Treviso, De Checchi (Fi): «sicurezza, Manildo copia male»

Il consigliere comunale: «attualmente sono il candidato sindaco degli azzurri». E su Cassamarca: «bene il futuro con Gobbo, ma troppi investimenti immobiliari»

«In consiglio comunale di Treviso sono rimasto con la denominazione “Popolo della Libertà” perchè resto affezionato all’idea che il centrodestra si riunisca in un unico partito, come i Repubblicani negli Usa». Andrea De Checchi è un nostalgico. Ma non per le sue prime esperienze politiche, nel Fuan e nel Movimento Sociale Italiano. No, a lui piaceva il PdL fondato da Silvio Berlusconi. Per questo, ci dice, aveva fatto un passaggio pure nell’Ncd di Alfano, al momento della sua fondazione. Chiaramente deluso dalla svolta filo-Renzi dell’ex delfino berlusconiano, ora è senza tessera ma «molto vicino a Forza Italia». E infatti il suo nome è stato lanciato dal partito azzurro per la candidatura a sindaco, benchè lui sembra aver fatto «un passo indietro, o di lato», per far spazio a quella del leghista Mario Conte. In realtà la cosa non è ancora ufficiale, e nemmeno sicurissima.

Farà il candidato vicesindaco in ticket con Conte, o dobbiamo aspettare che prima si chiudano le trattative per le candidature alle politiche? Insomma, se i partiti non incasellano i loro uomini per le elezioni nazionali, non sapremo definitivamente chi è il candidato sindaco del centrodestra a Treviso?
Certamente Conte è il candidato dell’area Lega. Ad oggi io sono il candidato sindaco di Forza Italia. Ma come ho già detto sono disponibile fin dall’inizio a fare un passo di lato per trovare una candidatura che sia la più ampia e aggregativa possibile. Nei partiti sono in corso due ragionamenti complementari: quello amministrativo, sui temi della città, e quello più politico, che stanno conducendo le segreterie. Da cui dovrà venire l’unità.

Non le è sembrato che facesse molto “vecchia politica” il balletto fra il suo partito e la Lega sulla candidatura a sindaco?
Sinceramente no. Vedo anzi la voglia di esporsi da parte di più soggetti per offrire un’idea di amministrazione, tutti legittimati a farlo. E’ un elemento di confronto positivo.

Tradotto dal politichese: stiamo parlando di spartirsi i posti.
Le faccio un esempio. Se io e lei dobbiamo sposarci bisogna prima capire su quali basi, in questo caso su quali valori unirci in matrimonio. Io sinceramente non vedo negativo che prima ci si confronti, è una ricchezza.

Senta, c’è però l’incognita Gentilini: lui è sprezzante, al Gazzettino dell’altro ieri ha detto che potrebbe anche non fare nulla e «andarsene in dacia». Secondo lei è un modo per alzare il prezzo o in realtà si stanno scaldando Zampese o Basso come candidati sindaci di una lista Gentilini autonoma da destra e sinistra?
Non mi permetto di entrare nelle dinamiche altrui, questo è qualcosa che attiene alla Lega. L’auspicio è di avere uno schieramento più ampio possibile.

Vi tiene sul filo, il vecchio Genty, segno che i suoi voti potrebbe fare la differenza, o no?
L’eccessiva semplificazione sulla persona a volte non aiuta a capire lo scenario. Non trovo così straordinario un dibattito interno alla coalizione.

Guardi che rischiate che Gentilini nella coalizione non ci sia.
Non sta a me dirlo. Spero che le diversità, personali o politiche che siano, si ricompongano.

Manildo intanto rivendica un buon operato e col daspo urbano reso disponibile dal decreto Minniti vi fa concorrenza sul tema della sicurezza.
Guardi, mettiamola così: se io ho guardato il calcio alle partite fin da bambino, non è che allora domani mi prendono a giocare nella Juventus. Fuor di battuta: non è imitando che si raggiungono gli stessi risultati. Non puoi farti vedere su un tema solo negli ultimi mesi prima della campagna elettorale. Trovo antitetiche anzi contrapposte alcune scelte: Manildo parla di sicurezza e poi ha in maggioranza chi ha manifestato assieme a coloro che sono stati condannati per le occupazioni abusive.

Ma ora, in sincerità, lei che è stato assessore alla sicurezza, a Treviso la vede un’emergenza sicurezza tale da far intitolare a Conte lo slogan elettorale (Treviso città più sicura d’Italia), o piuttosto ci sono invece localizzati problemi di decoro e degrado?
Complessivamente un’emergenza non c’è. Ma bisogna rispondere alla percezione di insicurezza, ad esempio con presidi fissi di polizia. Se io ho un forte mal di testa, dovrò capire che terapia fare per affrontare le cause, ma nell’immediato prendo un’aspirina. Io in questi quattro anni non ho visto investimenti in sicurezza, se non le telecamere per multare chi entra in Ztl, anzichè equipaggiare meglio la polizia locale, per esempio. La situazione è peggiorata.

Mi faccia qualche esempio.
Porre troppo l’attenzione su una determinata area è peggio… Anzi no, glielo dico: la zona della stazione. O quelle limitrofe a dove sono ospitati i profughi. E vorrei sottolineare che Treviso non è solo il centro storico entro le mura.

Giusto, ci sono anche i quartieri, come quelli in cui abbiamo fatto un reportage noi di Vvox. Resta che la sicurezza, qualunque sindaco ci sia, rimane più competenza del questore che di un primo cittadino.
Non sono d’accordo. L’illuminazione pubblica o una buona viabilità sono importantissime.

Scusi, ma questo è ovvio buonsenso. Mi dica qualcosa che la differenzia da Manildo.
Glielo dico subito: Manildo queste cose non le ha fatte.

Non è un’emergenza sociale ben più grave l’azzeramento dei risparmi di tanti trevigiani in seguito al crac di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza? Chi sono i responsabili secondo lei?
L’azzeramento è quel che si vede, ed è un dramma enorme. Ma c’è anche la ricaduta sull’economia, sulle imprese, con un effetto moltiplicatore sul territorio che ha perso la sua capacità di sviluppo. Alla fine dei processi sapremo chi sono i responsabili.

Sì, questo sul piano giudiziario. Ma dal punto di vista gestionale, storico, morale, i responsabili chi sono secondo lei?
C’erano enti di vigilanza che dovevano vigilare. Lo hanno fatto? Lo hanno fatto correttamente? Se un sistema non funziona, qualcuno non deve aver fatto quel che doveva fare.

Lei parla di Banca d’Italia e Consob. Ma le responsabilità locali, dei gruppi di vertice eterni, sistematicamente applauditi nelle assemblee bulgare, coi politici in prima fila?
Scusi, ma se io sono convinto che tutto va bene, non trovo la necessità di cambiare. Ci sono soggetti, ripeto, obbligati a segnalare quel che non va.

A proposito di uomini eternamente soli al comando. Manildo si è scontrato duramente col presidente di Cassamarca, De Poli, mettendone sotto accusa l’operato e l’”eternità” del suo incarico. L’avvocato Malvestio sostiene che il successore designato di De Poli, il “suo” ex sindaco Gobbo, si ritroverà in mano una Cassamarca col buco.
Sono state fatte alcune cose buone, altre meno, cioè focalizzare troppo sugli investimenti immobiliari. I problemi di Cassamarca sono anche congiunturali, mi riferisco ad esempio ai minori dividendi dalla quota in Unicredit. Da una parte semplificare troppo sulla dirigenza è eccessivo, ma eccessiva è anche la sedimentazione della governance. E’ il caso di guardare diversamente al futuro. Trovo in questo senso che Gobbo sia un buon segnale.

Ma l’ha scelto lo stesso De Poli!
Io l’ho conosciuto come sindaco, farà bene. Un ricambio tardivo? Se non nella dirigenza, lo sarà nelle diversificazione degli investimenti.

Tornado alla campagna elettorale nel 2018, finora i cittadini non hanno ancora sentito proposte, a parte la vaga promessa di maggior sicurezza da parte di Conte. Per lei qual è la priorità da risolvere e che metterebbe in cima all’agenda degli impegni elettorali?
Semplificare l’attività amministrativa. Ora c’è un’eccessiva regolamentazione che rende difficile vivere la città. Prendiamo la pedonalizzazione del centro: chi non la vorrebbe? Ma l’applicazione può essere aberrante. Si doveva invertire l’ordine di approccio: prima partire dalla dotazione di parcheggi e servizi, e alla fine i divieti. Dal lunedì al venerdì Treviso soffre come frequentazione. Questa amministrazione è fuori dalla realtà. Come quando pensa di rivolvere il problema di chi beve troppo ai giardinetti di Sant’Andrea e vieta di vendere gli alcolici al supermercato Pam. Meglio metterci un vigile. Ma d’altronde è un’idea tipica di una certa sinistra ideologizzata, chi ha un substrato liberale punta alla delegificazione.

Veramente questi divieti sono decisi da giunte di tutti i colori politici.
Un conto è garantire il decoro contro chi beve in pubblico e poi disturba, un altro è limitare la libertà commerciale di un esercente.

Chiudiamo con la polemica del giorno. Secondo il vescovo la politica leghista “prima i Veneti” è egoista. Zaia contrattacca suggerendogli di pensare alla religione e non alla politica. Chi ha ragione?
Concordo con Zaia, nella misura in cui la questione non è in realtà legata alla provenienza etnica. Esempio: l’assegnazione di alloggi popolari. Sono stati costruiti col sacrificio di un territorio, perciò è equo tenerne conto. Ma questo a prescindere che un cittadino trevigiano sia originario torinese, parigino o di un paese africano. Non è una questione razziale.

Ultima domanda: c’è chi pensa che lei abbia fatto meglio come assessore, in un ruolo di governo, che come consigliere all’opposizione. Autocritiche da fare?
Sì, non ho difficoltà a dirlo: venivo da un’impostazione mentale “governativa”, fare opposizione è un compito più politico. E poi per carattere non sono mai stato un urlatore. Ammetto che in alcuni aspetti la mia azione non è stata così marcata come ci si sarebbe potuti aspettare.