“L’ultima gloria di Venezia” e l’emergenza Gallerie dell’Accademia

L’edificio che ospita i capolavori neoclassici della tarda Serenissima è in condizioni pietose per il restauro. Ma lo Stato c’è o ci fa?

“Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia” è la piccola ma stimolante mostra allestita al pianterreno delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, a cura di Fernando Mazzocca, Paola Marini e Roberto De Feo, per celebrare il bicentenario (1817-2017) della nascita della gloriosa Istituzione, che presenta la più completa e qualificata raccolta al mondo di opere della pittura veneziana. Peccato che il fausto evento, che porta a fare una riflessione sul ruolo cardine che  l’Istituzione ha nel contesto nazionale e internazionale, avvenga in un momento molto critico per le condizioni deplorevoli in cui versano le Gallerie a causa del protrarsi di un impegnativo restauro delle sale espositive e di molte opere. Arrivati impreparati all’importante ricorrenza, ciò che stupisce è il modo confuso in cui si affronta un’emergenza gravissima che incombe da tanti anni.

Con la chiusura delle sale maggiori, si sarebbe dovuto sospendere – soluzione praticata nei grandi musei con il dimezzamento del costo del biglietto – l’esposizione dei grandi teleri privati del necessario respiro. Sono stati, invece, dislocati in stretti corridoi e in buie stanzette, creando tortuosi percorsi e nessuna visibilità. Il peggio lo si riscontra nel coacervo di opere ammassate nel tetro salone dell’ex chiesa di Santa Maria della Carità, dove Mantegna, Bellini, Piero della Francesca, Giorgione sono mischiati con autori di epoche e scuole diverse. Solo il grandioso Convito in casa di Levi di Paolo Veronese è stato tolto dalla circolazione insieme con il ciclo delle Storie di Sant’Orsola di Vittore Carpaccio, ridotte in condizioni pietose e sottoposte a urgente restauro. Vero atto di coraggio sarebbe stato chiudere temporaneamente le Gallerie stesse, facendo emergere le gravi responsabilità di uno Stato che non tutela beni culturali di inestimabile valore.

La mostra sull’ultima gloria di Venezia sembra un’irridente sfida agli uomini del nostro tempo. Leopoldo Cicognara, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, Antonio Canova, scultore acclamato in tutte le corti europee, Francesco Hayez, pittore che avrebbe creato il Romanticismo, furono impegnati a dare vita dopo il 1815 – anno in cui ritornarono da Parigi i quattro Cavalli di San Marco – ad un museo di rilievo internazionale per valorizzare lo straordinario patrimonio artistico di Venezia.

Suddivisa in dieci sezioni tematiche, la rassegna mette in relazione autentici capolavori con eventi storici che videro il ritorno dell’Austria dopo il Congresso di Vienna, e documenta il momento culminante della produzione artistica del Neoclassicismo veneto attraverso preziosi manufatti. Singolare è l’”Omaggio delle Provincie Venete” in occasione delle quarte nozze dell’imperatore Francesco I d’Austria con Carolina Augusta di Baviera. Dipinti e sculture, ma anche oggetti decorativi, inviati alla Corte di Vienna, ritornano per la prima volta a Venezia dopo duecento anni.

Spettacolare è l’allestimento delle opere nel salone centrale, dove campeggia la magnifica statua della musa Polimnia di Antonio Canova, proveniente dagli appartamenti imperiali di Vienna. Il cammeo con il Giove Egioco, riprodotto nel volume regalato alla maestà di Carolina Augusta, è una gemma rara requisita da Napoleone e ritornata in patria insieme con i Cavalli di San Marco. Una sezione è dedicata all’eredità di Giuseppe Bossi che collezionò disegni di Leonardo e di Raffaello, un’altra ai maestri e allievi dell’Accademia inviati a Roma a studiare le antichità classiche e il Rinascimento.

Significativa la presenza di lord Byron a Venezia dal novembre 1816 alla fine del 1819, la frequentazione dei salotti intellettuali di Isabella Teotochi Albrizi e Giustina Renier Michiel. Il mito di Canova, gloria nazionale e icona universale, è celebrato nei dipinti di Giuseppe Borsato, mentre ad alcune opere di Hayez è affidato il compito di segnare il passaggio ai temi della storia medievale e moderna. I calchi dell’antico nelle collezioni delle Gallerie dell’Accademia chiudono la rassegna nel punto in cui inizia l’esposizione permanente delle opere di Canova.

Gradita sorpresa per me, che ho studiato l’opera di Simon Vouet e di suo nipote Louis Dorigny, è vedere esposto per l’occasione il grande dipinto Il convito in casa del fariseo di Charles Le Brun – allievo di Vouet e maestro di Dorigny –, pittore alla corte di Luigi XIV. Su proposta dell’imperatore d’Austria, il quadro fu inviato dopo la caduta di Napoleone a Venezia in cambio delle Nozze di Cana, eseguite da Paolo Veronese per il refettorio benedettino di San Giorgio Maggiore.

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