Tu chiamala, se vuoi, lotta di classe

Il lavoro di oggi nasconde una verità vecchia di secoli: lo sfruttamento. Il libro di analisi e denuncia della Fana

«Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo». È la frase che potrebbe riassumere “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza), il nuovo libro di Marta Fana, l’economista e giornalista che magari avrete visto ospite in diverse trasmissioni tv (qualche mese fa la ricorderete nello scontro televisivo con il patron di Eataly Oscar Farinetti).

I temi della disuguaglianza, delle classi sociali e delle verità assolute (e poco dimostrate) su cui si fonda il mercato del lavoro degli ultimi decenni vengono affrontati in modo poco ortodosso, con competenza tecnica e abilità giornalistica. E molto relismo. La storia del debito pubblico, ad esempio, assunto a capro espiatorio di ogni male, non risponde alle leggi economiche da un lato e alla storia dall’altro: la crisi nasce dalla bilancia dei pagamenti che non è come dovrebbe essere, e da processi di finanziarizzazione che hanno distrutto la base manifatturiera, anche in termini di capacità di innovazione. Un’innovazione al cuore di politiche industriali abbandonate, represse, lontane dai dibattiti e dalla stampa.

E ancora: la flessibilizzazione del mercato del lavoro come unico strumento per la ripresa dell’occupazione. Balle. Nei Paesi in cui questo meccanismo ha avuto dei risultati, il prezzo da pagare è stato in termini di diseguaglianze crescenti, vedi Stati Uniti. In Europa stanno meglio, molto meglio i mercati del lavoro con più tutele, dunque meno flessibili. Quelli in cui il lavoratore è parte della realtà in cui vive e lavora e non un semplice bullone che può essere sostituito in ogni momento.

I primi capitoli del libro percorrono realtà italiane inquietanti. Il mondo dei voucher, del lavoro sottopagato, della disumanizzazione nella logistica, di contributi non pagati, di ferie impensabili e straordinari che di straordinario hanno la mancata retribuzione, più che le ore di lavoro aggiuntive che sono ormai diventate prassi. Diversi esempi soprattutto del nord Italia raccontano realtà spesso tralasciate dai giornali. Come per esempio, il caso nostrano della Coca Cola di Nogara, in provincia di Verona: l’azienda ha deciso di licenziare gli operai più attivi che stavano scioperando a causa di un rinnovo contrattuale al ribasso. È seguita la sospensione della fase produttiva e la conseguente cassa integrazione. La logica del braccio di ferro in azione. Anzi nessun braccio di ferro, non ci si siede nemmeno più allo stesso tavolo.

Ci sono i giovani e meno giovani intrappolati tra una realtà precaria sempre più insostenibile, che la Fana definisce «falsa e dannosa ideologia sul merito, imposta per mascherare un inevitabile conflitto tra chi sfrutta e chi è sfruttato». Forse aveva ragione De Andrè, esiste ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Non c’è merito né colpa nella continua ed esasperata estrazione di plusvalore dai lavoratori alle imprese. «Viviamo una lotta di classe», dice l’autrice riscoprendo il socialismo e Marx.

Gli indigenti, l’oltre 20% dei lavoratori (lavoratori!) in stato di povertà, la perseveranza di un processo che ha tolto ogni leva alla classe operaia, che ha indebolito i sindacati, che è responsabile di quella crisi da cui si esce solo se la domanda aggregata cresce, e come può crescere se chi dovrebbe comprare diventa sempre più povero? , sono tutti elementi che costruiscono uno scenario che ha lasciato poco al caso.

E’ storia preparata tassello per tassello. Una storia di privatizzazioni accompagnata da una retorica dello “Stato nemico”, incapace e inefficiente, anche di garantire diritti fondamentali. Ecco il welfare aziendale, ecco l’indebolimento dei sindacati, la sempre maggiore discrezionalità lasciata alle imprese. Sfruttare, insomma.

Ma non c’è solo denuncia, ma anche un invito all’azione: «La strada da fare è lunga e la questione molto complessa… nel nostro piccolo quotidiano abbiamo il dovere politico di innescare ogni miccia capace di portare alla luce queste contraddizioni e farle vivere nei processi in cui siamo coinvolti come comunità». Buon lavoro

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