Codice etico BpVi, il vangelo bancario dell’ipocrisia

Il sito della ex popolare è come un cadavere ibernato: si può ancora consultare qualche “chicca” da humor nero

Non è un mistero: alle banche manca proprio il senso dell’umorismo. Che, per carità, magari è fuori luogo nella tragedia che ha travolto la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma è ancora peggio se riaffiora involontariamente. “Lavora con noi” è l’invito che campeggia ancora nel sito www.popolarevicenza.it che è tuttora consultabile, sopravvive come un cadavere ibernato: ma si ibernano organismi ancora viventi, i cadaveri si congelano per non sentire la puzza. A meno che non sia Oetzi con il suo immenso valore storico. E Popolare di Vicenza nonostante i suoi 151 anni di storia finita male, malgré nous non è Oetzi.

“Lavora con noi: Il Gruppo Banca Popolare di Vicenza è sempre aperto ad accogliere persone che sanno di valere e vogliono dimostrarlo, che accettano di mettersi in gioco e desiderano sviluppare la propria professionalità con passione e impegno, che sono curiose, intraprendenti e aperte al cambiamento. A chi possiede questi requisiti, viene offerta l’opportunità di lavorare in un contesto dinamico, caratterizzato da forti valori aziendali e dall’attenzione alla crescita e alle potenzialità delle persone”. Peccato che gli esuberi di personale quantificati da Banca Intesa pigliatutto siano 4000, sugli oltre diecimila dipendenti complessivi delle due banche venete. Esodi su base volontaria, ha assicurato l’ad di Intesa Carlo Messina: in mille, quelli con i requisiti, stanno andandosene entro il 31 dicembre. Sugli altri tremila regna l’incertezza più totale, sui tempi e sul modo. La fuoriuscita non può essere a carico dello Stato, dice l’Europa; non può pesare su Intesa, dice Messina; e il fondo interbancario di garanzia poco potrà: è stato finanziato dal governo con 648 milioni in cinque anni per i prepensionamenti dei bancari, dovrebbe bastare per 25 mila persone fino al 2019. Ma, come scrive Pietro Saccò su Avvenire, gli esuberi strutturali del sistema bancario per adeguarsi all’innovazione sono circa il doppio, ai quali si aggiungono i tremila veneti.

“Lavora con noi” è una beffa. Un anacronismo. Una dimenticanza che stilla humour nero. A meno che non sia rivolto alle persone “aperte al cambiamento”. Radicale. Ma come potevano, quelli di Intesa Sanpaolo, pensare a queste quisquilie, impegnati a far entrare nel loro sistema informatico tutte le posizioni dei clienti ereditati dalle venete, moltissimi nonostante un’emorragia devastante? Ora il matrimonio informatico è stato fatto, a tappe forzate, e sul sito dell’ex Popolare di Vicenza campeggia solo un veloce maquillage: “Benvenuto in Intesa Sanpaolo ai nuovi clienti. La solidità del Gruppo adesso è anche tua”. Un lavoro fatto in fretta, da umoristi involontari comunque sadici. Il sito è ancora tutto lì, cristallizzato al 26 giugno di quest’anno, giorno della L.C.A, liquidazione coatta amministrativa. Un unico intervento posteriore, all’11 novembre, tanto per far dire ai liquidatori che non si fanno più transazioni e che l’Iniziativa Welfare è sospesa e, soprattutto, che Intesa non si fa carico né delle une né dell’altra.

Intesa ha messo l’aureola ad un cadavere, sperando diventi una reliquia. E se invece si facesse l’autopsia? Il web è meraviglioso, conserva senza miasmi: anche il sito che fu dell’undicesima banca italiana, intatto nelle sue membra sotto formalina elettronica, con tanto di marchio defunto ad ogni pagina. Potete sfogliare le 15 pagine del Codice etico aggiornato nel 2012. Ecco il principio fondamentale: “Il Gruppo opera garantendo il costante perseguimento dell’obiettivo di: – soddisfare la propria clientela; -creare valore nel tempo per i soci; – offrire un servizio di qualità caratterizzando le proprie azioni con professionalità, competenza, comprensione delle esigenze di ciascun cliente e trasparenza; – assicurare la rigorosa osservanza delle norme di auto ed etero regolamentazione; – valorizzare la crescita professionale e personale delle risorse; – tutelare la reputazione ed il patrimonio aziendale.

Alla luce di quanto è successo, vogliamo passare in rassegna ogni singola voce? Tempo perso e bile sfilacciata. E dove si dice che “ogni nuovo assunto (ma quelli vecchi no?) per qualsiasi ruolo e funzione si impegna, anche formalmente, ad accettare il Codice Etico e a tenere una condotta ispirata ai principi di lealtà, imparzialità, integrità e onestà in esso contenuti”; e ha il dovere di “segnalare immediatamente, ai competenti organi o funzioni di controllo, qualsiasi comportamento di cui venga a conoscenza che costituisca una possibile violazione delle norme del presente Codice. Parimenti, è tenuto a segnalare qualsiasi comportamento penalmente rilevante che abbia attinenza con l’attività lavorativa o il luogo di lavoro”, qualcuno in Popvi l’aveva letto?

Ancora, a pagina 11: “il personale del Gruppo cura i rapporti con la propria clientela non solo in un’ottica commerciale, ma anche tenendo presenti i principi etici ispiratori della socialità del servizio “creditizio” citati in premessa, nonché quelli riguardanti l’attività connessa al “risparmio” e alla prestazione dei “servizi/attività di investimento”. Al proposito, nei limiti del possibile e sulla base delle informazioni che la stessa clientela fornisce, si avrà cura di non proporre al cliente operazioni che facciano assumere oneri e/o rischi sproporzionati rispetto alle capacità economico/patrimoniali e alle attitudini e propensioni del cliente stesso”. Chiosa finale: “le strutture del Gruppo curano tutto ciò che può favorire la trasparenza”. Il codice etico è il vangelo bancario dell’ipocrisia.

Cosa valgono i giuramenti sul denaro, che notoriamente è “lo sterco del diavolo”? Del suo Codice etico la Popolare di Vicenza ha fatto strame, nel migliore dei casi carta igienica. Usata. Ma appunto, per un amante dello humour nero, la lettura di queste pagine alate è un must, affiora naturale il famoso riso sardonico, che, badate bene, non è una risata qualunque, è uno spasmo tetanico. Il top si raggiunge nelle ultime tre righe, di stampo burocratico: “a seguito dell’accertamento di violazioni alle norme del presente Codice Etico, si dovranno adottare nei confronti dei soggetti obbligati i provvedimenti di natura disciplinare previsti dal vigente contratto collettivo nazionale di lavoro”. Ci viene il sospetto che il dottor Giovanni Zonin, Gianni per i molti ex amici, non sia stato un soggetto obbligato e quindi vincolato dal contratto collettivo nazionale di lavoro. Ah, allora, ecco perché. Ci torna in mente, per analogia, uno spettacolo teatrale: “Sito veneto”. Ma era l’Anonima Magnagati, si rideva a crepapelle e non era una tragedia.

(ph: medium.com)