Gli anarchici di Conrad e i jihadisti di oggi

Cosa accomuna i personaggi de “L’agente segreto” ai terroristi dell’Isis?

È inconcepibile la violenza bruta, specie se è tanto cieca da esprimersi sino all’autodistruzione. Nell’epoca della guerra all’Occidente da parte dell’autoproclamato Stato Islamico, ci si domanda cosa determini nell’uomo l’assurdo proposito di farsi saltare in aria. L’inesistenza di risposte ferme e concrete spaventa forse ancor più dell’attentato terroristico stesso. La cronaca nera, infatti, ha assuefatto i popoli in ogni tempo: «all’assassinio siamo abituati. È quasi un’istituzione» scriveva il romanziere J. Conrad interrogandosi sul quid pluris che distingue un delitto dimostrativo da un omicidio qualsiasi. L’unica via per incasellare questa piaga nelle categorie del pensiero moderno è, appunto, attribuirle un senso mistico-religioso.

La convinzione degli jihadisti è che l’Occidente, culla degli infedeli, sia destinato a cadere. L’assunto è che ogni credente sia una sorta di combattente. Questo perverso ideale viene perseguito dai foreign fighters, ovvero da soggetti che, pur non appartenendo geograficamente al Califfato, sono dediti alla causa in tutto il mondo. Gli attentati che ne conseguono quindi vogliono apparire dimostrativi, eppure l’escalation di violenza sembra sempre solo fine a sé stessa. Distruggere per un non meglio precisato desiderio di terrorizzare. E a vedere le barriere jersey di cemento ornare i mercatini natalizi delle città europee, forse ci sono riusciti.

Di attentati e dimostrazioni terroristiche erano piene le cronache dell’Europa del Novecento. Estremisti e anarchici, banditi un po’ in tutto il Continente, trovarono rifugio e asilo Oltremanica. Qui, approfittando della tolleranza inglese, si riunivano per complottare segretamente. Sullo sfondo di una Londra segnata da tale clima, Joseph Conrad dipinge le vicende dei militanti di una pseudo-organizzazione sovversiva. Si tratta della storia di Mr. Verloc, inetto anarchico, che viene costretto a compiere un’operazione criminale. Anch’egli, infatti, viene suo malgrado “arruolato” alla causa estremista.

Tanto ne L’agente segreto quanto nel caso dei foreign fighters si ha a che fare con doppiogiochisti. L’estremista islamico, spesso nato in terra occidentale e magari neoconvertito, quasi sempre risulta essere un insospettabile. Lo stesso si deve dire di Verloc. Chi potrebbe mai pensare che un piccolo negoziante inglese con moglie possa abbracciare la causa dell’anarchia? Ambedue si calano perfettamente nella comunità coltivando le apparenze in modo impeccabile. Eppure, al contempo, complottano nell’oscurità. Il foreign fighter spesso è anche ben inserito nel tessuto economico-sociale. Si pensi ai casi di normalissimi studenti e lavoratori che si auto radicalizzano sul web. Il personaggio descritto dal romanziere polacco mantiene ed ospita nella propria dimora la suocera malata e il fratello ritardato della consorte. Non solo lavoratore, dunque, ma anche filantropo. Un uomo della porta accanto.

Dal clima grottesco e i toni ridicolizzanti si evince un giudizio di netta condanna da parte dell’autore, che infatti considera i presunti anarchici non dei rivoluzionari, ma impostori bell’e buoni. Nonostante la cornice canzonatoria della trama, il proposito terroristico matura e viene messo in esecuzione. Ispirandosi ad una vicenda realmente accaduta alla fine del ‘900, Conrad individua nell’Osservatorio di Greenwich il bersaglio dell’atto dimostrativo. Deve trattarsi di un attacco alla cultura e alla scienza, dotato di tutta quell’assurdità che il Polacco definisce come “bestemmia gratuita”. Una lettura più profonda porta ad indentificare in quell’obiettivo addirittura il disegno di minare l’origine del mondo. L’Osservatorio altro non è, infatti, che l’indice del passaggio del meridiano primo della Terra. In realtà il protagonista, su ordine di un’organizzazione straniera di cui è alle dipendenze, mira a mettere in cattiva luce i (veri) anarchici presenti sul territorio inglese. L’attentato si concluderà con un epilogo tragicomico.

Sarebbe però erroneo sostenere una perfetta sovrapponibilità tra i rappresentati di queste due ideologie bombarole. Quanto ai fini, difatti, emerge una nettissima antitesi tra lo jihadista e l’anarchico del romanzo. Il primo, esaltato dal suo credo, è lieto di farsi esplodere per una causa che, secondo lui, non può che definirsi “eroica”. Mr. Verloc, al contrario, è interessato nient’altro che ad una vita agiata. Vuole garantirsi uno stipendio. Tuttavia, turbato all’idea di dover compiere una dimostrazione terroristica per conservare il suo status, incaricherà al suo posto quel mentecatto del cognato.

Quale che sia l’ideologia ispiratrice, è pacifico che, a ben vedere, si tratti di ragioni insensate. Scavando in profondità e spogliando il gesto da tutte le sue sfaccettature, rimane davvero qualcosa? Ecco l’ennesima consonanza. I due movimenti, infatti, non sono altro che una – come scrive Conrad in una lettera a Galsworthy – “manifestazione della natura umana nella sua perpetua scontentezza e fatuità.