Caro “partito del fare”, gli auguri di Natale anche no

Oggi si festeggia lo spirito del Dono. Ma chi lo professa a parole poi si smentisce da solo. Un esempio? L’apologia dei soldi (del naufragato “fondo immobiliare” a Vicenza)

A Natale siamo tutti più buoni? Ma non raccontiamoci favole. A certi cattolici non riesce neppure per la natività di Gesù di lasciar stare per un attimo il vero credo dell’anima moderna: il dio quattrino. Basti un esempio fresco fresco di ieri, la vigilia.

Il direttore del Giornale di Vicenza, Luca Ancetti, verga un editoriale durissimo e inusitato per i suoi canoni tarati di regola sulla constatazione, giammai sulla contestazione. Punta l’indice accusatorio contro il “partito del non fare”, colpevole di aver bloccato il progetto di privatizzazione degli edifici di pregio del Comune, operazione pudicamente mascherata col nome tecnico di “fondo immobiliare”. A ben guardare, e noi abbiamo provato a farlo, un piano non solo frettoloso e messo su piazza dal sindaco Pd, Achille Variati, all’ultimo miglio (e già questo induceva a qualche legittimo sospetto), che per effetto di tale tempistica è passato giocoforza nel tritacarne di un centrosinistra spaccato dalle primarie, ma soprattutto un’idea che nel merito avrebbe portato l’ente pubblico a correre un rischio che non può assumersi tanto alla leggera, visto che maneggia soldi pubblici, cioè di tutti. Si può capire che le categorie economiche, obbedendo alla propria ragione sociale di lobby organizzate, abbiano bollato con orrore e rabbia la rinuncia come esempio di immobilismo. Ma loro sono privati e il rischio è, o dovrebbe essere, il loro mestiere. Un Comune, come una Regione o come lo Stato, non è un’azienda, checchè ne pensino gli agitprop del liberal-liberismo a spese del contribuente.

Detto in altre parole, ci sta che l’interesse particolare dell’investitore, e a cascata del suo eventuale appaltatore, si concentri sui 50 milioni di denaro che sarebbero stati profusi dal ministero dell’economia e finanze. Ma l’interesse generale non può basarsi sul particulare. Siamo per questo degli «alienati», come l’altro giorno sul Corsera, con la sua solita intolleranza ammantata di “società aperta”, il sommo Angelo Panebianco ha definito tutti coloro che non la pensano come lui, ossia i pazzi che osano contraddire il dogma di gettare ogni cosa, vivente e non vivente, nella trasustanziazione del Mercato? Orgogliosi di esserlo.

Ora, siccome purtroppo per noi non siamo più di primo pelo, non ce ne scandalizziamo. Nè ci facciamo venire troppe crisi spirituali nel prendere atto che il solo argomento a difesa del “fare” sono i milioni, per giunta facili e statali, perchè solo se saltano fuori questi i micragnosi guerrieri del “fare” si attivano. Ci limitiamo ad osservare, complice questa giornata in cui al centro – ci dicono – c’è il Dono, che per recuperare alla vita i resti del passato delle nostre città storiche, si dovrebbe imitare proprio il passato. «Vorrei ricordare ai lettori che la nostra città è ricca di palazzi perché sono stati costruiti grazie ai ricavi dovuti alla produzione e al commercio della seta della quale Vicenza nel ‘500 era leader europeo. Non mi risulta che la città debba niente del genere ai commercianti e industriali di oggi»: curiosamente, queste parole le abbiamo lette sul Giornale di Vicenza, e sono di una lettrice, Bianca Accordi (“Il fondo immobiliare e i dubbi”, 16 dicembre 2017). La signora ha ragione.

Ma va aggiunta una nota esplicativa: non è che oggi gli imprenditori siano più avari e cupidi di quanto lo fossero cinquecento anni fa. E’ che nella scala di valori dell’epoca la ricchezza doveva proiettarsi, per trovare una giustificazione e una trasfigurazione, in opere di visibile magnificenza che andavano al di là del gretto calcolo costi-benefici, del surplus, del margine di profitto, dell’aritmetica del guadagno. Furono illuminati, quei furbastri e poco di buono, da rivalità tra famiglie che gareggiavano a chi ce l’aveva più grande (il palazzo), da brama di prestigio e onore, da beghe e lotte di potere, e anche, magari, pure dall’amore del bello (dando fiducia ad un certo Palladio, ai tempi un innovatore vero, niente a che spartire con certa “innovazione” pataccara di oggi), ma il punto è che il primato non apparteneva all’Economico in quanto taleschei e morta lì – ma alla potenza e alla grandezza.

Ex malo bonum: dalla volontà di potenza dei riccastri premoderni noi posteri abbiamo avuto in dono – parolina magica, quest’oggi – le vestigia che i loro pronipoti non vedono nemmeno, se non con la certezza di spremerci un utile monetizzabile. Trovare al giorno d’oggi un uomo d’affari che non misuri tutto sui numeri ma che invece doni – ci risiamo, è Natale – un po’ del suo al fine di rendere migliore il posto in cui vive, è come scoprire l’acqua nel deserto. Qualche oasi c’è, ma sono eccezioni (e il quotidiano online che state leggendo, se è permesso dirlo, lo dobbiamo ad un’eccezione). Che almeno però non vengano a farci ipocriti auguri natalizi, quelli che pensano solo al “fare”. A fare, in realtà, soldi. Non esattamente il massimo, per un cristiano che festeggia la nascita di un certo Bambino, naturalmente baloccandosi con il deprimente spirito rosso-coca cola spacciato per spiritualità. «Fare soldi, per fare soldi, per fare altri soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste» (Giorgio Bocca).

 

(ph: Al Pacino nella parte di Shylock nel “Mercante di Venezia” di Michael Radford, 2004, da thedailybeast.com)