La città ideale? È civile, non “smart”

L’ossessione per la tecnica genera mostri urbanistici. È ora di ritornare all’umanesimo. Dimenticato dalle università

Di “smart city” si parla nel mondo da quindici anni. Ora è giunto il momento di passare a una fase nuova. Quelle che ancora chiamiamo “nuove tecnologie” delle telecomunicazioni sono ormai mature. Il problema non è più introdurle, ma rimuovere gli ostacoli organizzativi, psicologici e comportamentali che ne impediscono una piena e corretta utilizzazione. La piena applicazione di tali tecnologie, oggi solo sovrapposte al vecchio sistema, comporta rilevanti problemi da tutti i punti di vista, prima di tutto da quello legislativo, etico e politico. Per ottenere questo è necessario servirsi di professionalità adatte oggi poco utilizzate anche se carenti sia per numero sia per formazione. Le università sono in ritardo nella ricerca e nella didattica di una cultura adatta al mondo delle “città intelligenti” e soprattutto delle “città civili”.

Dal 2012 l’Unione Europea stanzia finanziamenti specifici. Grazie a questi fondi europei, alcune città italiane hanno da tempo avviato progetti per il controllo e la riorganizzazione del traffico, per il risparmio energetico, la logistica ecc. Gli investimenti in tecnologie aggiornate hanno senso se intesi a sostituire gradualmente quelli in strutture materiali a grande impatto ambientale, retaggi di un passato oggi tenuto in vita più da interessi costituiti che da vera necessità. Tuttora, ancor oggi, si pensa prima alle costruzioni e al disegno materiale – per questo si ingaggiano architetti – poi a quello organizzativo, mentre dovrebbe essere l’opposto. In questo modo s’innescherebbe la tendenza a rigenerare l’esistente piuttosto che a consumare suolo e realizzare nuove costruzioni e opere.

Purtroppo una mentalità provinciale considera ancora i progetti “smart city” come orpelli secondari rispetto alle grandi opere. La funzionalità delle città contemporanee dipende soprattutto dall’efficienza dei sistemi comunicativi e dalla disponibilità di competenze collocate al posto giusto. Il fatto che i governi abbiano iniziato a stanziare fondi in questo settore ne dimostra la centralità strategica. D’altra parte, la qualità della vita e ambientale rappresenta uno dei fattori di attrazione di capitali più importanti nella competizione tra città.

Purtroppo, quando alle idee nuove si associano finanziamenti pubblici, succede che si smetta di pensare preferendo concentrarsi sul modo di accedere ai fondi stanziati. Quindi si innova – nel migliore dei casi – nella tecnica, ma non nel modo di intendere la città e di ripensarla continuamente in modo originale.

Nel breve correre di una generazione, si è passati dalla centralità delle grandi infrastrutture materiali alle tecnologie leggere, soft e della comunicazione. Ma una terza fase già bussa alla porta. Dopo la “smart city è già tempo di pensare alla “civil city”, cioè alle città della convivenza, del comportamento civile e di una partecipazione politica diversa da quella immaginata nell’Ottocento. Molti problemi urbani derivano da comportamenti sociali e individuali inadatti alle condizioni create dalle trasformazioni della società e da stili di vita rivoluzionati. La progettazione delle nuove città dovrebbe essere affidata a specialisti che comprendono come una data regola o una certa tecnologia è più o meno efficiente a seconda che induca comportamenti collaborativi dei cittadini. Per essere in grado di passare dalla “smart city” di oggi alla “civil city” di domani occorrono professionalità nuove da inserire negli organigrammi direttivi delle amministrazioni. Poiché mancano dirigenti con una cultura umanistica operativa in grado di sviluppare questo genere di progetti, spetta alle università elaborare e proporre competenze adatte a operare una rivoluzione culturale nella gestione urbana.

(ph: residencecittaideale.it)