Processo BpVi, vogliamo la verità sulla gestione Zonin&C

Si indaga anche sul resto del cda e sul collegio sindacale: era ora

Finalmente., dopo due anni di indagini, è iniziato il processo per il disastro della Banca Popolare di Vicenza. Ci sono migliaia di persone che si augurano che le responsabilità vengano a galla ed anche che la giustizia si faccia largo. Ma sarà così? Sarà stata in grado la Procura vicentina di presentare ai giudici delle prove robuste? Il problema sta quasi tutto lì.

Tempo fa, quando alcuni giornalisti chiesero al procuratore Antonino Cappelleri come mai non fossero stati rinviati a giudizio i vicepresidenti, gli altri membri del cda e il collegio sindacale, lui rispose che le indagini non erano ancora terminate e che altri soggetti si sarebbero potuti aggiungere ai già rinviati a giudizio. Oggi è arrivata, come «atto dovuto», la notizia dell’allargamento degli indagati anche a costoro, benchè non si sappiano ancora di preciso i nomi. Per Veneto Banca i rinviati a giudizio erano e per ora rimangono unici -ex presidente Trinca ed ex amministratore delegato Consoli in primis – nonostante tutti quelli che hanno seguito i due casi affermino che la situazione della Popolare di Vicenza fosse più pesante.

La cosa inquietante è che i capi d’accusa siano stati finora solo di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Per Consoli si è ventilata anche l’ipotesi di truffa. Ora, sulla base della denuncia delle parti civili, anche in BpVi si parla di estorsione.

La speranza è che emergano finalmente al pubblico dibattito la politica bancaria errata, l’acquisto sconsiderato di filiali improduttive, la gestione verticistica, il girotondo di direttori generali a seconda della loro “collaboratività”, le spese fuori norma per spostamenti, le consulenze di vario genere, la gestione personale della beneficienza, le accuse di truffa del 2001 risoltesi vari anni dopo, in Corte d’Appello, vicino ai limiti della prescrizione e tanto altro.

Ciliegina sulla torta, una remunerazione per l’ex presidente Zonin che nell’ultimo suo periodo in carica era arrivata a più di un milione di euro all’anno. È stato pure generosamente pagato per ridurre la Popolare di Vicenza nello stato in cui è finita. Poco importa che ora si dichiari all’oscuro di quanto avveniva nel suo istitut: lo sapevano tutti che l’uomo al comando era lui. E le sue aziende andavano a gonfie vele.

Abbiamo avuto modo di scrivere in passato come aumentavano gli emolumenti del presidente (qui l’approfondimento di Vvox). Ci si rende conto di quanto fosse anacronistica e ingiusta quella legislazione sulle Banche Popolari che agivano, al loro interno, come dei piccoli feudi medievali nei quali il “signore” aveva potere di vita e morte sui vassalli?

Già nel 2012 gli ispettori Bankitalia lanciarono l’allarme sul credito. La loro relazione restò presso gli uffici dell’istituto e non fu trasmessa a Consob. Di qui il rimpallo tra le responsabilità fra le due autorità. Ma che accadde nella banca? Le critiche di Bankitalia arrivarono in BpVi a chi di competenza. Nonostante questo l’istituto continuò a chiedere soldi, a soci e non, vantando la solidità e appettibilità della Banca stessa. Come si chiama in diritto questo camouflage della realtà?