabilmente, pochi italiani sottoscriveranno le DAT, dall’altro, nel concreto, solo l’1,5% di essi avrà la garanzia di vedere applicate correttamente le proprie indicazioni terapeutiche. Anche perché spesso gli stessi fiduciari nominati dai sottoscrittori le interpretano male: su una scala dove il 50% di accuratezza corrisponde a tirare a caso, i fiduciari – ha evidenziato una revisione della letteratura, pubblicata su Archives of Internal Medicine – individuano le preferenze dei deleganti col 68% di precisione; il che non è affatto rassicurante. Non si può manco dire, pensate, che le DAT ci proteggeranno contro l’accanimento terapeutico, per il semplice fatto che è già condannato da tutti, pure dal Catechismo della Chiesa Cattolica (2278).

A chi fa davvero comodo, dunque, il biotestamento? Lo chiedo a voi, cari lettori, e agli amici di Vvox. Intanto, un’ipotesi la faccio: a chi non ci pensa nemmeno ad affrontare il problema dei 45.000 morti all’anno per malasanità (fonte: Associaz. Luca Coscioni); a chi lavora per un sistema sanitario con meno reparti di maternità, meno guardie mediche, meno presidi territoriali e cure anticancro più costose; a chi, se i pazienti si lamentano per mancanza di cure palliative, fa capire loro che possono gentilmente togliersi di mezzo. Perché nel magico mondo dei diritti civili, baci e abbracci a parte, c’è solo posto per chi produce, o almeno, spende. Non certo per chi appare solo come un costo.