Gioco d’azzardo, situazione non seria. Ma tragica

Nel 2016 spesi 96 miliardi tra scommesse e intrattenimento. E solo 65 nell’istruzione

Secondo il noto matematico Bruno de Finetti, «il gioco è la tassa degli imbecilli». Evidentemente per chi si occupa di probabilità, l’irrazionalità delle scommesse si manifesta nitidamente. Possiamo sicuramente cercare di comprendere l’attrazione di Ivanovic nel Giocatore di Dostoevskij per la vertigine della biglia della roulette, tra nobildonne eleganti e champagne nei casinò della Russia ottocentesca, nonostante l’eccitamento si trasformi presto in tragedia. Siamo invece colti da una profonda tristezza, da un senso di desolazione quando ci imbattiamo nelle slot machines a cui stanno avvinghiate grigie pensionate. Siamo attraversati da un brivido di squallore di fronte alle opache, squallide e polverose sale da giochi che affollano le nostre città. Il trionfo della stupidità nella slot si rivela in tutta la sua evidenza: quando c’è un software che deve introiettare 100 e garantire vincite per 70, se tu giochi sempre la tua chance di sconfitta si approssima al 100%.

Oggi, nel nostro Paese, il gioco d’azzardo non è più il vizio di qualche solitario e squilibrato cercatore di emozioni forti, ma un angosciante fenomeno di massa. Un tempo si giocava la schedina al sabato e si spendevano 1200 lire. Oggi, dopo le liberalizzazioni selvagge, si può giocare sempre e dappertutto, si può scommettere su ogni cosa in ogni momento. I numeri ci danno l’idea di una follia collettiva dilagante, di una dinamica sociale preoccupante che dovrebbe essere centrale nel dibattito pubblico. Nel 2016 gli italiani hanno speso 96 miliardi nel gioco, con un aumento dell’8% sul 2015: 26,3 miliardi tra slot e intrattenimento, , 23,1 in videolottery, 16 in giochi di carte, 8 nel lotto e 7,5 in pronostici sportivi. 17 milioni di italiani hanno giocato l’anno scorso e 2,5 milioni sono giocatori abituali. 96 miliardi bruciati nel gioco in un paese che ha investito nello stesso anno 65 miliardi nell’istruzione. Nell’epoca della cosiddetta economia della conoscenza noi spendiamo il 50% in più nel gioco d’azzardo rispetto agli investimenti nella scuola. Un paese che spende più in scommesse che nella formazione e nell’educazione, nella costruzione di uno spirito critico dei suoi cittadini, sta attraversando una vera e propria apocalisse culturale, una devastante deriva antropologica.

L’Espresso ha costruito un portale che ci fornisce i dati sul gioco per tutti i comuni italiani, che ho trovato molto interessante. Ognuno di noi può in questo modo vedere qual è la situazione nel suo comune. Così si scopre che nella mia Schio le giocate procapite nel 2016 sono state di ben 834 euro. Se le moltiplichiamo per le 39219 persone scopriamo che abbiamo speso in giocate più di 32 milioni e 700mila euro. Quest’anno il bilancio comunale, per quanto riguarda la spesa corrente, si è aggirato intorno ai 30 milioni. Questo significa che gli scledensi hanno scommesso più soldi di quanti il Comune possa spendere in servizi sociali, culturali, sport, tutela del territorio, etc.. Ci sono 281 apparecchi, ovvero 7,2 ogni 1000 abitanti. Il paesaggio antropologico nel nostro paese è sempre più desolante. La situazione è tragica, ma non è seria.