Di Maio pellegrino all’H-Farm. E perchè non al Catajo?

Anche il candidato premier del M5S ha fatto tappa al “santuario” smart. Dimenticandosi un luogo-simbolo del Veneto eternamente minacciato da cemento e centri commerciali

Il Movimento 5 Stelle versione moderata va avanti come un bulldozer nel battere a tappeto tutti i settori sociali finora rimasti estranei o freddi al suo richiamo alternativo. A incarnare il nuovo corso che qualcuno definisce “neo-democristiano”, nell’ostentato tentativo di mettere assieme istanze e obiettivi trasversali, è Luigi Di Maio, il candidato premier che anche esteriormente (faccia da bravo ragazzo, parole misurate, modi già presidenziali) ne è la rappresentazione plastica nonchè l’artefice – beninteso, insieme con Casaleggio e Grillo. Il vasto consenso che lo stabilizza come prima forza politica italiana ha sociologicamente trasformato un movimento nato da delusi della sinistra in un contenitore omnibus, per cui una calcolata strategia di marketing politico vede oggi i 5 Stelle impegnati, scientificamente e sistematicamente, nel captare ogni possibile focolaio di malcontento e tradurlo in un punto del programma elettorale.

All’elettorato di sinistra promettono di ripristinare l’articolo 18 per le grandi imprese, abolire il Jobs Act e la Buona Scuola; all’elettorato cattolico di centro fanno sognare un popolo italiano che ricomincia a figliare importando le riforme francesi – targate Jospin – a favore della famiglia, senza farsi mancare ammicchi al Vaticano e baci a San Gennaro; all’elettorato di destra agitano davanti la critica alle Ong e al business migratorio e propongono un fisco e una legislazione semplificati, accusando il redivivo Berlusconi di non aver saputo realizzare la “rivoluzione liberale”. A tutti quanti mostrano un volto più rassicurante annacquando l’ostilità alla Nato (senza rinunciare a lanciare segnali amichevoli alla Russia e al no alle missioni di “pace”) e soprattutto tenendosi ambigui sull’euro, continuando a ipotizzare un referendum espressamente vietato dalla Costituzione. Di Maio dichiara di ispirarsi al governo liberista di Rajoy (anzichè, per dire, a Podemos), scrive una lettera a Macron per fargli sapere, excusatio non petita, che non è populista bensì «popolare», va ad pedes a Washington a presentarsi ai finanzieri Usa, e nel mentre una delegazione M5S incontra a Roma le grandi banche d’affari (entrambi i meeting, in verità, non hanno entusiasmato granchè i boss della speculazione).

Ma, imbarazzanti eccessi di zelo a parte, per chi punta a diventare il partito di maggioranza relativa è comprensibile un processo di “normalizzazione” e ampliamento di prospettive. Checchè ne pensino i cervelloni ideologicamente retrodatati, il M5S è un soggetto realmente post-novecentesco, sia nel bene (assenza di tabù, fatti salvi quei pochi capisaldi di fondo riassumibili nell’aspirazione ad una democrazia meno mediata e delegata possibile) sia nel male (mancanza di un pensiero profondo e di una struttura selettiva e formativa della classe dirigente, con le conseguenti scivolate che conosciamo). Ed è significativo, infatti, che il leit motiv sia esplicitato come «qualità della vita», ovvero nel valore del Tempo come esigenza superiore a tutte le altre, economiche o politiche che siano. Di qui il mantenimento della proposta-chiave del reddito di cittadinanza, nonostante susciti la diffidenza del ceto medio produttivo (ma non di quello proletarizzato e in generale dei 4 milioni di poveri, specialmente nel Mezzogiorno, tanto che persino Berlusconi li imita con lo scopiazzato “reddito di dignità”). E di qui il rilancio del disegno di legge Dell’Orco, insabbiato nella palude romana, con cui imporre la chiusura ai negozi per almeno sei giorni festivi all’anno e obbligare alla rotazione le aperture domenicali, così da salvaguardare il diritto al riposo dei lavoratori del commercio. Mai stato un partito neo-bolscevico, il M5S. Menscevico, semmai.

Soltanto che a voler dismettere l’aura anti-sistema e accreditarsi come “forza tranquilla” si può incappare in un rischio potenzialmente autodistruttivo: dire una cosa e poi fare il contrario. O addirittura farne due di segno opposto. E come se nulla fosse, far finta di niente. La solita improvvisazione da inesperienza? A parte il fatto che i pentastellati fanno politica nei consigli comunali, regionali e in parlamento ormai da svariati anni, e la comunicazione stanno dimostrando di saper gestirla, almeno quando vogliono, vi sottoponiamo oggi un esempio, del nostro Veneto, che fa rabbrividire. O, peggio, ridere. Fate voi.

Il 13 dicembre scorso, nel tour che in quei giorni lo ha portato a far visita al cosiddetto mondo delle partite Iva (per esempio, a Casartigiani di Treviso), Di Maio ha fatto tappa all’H-Farm, il campus per start up a Roncade meta fissa di pellegrinaggi di ogni leader che si rispetti. Dice: embe’? Se lo fanno gli altri, lo fa anche lui, che c’è di male? C’è di male che dev’essersi dimenticato, lo staff che gli gestisce l’agenda, che contro l'”incubatore” ideato da Riccardo Donadon e Cattolica Assicurazioni, a presentare un esposto su presunti rischi idraulici è stato, guarda un po’, il Movimento 5 Stelle. Fra l’altro, la deputata veneziana del movimento Arianna Spessotto che sul caso ha fatto le sue brave interrogazioni (e a cui avevamo chiesto un’intervista, ma presa com’era dalle votazioni sul bilancio non ha trovato modo per darci una risposta in tempo) si è resa protagonista di una smentita ad un articolo del Foglio che metteva in rilievo la palese contraddizione politica. Che tuttavia resta. E in pieno, specie dopo la visita della commissione regionale Via il 19 dicembre nella sede dell’azienda, in cui sono emersi anche problemi infrastrutturali, viabilistici e, non ultimi, di contropartita per il pubblico.

Senza fare una piega, Di Maio aveva dribblato: «in ogni caso io sono qui per ascoltare anche su questo argomento coloro che conducono questa splendida attività» (Corriere del Veneto, 14 dicembre). Sarà. Ma se tanto ci dà tanto, se per una questioncella come questa – essersi infischiato di cosa fa il suo movimento sul territorio in cambio di una photo opportunity scattata nell’impresa che fa tendenza – cosa dobbiamo aspettarci qualora si sedesse sulla poltrona di Presidente del Consiglio? Come governerà il cittadino-capo del governo, costretto a conciliare le priorità della “base”, i doveri istituzionali e i vincoli esterni (leggi: Ue-Bce, Usa-Nato, mercati finanziari)? Confiderà nell’eterno dribbling? Avrebbe almeno potuto, tornando alle venete plaghe, cercare l’uno-due e visitare anche il Catajo, il meraviglioso castello cinquecentesco a Due Carrare nel Padovano, minacciato da un mostruoso progetto di centro commerciale. Si vede che non era abbastanza «splendido», smart, per meritare un’occhiata e uno straccio di dichiarazione. Ragazzi, qui si mette male…