Zonin, l’uomo che non sapeva niente. Ma controllava tutto

Breve storia triste di un mancato finanziamento da BpVi. Che la dice lunga sul suo ex presidente

«Sopra i mille euro firma tutto il Presidente». Una frase stampata nella memoria perché ripetuta più volte, pronunciata dagli uffici di via Battaglione Framarin a Vicenza, allora sede della Direzione generale di Banca Popolare di Vicenza. «Ma si figuri, dottoressa, non è possibile, non mi prenda in giro». «Le dico, è così, il Presidente guarda tutto: è per questo che ci vuole un po’ di pazienza». L’alto funzionario, lo si capisce, mette la maiuscola a Presidente anche parlando: perché è Gianni Zonin, e chi altri?

Correva l’anno 2012, tempi di fasti bancari veri o presunti. L’aneddoto rispunta birichino dopo l’audizione dell’ex presidente da parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Condita da una serie impressionante di «non sapevo», «non potevo sapere», «non ricordo», «non sono io il responsabile». L’aneddoto richiede peraltro scuse preventive ai lettori: un giornalista non parla di se stesso, e questo invece è il caso. Ma sarà, ritengo, un raccontino illuminante, ancorché personale.

A fine 2012 stavo organizzando la mia seconda mostra fotografica a Padova. Sala pubblica, la bellissima Gran Guardia, patrocinio del Comune, tutto ufficiale e istituzionale. Le fotografie erano dedicate alle piazze di Padova, quell’unicum che attorno al Palazzo della Ragione caratterizza il centro della città fin dal medioevo. La Popolare di Vicenza aveva appena inaugurato, l’11 ottobre, la sua filiale padovana più prestigiosa, dopo un restauro di mesi di un bel palazzo in piazza Cavour. Le mostre, per tradizione e necessità, cercano sponsor, magari per stampare il catalogo. A me, antico socio di PopVi e altrettanto antico cliente, era venuto in mente che poteva essere una bella idea chiedere la sponsorizzazione ad una banca che aveva la sua miglior vetrina a meno di duecento metri, e per di più in un’altra piazza. Un modo per presentarsi ai padovani un filino sopra al marketing puro. Avessi saputo…

Per chiarezza: in cambio di logo ovunque, un breve scritto introduttivo, citazione nei testi eccetera pensavo ad un contributo sui 1200-1300 euro giusto per stampare il catalogo. Il vile denaro sarebbe andato direttamente allo stampatore. In banca mi illustrano la trafila: domanda da compilare e documentazione da allegare. Tutto, hanno voluto sapere: il curriculum, le pubblicazioni precedenti, le recensioni. Peggio che a un concorso universitario. Ho dovuto fare un pacco così, e portare tutto in banca, destinazione un ufficio sconosciuto. La domanda e la documentazione giacciono nel silenzio, e mi informo. Eh, sa quante richieste… le parrocchie, i cicloamatori, la bocciofila, uno stillicidio di elemosinanti. Vabbe’, ma vi tenete un po’ di copie del catalogo, decidete voi e le regalate ai padovani. Nei meandri della lenta burocrazia interna, dai piani bassi a quelli alti, mi informo di nuovo. E dai vertici arriva la risposta illuminante: ci vuole tempo, «sopra i mille euro firma tutto il Presidente». Vero o falso che fosse, questo è stato detto.

Vero o falso che fosse, il particolare dà comunque l’idea dell’immagine diffusa dalla banca stessa della figura di Gianni Zonin. Un uomo che cura ogni dettaglio, che si occupa di tutto. Disposizioni interne, nessuno ha la firma se non Lui. Sarà stato per le donazioni, gli atti di liberalità, le sponsorizzazioni, ma insomma senza la conoscenza e la firma di Zonin non si muoveva un euro. Anzi, non si muovevano mille euro. Per la cronaca, è finita che dopo un po’ mi è stato concesso un obolo di 300 euro. Lo scrivo due volte: trecento euro. E siccome, benché postulante, mi ricordo cos’è la dignità, ho cortesemente rifiutato. Non ho pubblicato alcun catalogo, ci ho messo un po’ a recuperare la documentazione consegnata. Fine dell’aneddoto.

Trecento euro non lasciano spazio nemmeno alla voglia di revanche. Nemmeno sapendo che due anni prima, nel 2010, la Popolare di Vicenza aveva distribuito 1,49 milioni di euro in «607 interventi liberali di utilità sociale e culturale», tutti confluiti nel suo Bilancio Sociale. Un’attività encomiabile, e un mare di firme del presidente, si suppone. Con l’epicondilite in agguato e giù giù fino al polso rischiando la sindrome tunnel carpale, quella compressiva ulnare, o il morbo De Quervain, e dio non voglia il morbo Dupuyrren. Cosa vuol dire la dedizione.

Come si vede, quella frase mi è rimasta scolpita nella memoria. Qualcosa mi dice che non è stata ripetuta davanti ai membri della commissione banche. Homo nesciens, così si è dipinto Gianni Zonin presidente per 19 anni. Sulla firma e sul suo valore presumibilmente si scateneranno i legali della difesa. E’ curioso notare, per esempio, che le «attestazioni del valore dell’azione Banca Popolare di Vicenza, determinate con perizie di stima da professionisti indipendenti» dal 2011 in poi sono state firmate dal direttore generale Sorato. Ma il rendiconto annuale ai soci, inviato agli azionisti prima della convocazione dell’assemblea, e contenente la valutazione dell’azione, quello era firmato dal presidente Zonin. Se poi si ha lo stomaco per andarsi a leggere lo Statuto della Popolare, aggiornato al 2014, all’articolo 22 si trovano tutte le prerogative e i doveri del Consiglio di amministrazione e del Presidente, che appunto lo presiede facendone parte. Il Presidente «promuove l’effettivo funzionamento del governo societario», ha una funzione di controllo sul Cda, convoca, «provvede affinché le informazioni sulle materie iscritte all’ordine del giorno vengano adeguatamente fornite a tutti i Consiglieri». Cioè deve sapere e far sapere. E poi firma. Ovviamente tutto ciò che vale più di mille euro.

Il raccontino riguarda un’infinitesima stellina, poco brillante, della galassia Banca Popolare di Vicenza. Ogni galassia ha al proprio centro, dicono gli astrofisici, un enorme buco nero. E’ lì che è finita PopVi.

(ph: giuliocavalli.net)