Treviso e Vicenza 2018, due destre a confronto

Verso le amministrative. Nel capoluogo della Marca la Lega è protagonista ma deve fare i conti con Gentilini. In quello berico c’è solo una gran confusione

Delle cinque città venete più importanti, Treviso e Vicenza sono le più simili. Città piccole rispetto alle province di cui sono il capoluogo. Vicenza ha meno del 13% della popolazione della sua provincia, Treviso addirittura il 9,5%. Solo per fare un esempio, Verona è al 28% circa.

Questo fatto cambia completamente il ruolo della città capoluogo. Se a Verona o a Padova la vita della provincia coincide con la città, Treviso e Vicenza sono province policentriche, con varie aree dotate di forte identità e autonomia.

Due città a capo di province fortemente industrializzate, Vicenza seconda e Treviso quarta in Italia per numero di addetti nel settore secondario. Vocate all’export. Vicenza stabilmente terza in Italia, prima di colossi come Bergamo e Brescia anche in valore assoluto, Treviso ottava.

Abbastanza simili anche sul piano delle scelte politiche. Città di destra, tendenzialmente, come del resto anche Padova e Verona. Con una differenza. A Vicenza città la Lega ha sempre giocato un ruolo marginale, mentre era forte a livello provinciale. A Treviso città, invece, la Lega è sempre stata protagonista, relegando le altre forze del centrodestra a un ruolo sostanzialmente marginale. Ciò dipende solo in parte dai risultati. Se facciamo una media tra le elezioni di vario tipo che si sono svolte dal 2013 in poi, vediamo che la forza della Lega è sì decrescente andando da Verona (massima), a Treviso, Vicenza e Padova (minima), ma non in misura tale da giustificare ruoli tanto diversi.

Le due città si avviano ora, insieme, al rinnovo dell’amministrazione comunale. Entrambe, per demerito della destra più che per merito della sinistra, sono governate da sindaci di sinistra. Di sinistra si fa per dire. Variati viene dalla Dc, e da una corrente moderata, una costola dei dorotei. Manildo pure viene da una tradizione moderata. In Veneto solo Venezia e Padova possono eleggere un sindaco che non venga dalla Dc o dai suoi dintorni, e neanche lì è tanto facile.

Le affinità tra Treviso e Vicenza finiscono qua. A Treviso la sinistra il suo candidato lo ha già per trascinamento: il sindaco uscente. Certo, non si nota in giro particolare entusiasmo, ma la scelta è quasi obbligata. La destra ha già designato il candidato, il leghista Mario Conte. Rimane in campo anche il candidato di Forza Italia, Andrea De Checchi, ma tutti sanno, lui per primo, che la sua è una bandierina alzata finché non decideranno le candidature alle politiche. La bandierina, proprio in questi giorni, gliel’hanno già abbassata gli altri.

Il problema della destra, a Treviso, si chiama ancora Gentilini, lo sceriffo dei bei tempi andati, che la Lega vuole e non vuole, vuole lui ma non i suoi, e via discorrendo. Il problema è che non riesce a pesarlo per bene: è in grado o no, con una sua lista fuori dalle coalizioni, di far rivincere Manildo? La cosa più naturale sarebbe che il candidato sindaco andasse a Canossa, rischiando, è vero, di prendersi una paio di sberle, perché sceriffo era e sceriffo rimane, Gentilini, nonostante l’età; i torti non li dimentica. Non tollera, soprattutto, di essere stato tradito da una sua creatura.

A Gentilini non può importare di meno della Lega, di Zaia, di Salvini (anzi ‘sto Salvini qua che vuole andarsi a prendere i voti dei calabresi gli sta sulle scatole e non poco): se non gli danno le soddisfazioni che, del resto, merita, i danni che può fare li fa tutti.

Del resto, dietro lo scontro di persone si cela un confronto di linea politica non da poco. Anzi, trapela proprio la ragion d’essere della Lega. Meglio, delle due Leghe, da una parte il movimento identitario delle origini, il movimento nato in Veneto e poi fatto proprio da Bossi e dall’altra il partito di destra che vuole Salvini, un partito nazionale che fatica a non diventare nazionalista.

Se Gentilini non rientra, se vincesse Manildo, semplicemente la Lega pagherebbe, a Treviso, lo scotto della sua ambiguità, tra uno Zaia che predica l’autonomia e un Salvini che cancella il Nord dal simbolo mettendoci il suo nome. Dove, meglio che a Treviso, questo scontro poteva manifestarsi?

Viene un senso di nausea a confrontare la situazione di Vicenza con quella di Treviso. A Vicenza, a fronte di una sinistra che ha saputo liberarsi dell’egemonia variatiana, di un partito democratico che, compatto, ha messo in un angolo il candidato che il sindaco uscente voleva a tutti i costi, sta una destra in evidente stato confusionale.

A Treviso si scontrano due idee di Lega, a Vicenza si scontrano due giovanotti, il segretario cittadino e quello provinciale che pare si siano assegnati il nobile compito di dire sempre l’uno il contrario dell’altro. Forza Italia, che è riuscita nell’impresa di sradicarsi dalla città, è alla ricerca di candidati l’uno più improbabile dell’altro, come lanci di bengala che illuminano per breve tempo la scena disastrata di un’area politica i cui potenziali elettori, sfiduciati e rassegnati, si apprestano a votare Dalla Rosa.

Non sono molti i meriti che si possono riconoscere a Variati, ma, se questo fosse  un merito, gli andrebbe senz’altro riconosciuto: avere distrutto la destra, iniziando col nominare suo capo di gabinetto Maurizio Franzina, quello che si definiva l’oppositore più duro e puro della giunta Variati, e finendo coll’aver nominato in Ipab Fabio Mantovani, quello che adesso Forza Italia vorrebbe ammannirci come sindaco.

Complimenti Achille: un bel lavoro!